“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 26 Maggio 2016 00:00

"Caffè amaro". L’Occidente di Simonetta Agnello Hornby

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In copertina un ritratto di Marpessa, musa del fotografo Ferdinando Scianna, datato 1987. Un corpo che, sebbene castamente coperto, si lascia guardare per la sensualità naturale della posa nell’atto di affacciarsi al balcone e rivolgere lo sguardo altrove, verso chissà quali sogni, quali speranze. In quello sguardo una carica erotica vagamente infantile, la stessa di Maria, protagonista di Caffè amaro, il nuovo romanzo di Simonetta Agnello Hornby edito Feltrinelli.
Ancora una volta ambientato in Sicilia: tra l’entroterra madonita e la città di Palermo. Un paesaggio che in ogni nuovo romanzo della Hornby si fa più nitido, che appartiene ai protagonisti, come questi appartengono a lui. In Caffè amaro il Sud occidentale è una femmina odorosa e frenetica.

Quella di Maria Marra, figlia del socialista decaduto Ignazio Marra, è una storia di crescita e di scoperte: prima l’eros, poi l’amore. La sua bellezza è una malia incantatrice per gli umori presenili del ricco Pietro Sala che, travolto dal desiderio di lei, è deciso a sposarla ancora adolescente e senza dote. Il matrimonio con Pietro occupa la prima parte del romanzo: la scoperta del proprio corpo, il nuovo ruolo di amante, la convivenza con le dipendenze di Pietro, la rivalità con le sorelle di lui e il vortice di segreti, debiti, colpe che gravita intorno alla sua famiglia, rinforzano il carattere di Maria che, da bambina, diventa moglie e madre risoluta.
Le vicende della disgregata famiglia Sala s’intrecciano ai fatti della spedizione italiana in Libia del 1911, di cui la narrazione tralascia l’efferatezza ovattandoli nell’atmosfera ricca dei salotti siciliani e di un’Italia fieramente fascista che Maria frequenta insieme al marito mantenendo, però, una diffidenza composta, in contrasto con la sparsa, isterica idolatria del duce.
Un piatto resoconto della vita di Maria pare questa prima parte del romanzo non priva, tuttavia, di scene di dettagliata raffinatezza narrativa: in particolare è la madre di Pietro, Anna Sala, il personaggio più interessante. Affetta da quello che sembra un forte esaurimento nervoso, è imperscrutabile, incoerente e, però, la Hornby riesce a farcela vedere e quasi comprendere, ci rende partecipi di un dolore che non conosciamo fino in fondo. Accudita da una schiera di grigie monache, accasciata su una poltrona tra ceste di gomitoli senza fine che le balie riavvolgono mentre lei li disfa, illuminata da un pallido sole schermato dal tulle bianco delle tende. È con la squisitezza descrittiva di quest’atmosfera da carcere candido che l’autrice ci dice di Anna più di quanto lasci dire alla stessa.
E con eguale precisione ci viene restituito l’odore agrodolce dei gelsomini di casa Marra e quello pungente delle cave di zolfo, proprietà dei Sala; il profumo dei tetù e tetìo e delle crozze ‘i morto, dolci tradizionali della festa dei morti che Maria prepara con le cuoche e i figli; il rombo della Isotta Fraschini che spavalda attraversa strade sterrate, calpestate solo dagli zoccoli dei cavalli, seguita da orde di ragazzini curiosi. E ancora, il concerto al pianoforte che Maria ogni giorno offre dal suo davanzale a un affezionato pubblico di mercanti e contadini, balie e domestiche.
Sulle dune del deserto di Tripoli, dove la famiglia Sala trascorre il Capodanno del 1914 al seguito di una nobiltà sfacciatamente avvezza al lusso e fiduciosa nell’esercito del duce, la figura di Maria acquisisce nuova profondità. Qui, a metà della storia, sa finalmente d’amare mentre capisce che cosa è la guerra. Negli occhi di Giosuè Sacerdoti vede l’orrore che lui, migliore compagno della sua infanzia, amico e fratello, ora ufficiale dell’esercito fascista e diplomatico del regime, ha vissuto. Nel suo cuore scopre il terrore della morte ma nella sua mano sente ardere la stessa passione che lei, per la prima volta, ora sente per lui. Scopre un sentimento che fino ad ora oscuramente l’ha legata a lui. In mezzo a quel nulla dorato sanno di essere inseparabili e anche in pericolo.
La seconda parte del romanzo è la storia di questo amore autentico ma impossibile. Soffocato prima dal dilagare dell’antisemitismo, diventerà clandestino con l’adesione dell’Italia alle leggi razziali che costringono Giosuè, ebreo di nascita, a una lunghissima prigionia. Il secondo conflitto mondiale poi vede la città di Palermo ferita a morte, mentre l’orrore dei bombardamenti acuisce in Maria e Giosuè la voglia di restare in vita. Anche qui la penna dell’autrice è quasi più rilevante della storia: ci racconta di Palermo attraverso i suoi resti e le sue brutture; una città disillusa, offesa dagli alleati e deturpata dai liberatori. Che cambia assetto e abitudini. Che impara a convivere con la precarietà nell’attesa della rinascita. Una città che, come Giosuè e come Maria, resiste anche sotto le bombe del 9 maggio 1943.
Caffè amaro è la storia di una resistenza che dà libertà di scegliere quando è il momento di morire, quando quello di vivere.



 

 

Simonetta Agnello Hornby
Caffè amaro
Milano, Feltrinelli, 2016
pp. 348

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