"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Mercoledì, 14 Settembre 2016 00:00

La letteratura è la mia liberazione

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Due sensibilità a confronto, in un saggio-intervista che porta i narratori a sviscerare pensieri e percorsi, tendenze e inclinazioni – personali e universali – intorno all’oggetto chiamato in causa: la letteratura. La letteratura è la mia vendetta, questo il titolo riassuntivo dell’opera, in effetti capitolo dopo capitolo ci si addentra sempre di più in questa ambizione che entrambi gli scrittori nutrono nei confronti del mezzo attraverso il quale si rappresentano il mondo, tentando di capirlo, sentirlo, amarlo e solo alla fine cambiarlo. L’analisi che ne esce fuori è serrata, attraversa come un colibrì leggero, ma bellissimo, la geografia frastagliata e multiforme che un tema simile può presentare.

Claudio Magris, uno dei più importanti e colti scrittori italiani dei nostri tempi, Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, scrittore peruviano con un repertorio letterario invidiabile; sono loro che ci accompagnano in questo viaggio. Un viaggio lucido, difficile, insidioso, pieno di contraddizioni poiché coraggioso, un percorso attraverso il quale gli interrogativi sono tanti e le risposte poche, ma quel poco basta per affascinare il lettore a raddoppiare quelle domande insolute alle quali tutti potremmo dare una risposta, se solo sentissimo veramente il peso liberatorio di un’arte nata per rendere liberi coloro che la praticano. La letteratura ci trasforma e trasforma il mondo, attraverso la fantasia, oppure la nuda narrazione dei fatti, ci dona quel senso di possibilità necessaria, quel ruolo da protagonisti indispensabile per assorbire come catalizzatori l’universo e la vita, ma anche per usufruire delle infinite prospettive che una posizione centrale può offrirci. Non è solo il centro del cerchio che ci interessa, ma la libertà di spostamento che si ricava dalla letteratura, immaginare i mondi possibili, entrare in empatia con la vita degli altri, costruire tempi diversi, storie diverse, sono tutte cose indispensabili per elasticizzare la fissità stringente, per ondeggiare come il mare, pur rimanendo nel nostro bacino fitto di magie e segreti, ricchezze e povertà, insomma il letto di contenimento profondo dal quale ogni cosa nasce per emergere e dare il colore e la forma alla superficie.
Un uomo senza storia è un uomo molto povero, destinato a prosciugarsi come una pozzanghera non alimentata; per tale motivo la letteratura oltre ad essere uno strumento di interpretazione del reale, deve saper riconoscere la varietà delle realtà, gli strati e gli incastri, poi la magia sta proprio nel fatto che tutto ciò non avviene secondo calcoli ed equazioni. Le leggi non esistono, il pudore non è contemplato, la letteratura è una guerra infinita senza vittime e carnefici, solo sconfinati campi di battaglia dove non si concorre alla conquista, ma alla liberazione, e infine ad una verità dagli infiniti volti sul corpo di una sola Storia.

