“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Sabato, 08 Ottobre 2016 00:00

Rotte e dinamiche dello schiavismo moderno

Scritto da 

Cento anni fa, poco più, dichiarammo guerra alla Libia, o meglio all’impero ottomano per mettere le mani su Tripolitania e Cirenaica, due province del sultano nella sponda sud del Mediterraneo. Fra le motivazioni che la classe politica addusse per quella guerra, che fece un certo effetto in una parte di opinione pubblica, anche della sinistra socialista, ci fu quella che l’Italia era tenuta a portare un’azione civilizzatrice, come aveva fatto Roma proprio con l’Africa settentrionale tanti secoli prima, per eliminare la vergogna degli schiavi. In effetti, nei loro porti, i turchi praticavano ancora la vendita di persone ridotte in schiavitù.

Bene, se un Paese qualsiasi, nel 2016, dichiarasse guerra all’Italia per lo stesso motivo, ovvero eliminare la schiavitù dal Mediterraneo, non avrebbe poi così torto. Sembra un’esagerazione ma basta leggere il reportage di Leonardo Palmisano, giornalista, scrittore, docente e saggista barese, e farsi un’idea. Palmisano è accurato nella ricerca, condotta, è proprio il caso di dire, sul campo, e la supporta da dati ufficiali resi noti soprattutto dalla Flai-Cgil ma anche da organizzazioni internazionali che stanno scoperchiando l’ennesima vergogna di questo Paese. Forse la più grande, certamente la meno conosciuta, eppure in grado di coinvolgere un numero di esseri umani inimmaginabile.
Cristo continua a fermarsi a Eboli. Nel profondo sud, il sistema di sfruttamento della manodopera agricola, soprattutto extracomunitaria ma non solo, fondato sul caporalato fattura centinaia di milioni di euro all’anno, si articola in autentici campi di concentramento e riduce uomini e donne in condizione infami. Storicamente il paragone migliore potrebbe essere quello con i negri nei campi di cotone degli Stati Confederati centocinquanta anni fa. Se da una parte abbiamo i caporali, ma non solo – i caporali sono infatti la manovalanza sul campo, tocca ancora usare questa metafora reale, la cinghia di trasmissione tra organizzazioni criminali e multinazionali alimentari e la raccolta della materia prima da sistemare trattata nei barattoli o nelle casse – dall’altra abbiamo i braccianti.
Bracciante è una parola che rievoca le lotte contadine dei fasci siciliani, i romanzi o i racconti del Verismo, la settimana rossa nelle Marche e in Emilia del 1914, battaglie sindacali nell’immediato secondo dopoguerra: Di Vittorio. Roba comunque riferita a un passato in certi casi addirittura remoto. Oggi, abituati alla realtà virtuale, alla spending review, alle start up o al jobs-act, mastichiamo parole molto british e 'bracciante' è come un residuo di paleolitico. Invece è lecito parlarne ed è possibile declinare il significato del termine in senso geografico e antropologico: sud soprattutto, ma anche nel sud con differenze importanti, africani, neri e maghrebini, europei extra-comunitari ma anche neo-comunitari, rumeni e bulgari, donne. Con l’universo femminile a confermare che perfino all’inferno, perché questi schiavi vivono nell’inferno dei ghetti, in Italia la parità di genere è lontana: le donne, per lo più connazionali, perché calpestare i diritti umani non conosce colore o nazionalità, sono ancora più sottopagate, ancora più sfruttate, carne da bordello buona per la prostituzione coatta, quando va bene, oppure per lo stupro.
Ecco le parole forti di questo libro, ma tutte circostanziate: apartheid, lager, ghetto. Da ghetto a deportazioni il passo è breve. Parliamo allora di queste, ovvero di agenzie specializzate che organizzano vagonate di pullman dall’est della Romania o dalla Bulgaria più cirillica per scaricare il trasporto umano prima nel riminese a pulire quarantacinque camere al giorno per tutta la stagione senza tutele giuridiche – Palmisano mi ha detto che prima o poi ci accorgeremo anche di cosa sostiene l’economia romagnola – poi a ogni latitudine della Puglia, dalla Capitanata al Salento, della Basilicata, della Campania, dalla Terra dei Fuochi al salernitano, della Calabria e della Sicilia che culmina nel ragusano.
