“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Mercoledì, 08 Giugno 2016 00:00

Ombre all'ombra di un amore

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“L’unica cosa che posso darti è questa mia persona, se non ti fa schifo”.

 
Un rispettabile professionista si innamora di una ragazza molto giovane che per mestiere fa la prostituta. Fin qui la storia è quasi banale, nella letteratura conosciamo bene questo tema. Però Un amore è stato scritto da Dino Buzzati. Cambia tutto.
Mentalismo e poeticità, lirismo disperato e profondità spaventose. Seguiamo il pensiero di Antonio, il protagonista, senza quasi avvertire i cambi repentini di tempo, luogo e persona. Siamo nel vortice, nella spira più crudele di una mente ossessionata. Finiamo per pensare con la stessa inesattezza grammaticale, con lo stesso sporco stile che nasce dalla paura, dal dolore, dal cratere in fiamme di un amore pieno dei cocci delle identità che lo compongono.

È un fascio di nervi, un corpo quello della storia che diventa carne viva insieme alle spoglie capricciose e svilite di Laide, la ragazza dai lunghi capelli neri, la sirena arenata su scogli inquinati ai limiti di una città. Laide è il nome di una famosa etera dell'antica Grecia, la quale vantava amanti illustri.
La Laide di Antonio, invece, è una piccola ragazza offesa dalla vita, capricciosa come una povera disgraziata che cura il suo pudore e la sua dignità carezzando i brandelli della sua veste scadente e logora. Amata da Antonio, costruisce come un dilettante ragno la sua tela di bugie e finzioni, mente spudoratamente a quell'uomo che dice di esserne completamento vinto, si arrampica su alture insidiose, architetta e manovra maldestramente i fili delle sue molte vite, quelle tutte identiche e piene di vergogna alle quali lei darà un criterio ordinato e puro, ripulendo con la menzogna le tristi esistenze nelle quali si svende. Laide è una fata bambina senza ali, derubata dalla società delle possibilità semplici alle quali ambisce, costretta al fango, spinta oltre i bordi dei precipizi miseri. È la sagoma giovane e sfinita di una città fiera dei suoi quartieri verdi e sintetici, dimentica delle periferie, dei piccoli cuori massacrati e nascosti in vie troppo strette e troppo buie da poter esplorare. "In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli anni e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all'ombra tetra dei condomini, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore". Laide che balla per un istante e dimentica la fatica, dimentica la città fuori dalla finestra, così incupita e impassibile, veloce e affamata, incapace di fermarsi un solo attimo per ascoltare il polso assordante delle vite che la abitano, di quelle sprecate e derelitte storie private.
Non è la bellezza lo scopo dell'ordine, ma una comoda funzionalità, una vetrina come una facciata fatta di immagini pubblicitarie finte e morte, plastificate e rassicuranti. La città che erutta, insonne e malata, l'indifferente metropoli fatta di uffici e palazzi, senza persone. Laide conquista con la sua narrazione il diritto alla fuga da una vita per necessità, è costretta a inscenare e porgere al mondo letture distorte della realtà. Quando balla, lì come una rosa, al centro dell'inferno, la sua leggerezza la rende invisibile, incorporea, ritorna bambina e piena di speranze, ritorna per un attimo alla purezza dei sogni quando stanno tutti in piedi su un pavimento liquido. Lei è la nostra vittima, il corpo e lo spirito sacrificato nel tritacarne della modernità, sfuggente come una lucciola che non si spegne neppure quando ormai è lontana, indesiderata di giorno perché superflua col suo desiderio in vendita, agognata la notte per poche ore, poi spazzata via, roccia leggera di un fiume impazzito. I capelli neri che porta sciolti sul corpo magro e acerbo sembrano rivoli di acqua buona, i seni piccolissimi da bambina sono timide forme di un'arte spontanea e perfetta, decorazioni e non accessori, polpa e non buccia.
Antonio ne è divorato, un uomo come lui pieno di controllo, serio nel suo lavoro, passeggero senza paesaggi, non si capacita e si dispera per avere un briciolo di quell'universo punito in terra e in cielo e che a lui pare l'unica salvezza, gli dovesse costare ogni cosa. Assistiamo alla completa distruzione di quest'uomo, fatto a brandelli da una cosa piccola e immatura e già condannata, impossibile da possedere poiché di tutti.
Nell'ultimo capitolo che a mio parere racchiude tra le più belle pagine che siano mai state scritte, troviamo Antonio e Laide semiaddormentati, riversi sulla schiena della notte e al riparo da una città che non fa più paura. Anche se sconfitti entrambi, anche se la Laide nata ombra e Antonio diventato tale sono rimasti soli e sfiniti al margine senza cuciture della vita e della morte, adesso, in questo preciso momento che è per sempre in qualsiasi tempo, riflettono con le loro schiene, sfumate come da una caligine ebbra di luce, il segreto mistero di un amore imperfetto, venuto al mondo con dei sogni e delle storie non ancora spese, consumato nel mezzo, precipitato sui corpi di uomini e città spaventati a morte, ancora insonnoliti, estranei nei letti e per le strade, bellezze non viste, vissute invano.

 

 




Dino Buzzati
Un amore

Milano, Mondadori, 2015 (1963)
pp. 264

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