“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Sabato, 30 Luglio 2016 00:00

Dici "classico" e pensi al meglio

Scritto da 

A volte mi diverto a proporre delle riflessioni partendo da giochetti con le parole. Stavolta vorrei trattare di un termine che siamo abituati a masticare fin dai banchi della scuola: classico, comprese eventuali declinazioni. Classicismo, i classici, quel film è oramai un classico, la musica classica.

Nel periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento fu la passione per il classico a risvegliare le menti dal sonno medievale: in questa categoria rientravano varie manifestazioni del genio, dai testi letterari antichi tipo il De rerum natura di Lucrezio o i frammenti di Pitagora alle statue greche che potevano essere ammirate, spesso in copia, a Roma. Chi sono veramente i classici e perché ancora ci meravigliano i fregi del Partenone o il Colosseo? Perché, tanto per fare un altro esempio, un contemporaneo ha potuto dire che il pensiero occidentale non è che la nota a margine della filosofia di Platone?
Nella lunga storia del mondo, due periodi sono considerati veramente classici: la Atene dei secoli V e IV a.C. e la Roma repubblicana dal I secolo a.C. all’avvento di Augusto. Ed era così anche nell’antichità: Alessandro Magno, che ovviamente non conosceva Roma, pensava però, come continuiamo a fare, che alcuni drammaturghi di Atene avevano scritto opere che oggi potremmo dire classiche.
C’è da fare un piccolo inciso: ovvero se quella Atene, l’Atene di Eschilo, Sofocle, Euripide − impossibile non citarli in una rivista in cui si scrive critica teatrale − Pericle, Fidia, Prassitele, Lisippo, Erodoto, Tucidide, Socrate e Platone, l’Atene dei grandi legislatori, si guardasse alle spalle alla ricerca di suoi classici: e inevitabilmente viene alla mente il nome di Omero. I poemi omerici non parlano tuttavia del tempo che Omero visse ma di eroi mitici e delle loro gesta. Diciamo che nel 750 a.C, l’epoca di Iliade e Odissea, i greci volevano ascoltare simili racconti: erano questi a esprimere bene i valori del pubblico. Che ancora, dunque, era immerso in una mentalità più mitica che umana (potete scomodare Nietzsche). Non che nell’Atene del V secolo a.C. fossero scomparsi gli amanti di Omero, tutt’altro, ancora nel XXI secolo corriamo al cinema se proiettano una trasposizione della guerra di Troia, appassionato di Omero era lo stesso Alessandro Magno, ma ciò che rileva è che, a partire dalla lingua in cui sono scritti, un dialetto noto come greco orientale, fino ai valori e alle storie che contengono, i due poemi appartengano a un’epoca degli eroi, non secolarizzata, in cui erano le armature e non i commerci a scaldare i cuori.
Cos’era Atene in quei secoli V e IV? Una società schiavistica, imperialista, dove le donne non contavano ma anche un agglomerato di 300.000 residenti nel territorio attico di cui la metà nella polis. Le assemblee, almeno quattro al mese, dico quattro al mese, a cui i maschi liberi potevano partecipare, si trasformavano in raduni, per le decisioni importanti, di 10.000 persone. Sì, 10.000. Dovevano essere delle cose di una noiosità esasperante ma gli ateniesi, maschi e liberi, non la pensavano così: la partecipazione alla vita politica era un valore in sé (potete scomodare Constant). Certo, non era la democrazia dei moderni ma una democrazia classica in ogni caso il sistema più avanzato che per millenni l’umanità abbia conosciuto. Ecco perché per chiunque, da Alessandro Magno in poi, parlare di età classica significa pensare a quella città in quel momento: il suo grado di maturazione politico-culturale e filosofico-artistico non aveva eguali e mai li avrebbe avuti fino all’epoca dei nostri nonni.
Furono i romani a usare per la prima volta questo aggettivo, in particolare Adriano, il più marcatamente classicizzante e filo-greco degli imperatori. Com’è che scomodò il termine classicus? Perché significa: di prima classe. I classici erano le reclute dell’esercito romano con l’armatura pesante addosso. L’élite delle legioni. L’età classica, dunque, era la migliore immaginabile. Uno, al massimo, può sperare di replicarla: il sogno di Michelangelo, Bramante e Leon Battista Alberti.
Pure Roma, che sostituì Atene e la Grecia nella guida dei popoli mediterranei, a un certo punto cominciò a ragionare su una sua, eventuale, età dell’oro. Siccome le menti un po’ più raffinate facevano sempre parte dei circoli senatoriali, questi ultimi partorirono Tacito, un gallo narbonense, uomo nuovo al Senato, che conobbe tutta la vicenda di Traiano e i primi anni di Adriano. Ebbe due fortune: di vivere proprio quando l’istituzione romana più antica si era aperta a uomini provenienti dalle province, non solo italiche, e di godere di un’epoca di relativa tranquillità per dedicarsi a letture e riflessioni. Mica era un liberale, non credeva di certo alla saggezza politica delle masse, aveva pure i suoi pregiudizi verso greci ed ebrei. Tuttavia per Tacito un concetto era assodato: i despoti inducono al servilismo e la libertà diventa con loro furba remissività. Come dargli torto visto che dopo Augusto erano succeduti un incapace, Tiberio, un fuori di testa, Caligola, un mezzo demente, Claudio, e un depravato, Nerone. Dal 14 al 68 d.C., 54 anni: un periodo lungo e terribile che ancora ci si chiede come sia stato possibile che il cesarismo di un uomo solo al comando abbia retto e non si sia tornati alle istituzioni precedenti.
La perdita della libertà romana repubblicana, ecco l’età classica della città eterna, venne descritta da Tacito in modo così efficace che genti molto attente al liberalismo, ovvero gli inglesi, si innamorarono di questo autore e, di conseguenza, delle vicende antiche di Roma. Non è un caso che sia Storia della decadenza e della caduta dell’impero romano di Edward Gibbon il saggio per eccellenza per capire com’è andata. Sì, avete indovinato: un classico.

 

 

 

 

 

Robin Lane Fox
Il mondo classico (The Classical World)

traduzione di Davide Tarizzo
Torino, Einaudi, 2007 (2005)
pp. 651

Lascia un commento

Sostieni


Facebook