Nell’usare la parola ghetto può balenare alla mente l’associazione con Varsavia, dove gli ebrei nel corso della Seconda Guerra Mondiale si ribellarono ai nazisti. Esiste un orizzonte di ribellione fra i braccianti e gli sfruttati? In fondo, sono tanti, i numeri potrebbero essere dalla loro parte. È una domanda alla quale proviamo a rispondere introducendo il co-autore del libro: Yvan Sagnet. Yvan arriva in Italia nel 2007 con un visto di studio. Si iscrive al Politecnico di Torino dove consegue la laurea in ingegneria delle telecomunicazioni e poi piomba nel girone pugliese dello schiavismo moderno. Ma Yvan è uno tosto e complice anche una presenza tunisina altrettanto maldisposta a piegare la testa – visto che ha appena rovesciato la dittatura di Ben Ali con la primavera araba più riuscita e non ha paura di quattro caporali – organizza il primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia durato circa un mese nell’estate del 2011 nelle campagne di Nardò in provincia di Lecce. Questo è un punto chiave, mi ha spiegato Palmisano: non è la rivolta a fare la differenza nelle campagne. È l’incrociare le braccia che mette in crisi il sistema. È ancora un gesto quasi gandhiano, non violento, che fa barcollare l’impalcatura. Perché l’agricoltura ha i suoi tempi. Il pomodoro e l’anguria le devi raccogliere quel giorno e non il giorno dopo, marciscono rapidamente e non sono più buoni né per un passato né per uno sciroppo. La sciopero di Nardò non poté essere fronteggiato con le armi tradizionali delle bastonate dei caporali e delle minacce di chi sta sopra di loro, i grandi latifondisti, le mafie, le multinazionali da dove comincia la catena dello sfruttamento perché fissano il prezzo del prodotto che a cascata determina condizioni di vita al limite del collasso fisico ed emotivo. Gli scioperanti erano troppi ed erano decisi, culturalmente e politicamente consapevoli in virtù delle loro recenti esperienze di vita. I pomodori e le angurie potevano pure squagliarsi sotto il sole. Allora i padroni cedettero, anche per mettere fine al troppo rumore sollevatosi.
Ma questa è stata una combinazione di circostanze. Il fronte comune tra gli sfruttati è di difficile replica: ad esempio, bulgari e rumeni si odiano e, quando va bene, ragionano a coltellate. Lo stesso fanno rumeni contro rumeni rom e viceversa. Poi, gli est-europei vogliono emulare nel comando i caporali italiani e quelli non italiani che cominciano ad affacciarsi. La piattaforma etica capace di promuovere una coscienza della propria condizione manca drammaticamente. A dare un’immagine di compattezza etnica e solidarietà reciproca all’interno dei singoli ghetti provano gli extra-comunitari del Maghreb e dell’Africa nera, tuttavia le forze non sono molte con sulle spalle mesi e mesi di costante indebolimento fisico e soprattutto morale. Ci hanno provato a Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, e sono stati costretti a scontrarsi con il razzismo meridionale, quello dei disperati. L’ennesima guerra tra poveri frutto del divide et impera.
Dunque abbiamo: sfruttati governati dal bisogno e sistema capitalistico cialtrone governato dalla cattiveria. Per ora non c’è partita. E intere fette del territorio nazionale – praticamente tutto il sud agricolo con appendici, mette in guardia Palmisano, nelle grasse terre della Franciacorta e dell’astigiano dove si affacciano a dare manforte insospettabili colletti bianchi – sono tramortite e umiliate da questa deriva.

 

 

 

 

Leonardo Palmisano, Yvan Sagnet
Ghetto Italia

Roma, Fandango Libri, 2015
pp. 234

Lascia un commento

Sostieni


Facebook