“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 20 Dicembre 2016 00:00

Le rivoluzioni

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“… per provare l’amore esigeva che si sacrificasse l’amore”.

 

"Non azzardarti a leggere la quarta di copertina".
Con questo imperativo categorico nasce la mia esperienza con La danza immobile di Manuel Scorza. Il libro mi fu regalato corredato di tale obbligo, un po' per testare la mia curiosità spropositata e in parte per scoraggiare la mia avversione nei confronti dell'ignoto. Allora mi faccio forza e apro direttamente il libro sulla prima pagina. Inizio a viaggiare.

Sono a Parigi, però tutto è troppo confuso. La scrittura si tradisce e il lussureggiante registro linguistico sudamericano mi conturba, anche se sono in una capitale europea. I capitoli si susseguono e sprofondo in Perù, sotto il sole impossibile dell'Amazzonia, a fianco al rivoluzionario Nicolás Centenario, Comandante dell'Esercito Rivoluzionario del Perù. Poi ritorno a Parigi, in un altro tempo forse, lontanissimo o vicinissimo a quello di Nicolás, ma qui c'è Santiago, militante anche lui, disertore, innamorato, pazzo d'amore.  È evidente che due scelte di vita si contrappongono: chi ha scelto la rivoluzione, lasciando indietro i sentimenti più discreti per una donna, e con essi anche la vita, per un'idea, un dovere imprescindibile verso se stesso e verso l'umanità e chi, dall'altra parte, ha deciso di vivere, accontentandosi di un'esistenza meno gloriosa, ma intera, reale, ora e qui tra le braccia di una donna che ama. La danza immobile è un libro colto, testamento di un autore letto in tutto il mondo. Il viaggio che il lettore intraprende non è solo quello attraverso un secolo, un tempo ben definito, ma più difficile e saturo è il percorso doloroso che si apre all'interno della coscienza e della visione/delirio dei protagonisti.
Nicolás lo incontriamo e seguiamo nella sua fuga dal campo di prigionia, su una zattera di legno attraversa un fiume lunghissimo, pieno di insidie, nella mostruosità della foresta Amazzonica, in questo vortice cabalistico dove la fitta vegetazione offre rifugio e terrore, piena di insidie e di preistoriche presenze, sotto un sole crudele e carnivoro. Divorato da pensieri che si confondono con ricordi e allucinazioni, viviamo a pieno la sua fuga dalla prigione e dal rimpianto. Confida ai grilli lo struggimento per aver lasciato Francesca, la donna che amava: "La mia carne non ce la fa più per la nostalgia della sua carne, la rivoluzione non mi serve a niente, i miei passi hanno bisogno dei suoi piedi". In uno scenario che sembra dipinto, tanta è la violenza dei colori e dei suoni, anela gli occhi di Francesca, la sua tenerezza che ha fuso la pittura dove viveva prigioniero. Il ricordo lacerante di lei lo accompagna come una lontana voce carica di dolcezza nell'asperità della foresta.
Il dolore più grande è la scoperta di essere di carne, non metafora, non spirito, non pensiero o astratta ragione, ma di carne, l'unico continente ancora capace di amare così tanto da desiderare la felicità o la morte, in un tremore finale che distrugge imperi e ideologie. Nicolás, ultimo monarca delle lucciole, despota gentile acceso e tradito dalla luce abbagliante di animali minuscoli e invasivi come le idee, bellissime lucciole come bellissime intenzioni, eppure senza coraggio, costrette a brillare. Forse sovversivo è vivere, rivoluzionare il cuore degli uomini con scelte minuscole, prendere la felicità, rimanere con Francesca, fare l'amore, cambiare il mondo concedendogli un uomo migliore, quello che sceglie la vita.
"La prossima volta rimarrò con te, Francesca, rimarrò sulla terra per camminare con te sotto la luce".
Santiago a Parigi intraprende una pericolosa rivoluzione, di quelle che ti trasformano, dopo lunghe notti insonni, conflitti armati dove i nemici e gli alleati combattono sul medesimo campo di battaglia, nello spazio esiguo e infinito di un corpo umano. Sul corpo di Marie Claire, attraverso la sua spina dorsale che è l'equatore di un paese che trema, lotta, si apposta, ora è un cecchino che cerca le alture per non sbagliare mira, ora attraversa campi elisi per lo scontro a mani nude, per il duello sanguinario nelle foreste paludose tra le gambe di Marie Claire. I vinti, all'alba di un giorno carico di lutto, finiscono come un'armata fantasma i vincitori, in uno stridore di ossa e pianti, per risorgere nell'urlo di loro due appena nati. Eppure non è la guerra tra due corpi, tra due vite, tra due realtà, è soprattutto la guerra ferina dell'uomo che sorge dal suo essere carcassa animale. Dalle profondità di un quadrupede, chino sulla terra, sorge e si libera nella violenza dell'amore fisico, l'uomo eretto, la specie che cammina la terra e guarda il cielo, la sola specie destinata a capire e vivere e morire per un solo istante, perché un solo istante dura la perfezione. Santiago si contempla e scopre perfetto nell'attimo completo in cui è felice, dove l'amore non cancella l'odio, la grazia non offende la violenza, il diritto non dimentica la vendetta, ma tutto esiste, in un silenzio che abbraccia e perdona, perché ama.
L'atto rivoluzionario non è morire, è vivere.
Come disse il poeta: "Me ne vado perché l'amore è più urgente della guerra".
E la guerra non distrugge, la guerra disperde, non spezza o frantuma, ma divide e indebolisce, e se l'amore dilata e vivifica i confini, la guerra conduce gli uomini oltre quei confini fragili dove ad aspettarli c'è il nulla.

 

 

 

Manuel Scorza
La danza immobile
traduzione Angelo Morino
Milano, Universale Economica Feltrinelli, 1984
pp. 218

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