Romanzo e Società
La creazione ha in sé il germe dell’arbitrarietà, a meno che non ammettiamo l’esistenza di un Dio che secondo la classica causa finale, pregna d’amore, abbia dato vita a un mondo ordinato nella sua profonda essenza e disordinato all’apparenza. Anche in questo caso, per quanto le intenzioni fossero nobili, sarebbe tutto scaturito dalla volontà di uno solo, supremo creatore dell’universo, certo un essere perfetto, il più perfetto, ma comunque solo. In più i risultati finali non sembrano all’altezza del creatore, qualcosa gli sarà sfuggita, oppure non ha considerato la ribellione e l’assoluta imprevedibilità degli esseri umani da lui creati, l’onta della ribellione all’Olimpo. Certo è che determinate strutture gerarchiche sembrino essere inscritte nell’agire umano, così sulla terra, tra gli uomini, queste si ripropongono e c’è sempre qualcuno che se ne approfitta, servendosi di quel primo modello che tutto naturalizza col suo cattivo esempio. Il compito della letteratura in cosa consiste, in tal caso?
La letteratura è ribellione a quest’ordine poco convincente, alla retorica bassa dei piani alti che ci suggeriscono quale anello della catena essere. Spesso ne usciamo perdenti, chiaro, ma l’ottusa insistenza dei letterati nel trasformare il reale, smascherarlo, contraddirlo, ci fa ben sperare che prima o poi qualcuno si accorga della beffa. Don Chisciotte non esiste, è vero, ma ci porge comunque un valido mezzo attraverso le sue gesta. Il modo poetico in cui i suoi occhi e la sua vita riescono a riformulare la mendace verità delle cose, sconfigge quel pensiero a senso unico piatto e povero di umanità. Per Don Chisciotte i mulini a vento sono soldati, armate da combattere, noi sappiamo benissimo che in realtà quelli non sono altro che mulini, eppure negli infiniti mondi possibili potrebbero essere davvero nemici giganti da sconfiggere. La follia che attribuiamo all’eroe di Cervantes è una metafora lampante dell’aridità alla quale ci condanniamo, non si pretende che gli uomini si mettano a combattere i mulini, si chiede piuttosto all’uomo di esercitare quella facoltà meravigliosa che è l’immaginazione non per costruire mostri inesistenti, ma per riconoscere quelli nascosti sotto mentite spoglie. Un varco si apre, una poesia in sottofondo affiora, le cose non sono più riconducibili alla loro stretta funzione, ma possono essere altro, di natura diversa, non è il mulino che si trasforma in mostro, ma è il condottiero che si concede il lusso di inventare liberamente, di ridisegnare l’aspetto frustrato delle cose. Talvolta la realtà va trasformata sulla scorta delle nostre percezioni, per essere poi raccontata una storia vera, dove verità non significhi fattività, ma agglomerato di prospettive possibili, vivibili, scaturite da un profondo: il solo legittimo padrone dell’esistenza. La crisi che lo scrittore moderno vive è forte, la domanda sempre la stessa: raccontare i propri demoni o votarsi alla causa pubblica?
Questa frattura tra Storia e Romanzo, in termini stilistici, ma anche in termini esistenziali, si percepisce agli albori del ‘900. La Capria definisce i romanzi di questo periodo ‘falliti’. In questo fallimento c’è il seme della ribellione. Scrittori come Hugo o Manzoni riuscivano ancora a tenere insieme i fili del generale e del particolare, in un’armonia che definiremmo ‘classica’. Un classico è comunque un libro valido in qualsiasi epoca storica, loquace in tutti i tempi. I romanzi del Novecento hanno ammesso di non poter più accollarsi un’interpretazione razionale del mondo. L’uomo è scisso, ha perso le coordinate, è dentro la storia come in trappola, la subisce. Forse la storia ha varcato i cancelli di un limite razionale, oltre, tutto quello che troviamo, non è più narrabile. Accostare la realtà singola a quella collettiva produce antitesi, ossimori. L’universale e la sua lettura corre e lascia indietro i detriti umani, fragili, offesi, incapaci di formare il proprio destino, segregati nella loro tragedia moderna, in un solipsismo che si fa accorato flusso di coscienza poiché intorno è tutto rumore indistinto. Il mostro è quello di Frankenstein, la nostra creatura ci si è rivoltata contro. La sola moralità possibile rimane l’immorale disordine interiore dell’uomo. Non si può più prescindere dai soggetti. Ed è alla costruzione dei soggetti che la letteratura mira. In questo insormontabile divario tra il mondo costruito e quello sperato si colloca il letterato, o il semplice lettore. Da un buon libro si ritorna con uno spirito critico sviluppato, quasi esasperato, poiché l’utopia e il mito che troviamo nei romanzi ci raccontano l’alternativa, riferimenti che non coincidono quasi mai con eroi positivi. In un romanzo spaziamo dal criminale alla prostituta, dal santo al profeta, dal banale essere vivente al genio, il trucco è l’onestà, la varietà, forse la verità che in definitiva è quella di ognuno e per ognuno a suo modo valida. Ci confrontiamo col rispetto, la tolleranza, non perché i modelli incarnino queste qualità, ma perché, come nel caso di Don Chisciotte, è la fabula che appassionandoci ci fa schierare e scegliere a quale forma dell’esistenza appartenere.
La passione e l’empatia pongono uno specchio enorme di fronte al volto del fruitore di qualunque arte, per quanto la razionalità ci renda civili, è il sentimento la vera tensione, l’unica spinta del mondo. L’inspiegabile affezione, la misteriosa forza che fa volteggiare la foglia nella caduta libera dall’albero, creando giochi armonici e irripetibili bellezze.

