“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 31 Ottobre 2016 00:00

Gli ultimi fuochi di un uomo

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La trilogia della depressione, così lo definisce Francis Scott Fitzgerald questo trittico composto da tre articoli apparsi sulla rivista Esquire nel 1936 a distanza, l'uno dall'altro, di un mese. È un periodo di profonda disperazione per lo scrittore americano, afflitto da un male di vivere che presto si risolverà in una morte prematura. Concede largo spazio all'alcool e alle notti insonni, come se non bastasse, l'amata moglie Zelda dà prova di tutto il suo violento squilibrio mentale, gravando così sul debolissimo equilibrio dell'autore oppresso dell'indifferenza che il suo ultimo romanzo ha riscosso tra l'opinione pubblica. Il primo degli articoli, quello che poi darà il nome al trittico, è appunto Il crollo.

La vita per quest'uomo ormai è solo la somma di un processo continuo di disgregamento, non c'è addizione o moltiplicazione, ma solo sottrazione dove la peggiore e definitiva è la scomparsa di se stessi, la consapevolezza che ciò che siamo stati è perduto per sempre. Perduto questo riconoscimento continuo con la nostra vita e la nostra opera, ogni gesto, da quello semplice e quotidiano a quello particolare, diventa trascinato, puro tentativo di imitazione. Addio autenticità. Replichiamo noi stessi, senza sosta, in un girotondo sfiancante che nella resa dei conti ci fa senza peso. Eppure Fitzgerald parla di un crollo, un evento singolo dal quale pare non ci sia più ritorno, o si accetta il cambiamento radicale e la completa rinuncia a qualcosa di fondamentale oppure si muore. “Un piatto crepato”, questa è l'immagine che ci fornisce di sé, una crepa profonda, irrimediabile; nelle notti insonni non si aspetta più la sparizione di una singola pena, ma il colpo di grazia, la pena capitale. Sono momenti in cui arrivati al limite si raggiunge uno stato di calma vuota. Non è pace, né assoluzione, neppure speranza, ma è proprio la fine di quest'ultima il tracollo. "Sentivo, dunque ero", non esiste più. E cos'è la speranza se non la più avvolgente e luminosa delle emozioni? Una seconda possibilità, sempre, un sogno rinnovato, un segreto posto al centro del mondo e dell'uomo che si svela solo in questo contatto viscerale, atto fondativo, prima dimora sempre verde e aperta. Se un dialogo è possibile è perché la speranza ci è stata nascosta nel midollo ed è la cosa più simile al nucleo dell'universo.
Il crollo è questa tensione che viene meno, è il rovescio lapidario della speranza: la sua segreta infelicità, il suo generarsi a vuoto, non più nascita ma morte, aborti di giovani auspici traditi. Fitzgerald piega la confessione tragica allo stile insuperato che lo consacra tra i maggiori scrittori del Novecento, esprime in un poema giornalistico il dramma oscuro-fradicio del sacrificio. Qui troviamo una scissione secolare che in tutti i grandi artisti e scrittori possiamo notare, quel momento preciso in cui c'è da scegliere tra la costruzione di noi stessi e quindi la rinuncia del punto di vista privilegiato dell'artista e la vittoria, invece, dell'artista, che per Fitzgerald pare essere il frutto di un'operazione di estraniamento e distacco. L'identificazione con l'oggetto della propria arte ci rende incapace l'oggettivazione mediante la scrittura. Soggettivandoci partecipiamo ai sentimenti e alla loro idea, perdiamo il punto di vista privilegiato, ammettiamo l'incapacità di estetizzare il mondo per una velleità di farne parte. L'artista muore e nasce l'uomo, ma come detto in precedenza, è forse questo il principio del crollo, poiché per il grande romanziere americano pare che sia proprio tale desiderio a condannarci a un’inevitabile distruzione.
Mai dimenticare quando si parla di scrittori americani la società in cui si esprimono, il loro prodotto è sempre il frutto di una forte reazione a una società, quella americana, violentemente invasiva, negli atti e nelle illusioni che celebra, attraverso una pubblicità che possiamo definire il suo status metafisico. In America tutto sembra essere nuovo, talmente nuovo che un piatto crepato non ha un secondo atto. È una società giovane e febbricitante, adatta ai fuochi artificiali e inadatta alle calde e pazienti luci naturali. L'epoca del Jazz e del Boom economico ha reso frenetico questo mondo e i suoi abitanti, sempre sotto riflettori asettici e abbaglianti, ubriachi di una vita esaltata e sfinita. Come afferma il curatore del volume, l'innocenza che Zelda e Fitzgerald serbavano era artificiosa, oggetti inanimati sotto luci abbaglianti, osservati e non osservatori. L'estetica smodata del consumo divora i protagonisti, da consumatori vengono definitivamente consumati. Un uomo come Fitzgerald lo sapeva, forse lo ha sempre saputo, ecco il suo irrefrenabile romanticismo, il suo Grande Gatsby che coltiva sogni troppo grandi per una ragazza debole, sogni che mortificano la realtà. Il romanticismo è un rifugio, è un feticcio poetico, offeso dalla banalità delle cose e eterno nella sua torre d'avorio. Come ogni sogno, ogni speranza e ogni limite, tutto alla fine rivela quella frangia di cenere che limita ogni estasi, ed il crollo forse è proprio questo, un crollo che impone un articolo determinativo, oltre il quale non c'è molto altro, perché sulla cima del mondo si vede tutto, l'immensità e la sua fine, la bellezza e la sua mortalità.
L'altezza è l'ultima speranza che ci resta, sparita questa troviamo un uomo che rimane fermo in mezzo a tutte le cose sbagliate che ha amato, fino alla fine.

 

 

 


Francis Scott Fitzgerald
Il crollo
a cura di Ottavio Fatica
Milano, Adelphi, 2010
pp. 64

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