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Domenica, 17 Marzo 2013 21:09

Dal Doge Boccanegra al Doge Foscari

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E dopo il Doge genovese Simon Boccanegra a calcare le tavole del palcoscenico del Teatro Costanti di Roma è il Doge di Venezia Francesco Foscari.
Il Teatro dell’Opera celebra il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi mettendo in scena, oltre al Simon Boccanegra inaugurale e la ripresa del Nabucco a luglio, un’opera giovanile di Verdi, ingiustamente considerata minore tra quelle del catalogo del compositore di Roncole.Opera romana, I due Foscari, essendo andata in scena la prima volta il 3 novembre 1844 al Teatro Argentina.

Con questa opera Verdi inizia ad approfondire una delle tematiche preferite della propria drammaturgia: il dramma del potere.
Benché l’analisi della tematica sia agli albori, già si intravede compiutamente in filigrana quell’acuta introspezione psicologica dei futuri Macbeth, Simon Boccanegra e, soprattutto, Don Carlo.
Opera di congiure, condanne ingiuste, Consiglio dei Dieci, esilio, morte: I due Foscari.
Il figlio del Doge veneziano Francesco Foscari (1373 -1457), Jacopo Foscari, è accusato del duplice omicidio di due membri della potente famiglia dei Lorendano e per questo condannato dal Consiglio dei Dieci all’esilio a Creta.La moglie di Jacopo Foscari, Lucrezia Contarini, prega il Doge Foscari, addolorato per la sorte del figlio, di annullare la sentenza ingiusta; il Doge oppone il suo rifiuto: la Legge veneziana non può essere fermata neppure dal Doge.Il Doge Foscari vive il suo dramma di uomo di potere e di padre consapevole di non poter aiutare minimamente il figlio ingiustamente accusato di delitti orrendi e di essere al centro di una congiura di palazzo.Jacopo Foscari è costretto a partire per l’esilio: saluta la moglie, i figli e il Doge per l’ultima volta, augurandosi di poterli rincontrare in Cielo.Il Doge, afflitto per la perdita dell’ultimo figlio, apprende da Barbarigo che un reo si è autoaccusato degli omicidi ingiustamente attribuiti al figlio Jacopo.
La verità però giunge troppo tardi.
Lucrezia Contarini, si precipita dal Doge per comunicargli che Jacopo, appressandosi a partire per l’esilio, è morto di crepacuore.
I membri del Consiglio, portando a termine la congiura ordita contro l’anziano Doge, chiedono a Francesco Foscari di abdicare, di consegnare le insegne del potere dogale.L’anziano Doge rinuncia al potere e si disfa dell’anello dogale. Sente la campana della Basilica di San Marco che saluta l’elezione del nuovo Doge: dopo quest’ultimo dolore il Doge muore di crepacuore, come il figlio Jacopo.
L’Opera di Roma, come per il Simon Boccanegra inaugurale, ha affidato le cure musicali dell’opera alla sapiente, profonda e lirica bacchetta di Riccardo Muti, che, ancora una volta, conferma di essere l’interprete verdiano di riferimento.
Negli ultimi anni si sta assistendo ad un percettibile mutamento della cifra interpretativa di Muti: ai toni spesso baldanzosi, garibaldini, a tratti corruschi, al calor bianco tipici degli anni scaligeri, si sta sostituendo una visione lirica, a tratti intimistica, fondata su agogiche meno tese e su colori orchestrali tenui, quasi pastello, su un uso sapientissimo delle dinamiche che esaltano le capacità vocali dei cantanti.Il clarinetto del preludio dell’atto I cantava melanconicamente la melodia del dolore di Jacopo come raramente si ascolta.L’accompagnamento orchestrale del duetto dell’atto I tra Jacopo e Lucrezia evidenziava e amplificava il senso di struggimento dei protagonisti.Il finale, invece, esprimeva il disprezzo del vecchio Doge che ritrova negli ultimi istanti di vita il suo orgoglio, benché minato dal dolore della perdita dell’ultimo figlio.
La perdita del figlio, altro tema assai caro a Verdi, si insinua in quest’opera e in tutta la futura produzione verdiana con prepotenza, benché silenziosamente.
La regia dello spettacolo era di Werner Herzog, cineasta tedesco, regista, tra gli altri, del film Fitzcarraldo, sicuramente più a suo agio con la scarna drammaturgia wagneriana piuttosto che con quella, assai più complessa, verdiana.
Regia anonima, priva di idee originali, alla quale bisogna riconoscere il merito di aver comunque illustrato la trama con fedeltà al testo.Le scene e i costumi, precisi nel connotare l’ambientazione veneziana dell’opera, erano di Maurizio Balò.Ben assortito il cast vocale.
Luca Salsi, malgrado la giovane età, ha interpretato con autorevolezza vocale e scenica il ruolo dell’anziano Doge: voce scura, ben timbrata, ha delineato una figura di padre dolente attraverso l’uso sapiente di un’emissione vocale in grado di evidenziare le frasi liriche, così come quelle più tribunizie.
Un Doge che, anche nella fase più acuta del proprio dramma personale, non scade mai in effetti vocali pre-veristici.
L’impervio ruolo di Lucrezia era affidato a Tatiana Serjan.Si resta stupiti per la potenza vocale e per la suggestione del timbro, benché non propriamente bello, del soprano russo, tuttavia dopo lo stupore iniziale si pensa che la Serjan, non riesca a scrollarsi di dosso il ruolo di Lady Macbeth, il quale – a ragione! – le ha dato notorietà planetaria.Pur avendo ben cantato la parte di Lucrezia, questo personaggio necessiterebbe di minor vigor vocale e minore instabilità psicologica. Resta comunque l’ottima resa vocale che ancora una volta ha confermato l’indubbia capacità del soprano di San Pietroburgo di dominare con facilità anche i ruoli più ostici del repertorio verdiano per soprano.
Francesco Meli era Jacopo Foscari.Davvero difficile esprimere con le parole la bellezza del timbro del giovane tenore genovese: accento perfetto, voce baldanzosa, fresca, capace di lirici sussurri e di veementi abbandoni.Francesco Meli ha confermato l’ottima impressione fornita nel ruolo di Gabriele Adorno nel Simon Boccanegra inaugurale.
Buoni tutti gli altri interpreti.
Perfetto nell’evocare il clima cupo dell’opera il coro del Teatro dell’Opera di Roma, il quale sotto la direzione di Roberto Gabbiani si sta imponendo come uno dei migliori in Italia, perfetto nella resa del tanto discusso “colore verdiano”.
L’orchestra dell’Opera conferma, se ce ne fosse bisogno, di essere una compagine sempre in perfetta sintonia con il direttore d’orchestra.
In attesa di ascoltare Nabucco nel mese di luglio, non resta che essere felici che in Italia, nell’anno del bicentenario verdiano, sia possibile allestire produzioni all’altezza del Genio verdiano e, sicuramente, delle sue aspettative!

 

 

 

I due Foscari
musica di Giuseppe Verdi
libretto Francesco Maria Piave
direttore Riccardo Muti
regia Werner Herzog
con Luca Salsi, Tatjana Serjan, Francesco Meli, Luca Dell'Amico, Antonello Ceron
orchestra e coro Teatro dell'Opera
maestro del coro Roberto Gabbiani
scene e costumi Maurizio Balò
luci Vincenzo Ramponi
Roma, Teatro Costanzi
in scena dall'8 al 16 marzo 2013

 

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