“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Martedì, 19 Marzo 2013 01:00

L'Armageddon e la bambina

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Ci sono debutti e debutti. Questo è veramente un libro che merita il premio del The Sunday Times come migliore opera prima a Grace McCleen, nata nel 1981, nel Galles. Un romanzo che affronta la religione e i pregiudizi delle persone, le cattiverie su una bambina e i silenzi di un padre che conduce la vita senza allegria.
Queste due persone vivono in un piccolo paese inglese ed entrambe sono iscritte ad una setta millenarista, che persegue il proselitismo in attesa dell'Armageddon, della fine di tutto. C'è una madre morta e la fatica di vivere sentendosi speciali, bollati come 'pazzi' dal resto del paese. L'inizio dà la stura a tutti gli avvenimenti che si stanno preparando e in poche righe recita: "In principio c'era una stanza vuota, un po' di spazio, un po' di luce, un po' di tempo". 

Judith McPherson è una bambina che deve credere, per forza, che sta arrivando la fine del mondo e quindi si costruisce la stanza dell'Adornamento dove mette le sue cianfrusaglie, i piccoli oggetti della madre, delle bambole con il filo che le assomigliano. A scuola va benino, il maestro sa della sua appartenenza religiosa e "la tollera" e c'è poi il compagno di classe Neil Lewis, che le dà il tormento, le mette il moccio nei capelli, la costringe continuamente a lavarsi in bagno. Le minacce del ragazzo le fanno venire la testa caldissima, come se avesse la febbre e cerca in tutti i modi di svicolare, di farsi piccola, di non subire più.
Quando torna da scuola Judith compie, con il padre, il porta a porta e non è facile chiedere alle persone se sono in "regola" con Dio, perché il mondo sta finendo. Poi la ragazzina di dieci anni ha un potere, parla con Dio che le risponde e le fa realizzare dei miracoli. Ne fa consapevole il padre che risponde: "Non voglio sentirne parlare – Perché? – Papà ha smesso di lavare i piatti – Perché sì perché è pericoloso, ecco perché – Pericoloso a chi? Pericoloso per chi? – È pericoloso pensare di avere questo tipo di potere, è presuntuoso... è blasfemo. Chi ti credi di essere figlia mia?".
Judith nelle conversazioni con il Padreterno si lamenta di non riuscire a trovare un rimedio contro le angherie di Neil, ma anche dell'odio che il padre si trascina dietro non solo per l'Armageddon, ma perché è un crumiro nella fabbrica dove lavora, dove sono tutti fermi per questioni di salario.
Quando tutto si complica (il padre deve costruire un muro intorno al giardino perché dei ragazzi in bicicletta li minacciano, tirano pietre, non li lasciano vivere) ecco che, all'improvviso, per Judith tutto cambia: arriva la supplente, la signora Pierce, che la prende in simpatia, il suo Dio l'aiuta, Neil ha un incidente gravissimo mentre John, il padre, si allontana come disgustato dalla setta e non va più agli incontri con gli altri fedeli. Si rifiuta anche di leggere la Bibbia in casa. Judith, anche se sollevata, chiede al suo Dio quanto manca all'Armageddon affinché finisca tutto.
Il finale non ha niente di definitivo, la decisione di rinuciare alla setta porta, per il padre e la figlia, conseguenze che non diremo.
Come fa la scrittrice ad essere così addentro in queste problematiche religiose? Grace McCleen è cresciuta, come la sua protagonista, in una setta cristiana fondamentalista del Galles. Lei sa e il suo punto di forza è che in questo bailamme di Dio in terra, di fine del mondo, di padri silenziosi, c'è una parola questa sì blasfema: la piacevolezza. La McCleen scrive in modo diverito e leggero, con una finezza stilistica che ci lascia attoniti.
Si ride con questo libro, ci si appassiona alla ragazzina di dieci anni, i capitoli hanno dei titoli deliziosi, la traduzione di Norman Gobetti per Einaudi è centrata; tutto è pervaso da un distacco ironico, la scrittrice ci dice che la vita è breve e niente è per sempre.
Nemmeno le sette e la presenza di Dio.

 

 

 

 

 

Il posto dei miracoli
Grace McCleen
traduzione a cura di Norman Gobetti
Einaudi, Torino, 2013
pp. 293

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