“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Lunedì, 26 Settembre 2016 00:00

L'amore non ha altro fine che se stesso

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“L’orrore della modernità stava nel camuffare la Tragedia con le vesti della commedia, facendo sembrare banali, o grotteschi, o mancanti di stile, le grandi realtà. […] Tutto nella mia tragedia è stato orribile, meschino, ripugnante, mancante di stile. I nostri stessi abiti ci rendono grotteschi. Siamo i buffoni del dolore: i pagliacci dal cuore spezzato”.

 

Una volta leggendo un libro di Pietro Citati fui colpita da una frase la quale asseriva, per sommi capi, che la letteratura non ha nulla a che vedere con la decenza. Fu una verità fatale, poiché ho sempre creduto fermamente che la letteratura dovesse avere tutto a che fare con l'onestà, qualunque sia il prezzo. Dico ciò perché la lettera scritta da Oscar Wilde, dal carcere, all'uomo che malauguratamente si ritrovò ad amare, è la dimostrazione lampante di come uno scrittore, degno in profondità di tale nome, nonostante i manierismi coltivati in un'intera vita, alla fine torni alla letteratura completamente nudo per farne lirica vivente e strumento di intima confessione. Perciò in linea con il qui presente libro, terrò lontana l'intransigenza intellettuale attraverso la quale troppo spesso i grandi capolavori sono stati sviliti e fraintesi.
Oscar Wilde lo conosciamo un po' tutti: il suo Ritratto di Dorian Gray, ormai è entrato a far parte dei libri di formazione letti nella prima adolescenza, i suoi paradossi e aforismi hanno dilettato milioni di lettori e le sue commedie divertito e stuzzicato occhi e orecchie di tutto il mondo. Se D'Annunzio affermava 'il verso è tutto', mi sento di dire che per Wilde il verbo fu veramente misura di tutte le cose. Forse se non ci avesse lasciato il De profundis, oggi saremmo molto ignoranti rispetto non solo all'uomo che fu, ma agli uomini che siamo. La caduta dei giganti produce un forte boato, la terra trema e per un istante i punti di riferimento ci vengono sottratti, dico istanti perché è nell'indole umana la costruzione di miti sempre nuovi, forse nella nostra società attuale i miti 'usa e getta' hanno aggravato di molto la già pericolosa tendenza.
Nel De profundis assistiamo letteralmente al potere distruttivo, ma anche inevitabile, che l'amore ha sulle persone, siano esse geniali o banali. I sentimenti ci rendono nudi, fragili, a volte stupidi e ciechi, disattivano quell'istinto di sopravvivenza connaturato e ci conducono alla distruzione o alla salvezza. L'amore è un percorso, né un punto di partenza né di arrivo, ma una strada tortuosa che Wilde ha percorso fattivamente e poi fu condannato a ripercorrere attraverso la memoria e la scrittura. Il genio e il gigante si sgretolano, l'orgoglio non esiste più, dorme sepolto nel cuore dell'uomo senza speranze di ritornare alla luce del sole.
Se l'amore è un sentimento non meritato per antonomasia, ammettere ciò non è facile, soprattutto quando l'oggetto del nostro sentimento è mediocre, vile, l'esempio lampante della banalizzazione di tutte le cose grandi nel mondo. Il glorioso Wilde che diventa fantoccio nelle mani di un uomo senza immaginazione, accecato da un odio puerile, depositario di un'arte commerciale, frivolo, dedito ai piaceri mondani che nelle sue mani diventano voraci consumi impoetici. Eppure l'amore non ha altro fine che se stesso, non lo si misura, non lo si valuta, scoppia all'improvviso e rapidamente crea una distanza spaventosa tra noi e il resto del mondo, d'improvviso esiste solo una fonte dalla quale attingere, una dimora soltanto alla quale tornare, una speranza tradita che non possiamo fare a meno di rinnovare. La maledizione dei visionari è questa: scorgere il potenziale in ciò che si ama, innamorarsi di quel potenziale, di quella grazia e bellezza acquattata nel fondo nascosto degli occhi e delle mani, nei gesti distratti o nel particolare rivelato solo a chi osserva con amore o inventa mondi per contenerlo. Peccato che una persona però si determina, alla fine dei conti, attraverso le scelte, attraverso ciò che decide di essere anche se è solo apparire. La maschera dopo molto tempo diventa il volto.
Wilde si appella, in una lettera tra le più lunghe mai state scritte, a quest'uomo al quale dà la connotazione di amico, ma è evidente essere ben altro; c'è un immenso dolore nelle sue parole, la disperazione di chi amando ha ottenuto in cambio solo un'immagine distorta di se stesso. Quando afferma "il vizio supremo è la superficialità" tocca sanguinosamente il nervo scoperto del principio di ogni catastrofe. Effettivamente la superficialità oserei dire essere un delitto, il peggiore. La mancanza di empatia con l'altro e con se stessi è al principio di tutte le brutture, non perché la superficie non abbia dignità, anzi, piuttosto fermarsi ad essa è uno spreco imperdonabile. Essere abitati da tante vastità e vivere una vita conoscendo solo la scorza delle cose, il guscio duro e poi molle che dovrebbe proteggere non incarcerare il cuore. "Tutto ciò che è vissuto fino in fondo è giusto". Una rivelazione coglie Wilde a un certo punto ed è quella che sia impossibile suggerire qualcosa a qualcuno che non solo in natura non la possiede, ma è prerogativa di grandi animi. Deve esserci una simmetria nella comprensione e condivisione, se non c'è, l'infelicità sarà sempre in agguato. Il talento consiste nel permettere al cuore che ama di spezzarsi ma non di impietrirsi. Conservare sempre quel pugno di bellezza che è il nostro seme, il padre e la madre, la terra inarrivabile. Per quanto il paradosso vuole che la tirannia del debole sul forte sia "la sola che duri", qualcosa dentro si dimena, cerca e nell'accettazione di tutto risulta, però, impossibile l'accettazione di una mancanza di significato. Ciò che è privo di significato è vano, non possiede anima, è solo una bambola strapazzata con uno spirito di stoffa.
Uomini come Wilde non potrebbero mai accettare tutto questo, ecco che allora scrive, accusa se stesso, l'uomo che ha amato e lo hai distrutto, scrive nel buio della cella, nel silenzio claustrofobico di un luogo umiliante, la sua immaginazione è oltre, lontana dalle pareti anguste e forse già liberata dal dolore. Perdonare è l'unica soluzione, una costrizione quasi, per il proprio bene, le vipere in seno uccidono la vita interiore lentamente, e quella, per l'uomo che ama deve rimanere intatta, inviolata, va protetta a costo della vita stessa. Il dialogo con se stessi, la tensione emotiva, l'arbusto resistente conficcato al centro del nostro corpo non può essere sconfitto.
Il De profundis è una lettera disperata e lucida di un uomo da sempre innamorato più della poeticità che esiste nelle cose che delle cose stesse, un uomo immenso che ha visto il volto grottesco dell'amore e non ha chiuso gli occhi: ha trovato parole per celebrarlo.


P.S.: Dedico quest’articolo e questa lettura a qualcuno. A una speranza, a un abbaglio, a tutte quelle accecanti bellezze non colte e per questo uccise tutti i giorni nella nostra triste epoca terrorizzata.




Oscar Wilde
De Profundis
traduzione Camilla Salvago Raggi
Milano, Feltrinelli, 2014
pp. 130

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