Il tempo impuro e lo stile
Anche col tempo avviene una rivoluzione in letteratura. Lo scrittore si ribella alla linearità del tempo conosciuto con un artificio, non arbitrario questa volta, perché il tempo viene dettato da elementi validi, pretesi dalle storie che vengono raccontate. Il tempo impuro è quello che cercava spasmodicamente Italo Svevo in grammatica. Un tempo ribelle, non ascrivibile all’astratto innesco di tempo e spazio, un tempo del respiro, del pensiero, più confuso, ma più reale. È il tempo del battito cardiaco quando salta un colpo per un’emozione improvvisa, il tempo dilatato e percepito infinito come lo spazio che si apre tra due persone vicinissime o lontane, il tempo dell’uomo di fronte alla natura, alla meraviglia di un tramonto, incalcolabile dalle lancette di un orologio, il tempo dell’attesa che ha un suo colore ed è scandito dall’impazienza, infine quello condiviso da due persone che si amano, troppo poco, sempre troppo poco anche se dura tutta la vita. È sempre l’uomo, quindi, l’oggetto animato della letteratura, ed è sempre questo il suo creatore. Per questa ragione, come affermava Wittgenstein, possiamo riconoscere l’esistenza di due tipi di scrittori: colui che scrive con la testa e colui che scrive con la mano. Entrambi necessari, ma probabilmente lo scrittore più ascoltato sarà sempre il secondo. È il fondo della personalità e dell’identità di ognuno che ci fa comunicativi, ci rende più sensibili, poiché parliamo a/da una dimensione da tutti condivisa, per quanto imperscrutabile. L’oggettività che cerca la ragione sfuma, impallidisce a confronto con la vastità delle impressioni violente, ed anche quando queste sono momentanee, lasciano gli unici veri solchi, le tracce più vicine a qualcosa che ci ha destati dal torpore e dal quieto riposo.
L’uomo è di natura impressionabile, la recettività che possiede è la porta principale dalla quale entra la vita. È un meccanismo brutale, probabilmente, ma un corpo alterato produce uno spirito alterato, il che significa una finestra sul mondo che permette al firmamento di entrare nelle stanze chiuse per raccontare la luce che proviene da stelle tutte diverse.

Gli intellettuali e le questioni ideologiche indegne
In quella che può sembrare un’esaltazione della letteratura e degli adepti, c’è e deve esserci spazio per una lucidità critica interna, incoraggiata dal concetto stesso di letteratura. La questione è la seguente: come sia stato possibile che molti scrittori osannati, autori di autentici capolavori, depositari di raffinatissime sensibilità e interpreti instancabili del mondo, siano poi scivolati pesantemente in contraddizioni ingiustificabili, come l’odio raziale, il supporto intellettuale a regimi dittatoriali, fino ad arrivare alla scellerata (ma non tanto) apologia del male. Nel seguente libro viene citato Louis-Ferdinand Céline, mostro sacro della letteratura novecentesca, autore di capolavori insuperati, uomo brutalmente ferito dalla guerra, convintosi a un certo punto che l’autenticità della vita non risieda nell’amore tra esseri viventi o nei valori della democrazia, per lui affabulazione retorica, bensì nella nuda vitalità amorale, nel male stesso. Qui è Claudio Magris che risponde e lo fa appellandosi a quel binomio ‘chiarezza di giudizio e amore’.
Andiamo per ordine. Molti sostenitori del male come autentica natura primordiale dell’uomo potrebbero anche aver ragione, oppure potrebbero essere rimasti folgorati e feriti dalla violenza della vita, tanto da arrendersi ad essa per sprofondare in un limbo in cui nessuna cosa chiede ragion d’essere, ma, per citare qualcuno, ogni cosa ha stanchezza di esistere e spalancato dolore. Eppure anche qualora ammettessimo la natura malvagia delle cose, appare quasi inevitabile l’affiorare di quella grazia che ci ha sollevato dal fango e resi ribelli alle leggi spietate del mondo animale. Gli scrittori, più in generale gli artisti, che rinunciano alla nobile pratica della trasformazione, diventano individui accomodanti, pedine, infine uomini e donne perduti, condannati non alla bruttezza, ma all’orrore della meccanicità divoratrice. Magris si rivolge ai lettori delusi, a quelli che non sanno scegliere se ripudiare nel totale lo scrittore o le sue posizioni. Entra in gioco quel binomio sopra citato. La libertà perché sia degna del suo nome e non rimanga vittima dell’idolatria deve saper discernere, discriminare, rimanere indipendente nel giudizio e fedele nei sentimenti: condannare il loro agire pur senza cessare di amarle (le persone). Forse, permettetemi il sentimentalismo, questo è il solo e unico amore.

Viaggio e romanzo
Il viaggio attraverso la vita ci rende più noi stessi o ci allontana da quell’antica dimora che siamo?
Claudio Magris più di Vargas Llosa conosce l’entusiasmante viaggio che spinge l’uomo verso i confini del mondo. Il confine porta con sé lo spaventoso mistero dell’ignoto, ma anche la vivace euforia della scoperta, del nuovo, delle seconde possibilità. La letteratura è terra di confine, suolo misto, spazio disputato, ma di nessuno e quindi di tutti. Però ai confini è praticamente impossibile stanziare a lungo, questi sono fatti per essere oltrepassati, non conquistati, dopo il confine c’è altra vita, entro il confine c’è ancora vita, erigere muri su questi suoli è un crimine contro l’umanità, poiché significa distruggere il luogo sacro in cui due realtà diverse si toccano, la sola chiesa laica dell’essere umano.
La letteratura occidentale nasce da un viaggio e da un presunto cieco.
Omero e l’Odissea.
Due interpretazioni possibili dell’Odissea: il viaggio di Ulisse come percorso circolare, oppure rettilineo.
Nel primo caso il suo viaggio è la chiara metafora dell’uomo che torna a se stesso, alla propria identità, qui nelle vesti della terra natia. Si presuppone un essere umano metafisicamente fondato, dove la vita e l’esperienza rappresentano arricchimento, o mutamento profondo. Un uomo così inteso rimane fedele però a quel nucleo intorno al quale il viaggio implica esclusivamente contorno. Da qui il ritorno, il desiderio della casa. Dall’altra parte, invece, abbiamo la cattiva infinità, l’impossibilità del ritorno elevata a simbolo di un’umanità persa per strada. L’uomo è condannato a divenire sempre un altro, ogni volta diverso, ogni volta eccezione alla regola iniziale, fino a trasformarsi in Nessuno. Io aggiungerei: solo allora in Qualcuno, perché il Se stesso non è mai esistito, è la grande prigione dell’uomo. Credere in una natura che detti i suoi predicati significa rinunciare alla volontà di decidere autonomamente le infinite declinazioni del nostro essere. Però questa è una disputa infinita tra esistenzialismo e metafisica che al momento è più saggio lasciare sospesa.
Ritornando alla letteratura, a me sembra miracoloso il fatto che un Omero cieco abbia potuto dare vita ad un Ulisse illuminato dall’occhio della ragione, ma in effetti non lo è, perché se la letteratura, dalla notte dei tempi, ha posseduto una magia inspiegabile è stata proprio quella di liberare gli uomini dai limiti della propria condizione, elevandoli a divinità terrene capaci di immaginare l’eco speranzoso della vita eterna, tra le braccia della morte.

 

 

 

Claudio Magris/Mario Vargas Llosa
La letteratura è la mia vendetta
traduzione Bruno Arpaia
Milano, Mondadori, 2012
pp. 69

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