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Venerdì, 11 Marzo 2016 00:00

'900, il secolo delle "Benevole"

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Durante l'assedio di Leningrado, Dmitrij Šostakovič compose la Sinfonia n. 7, definendola una "Blitzsymphonie di risposta al Blitzkrieg nazista".
Anche il Dottor Maximilien Aue avrebbe voluto diventare un grande pianista e compositore, ma in certi cupi frattali della storia, quando ci si ritrova nel bel mezzo di un mattatoio, non c'è possibilità di scelta, e l'unica sinfonia possibile è quella della propria vita.
Diviso in sette parti che prendono nome dai movimenti di una suite di danze, Le Benevole di Jonathan Littell è una sinfonia narrativa suonata da un unico musicista condannato ad eseguire, per l'intera vita, il tempo e gli accordi delle Eumenidi (Le Benevole, le furie greche della vendetta), implacabili e invisibili direttori d'orchestra. Imbarcarsi in questa lettura significa seguire il protagonista nell'esecuzione di uno spartito di quasi mille fittissime pagine, condividendo i malesseri fisici e mentali delle derive dell'orrore, dove gli incubi peggiori rappresentano una fuga consolatoria da una realtà decisamente più sinistra.

Scartata l'ipotesi del suicidio, avendo deciso di 'durare' e di ammazzare il tempo "prima che il tempo ammazzi noi", il Dottor Aue – autentica fabbrica di ricordi – deve raccontare; in realtà non pensa di essere obbligato a farlo, al riguardo ritiene di non aver niente da giustificare o da lucrare, e di certo non lo fa per farci piacere; il fatto è che sono successe tante cose e la propria igiene mentale suggerisce un'evacuazione narrativa, come capita a chi ha mangiato troppo, e se il risultato di questa evacuazione non sarà né buono né profumato è perché non sempre si può scegliere, ma il lettore ha sempre il potere inappellabile di chiudere il libro e buttarlo nella spazzatura. È con questo tono allo stesso tempo intimo e scostante che Maximilien si rivolge al lettore, anche se – tiene a precisare – "non è per voi che scrivo", esortandolo ad interrogarsi, mettersi in gioco, e compromettersi, ricordandogli sempre che se la cosa dovesse risultargli insopportabile, lui (il lettore), ha la fortuna di poter smettere.
Uscito dalla guerra come un uomo svuotato che possiede solo amarezza e vergogna, il Dottor Aue conduce sotto una falsa identità una vita ligia a tutte le convenzioni sociali, ma non è sempre stato così e non è di questa vita di cui parlerà, ma dell'altra, la precedente, e lo farà bevendo il calice fino alla feccia, senza false contrizioni e inutili sentimentalismi, d'altronde il pentimento – diceva il suo ex commilitone Eichmann – è una cosa da bambini. La ragione per cui il protagonista, pur non cercando alcuna benevolenza, si rivolga frequentemente al lettore, va forse cercata nella profonda convinzione che chiunque, al posto suo, avrebbe fatto esattamente le stesse cose. Non esiste il "disumano", termine molto abusato dopo la guerra, "C'è solo l'umano e poi ancora l'umano", e l'umano, trovandosi in una guerra che non chiede permessi alle vittime, ma neanche ai carnefici, non può fare altro che agire come gli è richiesto di fare: "Nessuno chiede il tuo parere. L'uomo in piedi sopra la fossa comune, nella maggior parte dei casi, non ha chiesto di trovarsi lì, proprio come chi giace, morto o morente, in fondo a quella medesima fossa".
È l'inizio di un racconto epico, lucido e dettagliato, che affronta tutti i punti di vista possibili su di un secolo marchiato da conflitti totali. Lo sguardo fornito da Littell al suo protagonista è assoluto: ampio e ristretto, individuale e universale, è il punto di vista di un'imparziale divinità pagana che delega all'umano gli esiti del proprio destino. La guerra totale è questo, dice Max, "il civile non esiste più, e tra il bambino ebreo gasato o fucilato e il bambino tedesco morto sotto le bombe incendiarie c'è soltanto una differenza di strumenti; quelle due morti erano altrettanto inutili, nessuna delle due ha abbreviato la guerra, neppure di un secondo; ma in entrambi i casi l'uomo e gli uomini che li hanno uccisi credevano che fosse giusto e necessario; se hanno avuto torto, a chi dare la colpa?".
Se è vero, come dicono, che questo romanzo ha subito l'influenza di Shoah, il documentario definitivo di Lanzmann sullo sterminio, c'è da dire che Littell ha mirato più in alto; nelle immagini di Lanzmann, in Polonia, noi siamo sempre e solo gli ebrei e non riusciamo a concepire nessun altro punto di vista moralmente accettabile; attraverso le parole di Littell, in quegli stessi luoghi, non possiamo sottrarci dall'essere allo stesso tempo l'uomo che giace in fondo alla fossa e l'uomo col fucile al di sopra di essa. E di provare profonda pietà per entrambi.
Aue è prefatore di sé stesso, introduce gli eventi anticipando quello è stato il suo approccio emotivo agli stessi: dapprima orrore, poi, nient'altro che abitudine, routine. Nell'affermarlo sente già, sotto il tratto segnato dalla penna, il dibattersi del lettore, il suo indignarsi; anticipa anche quello, poi entra nella descrizione, e con perizia chirurgica non lascia nulla all'immaginazione lasciando spazio solo all'orrore (come aveva previsto); senza far riprendere fiato introduce una seconda descrizione, e poi una terza, e un'altra ancora, fino a quando il sapore della terra di quella fossa è diventato familiare, l'indicibile è già abitudine, e mentre il lettore si domanda perché continuare così – dato che il climax è stato già egregiamente raggiunto ed ogni parola in più non può che sortire effetti antalgici – il Dottor Aue ci rivolge un ghigno maligno, tutto quello che aveva previsto si è verificato, se un'abitudine anodina si è diffusa nel lettore, allora è probabile che non siamo esseri umani migliori di lui: "Scusatemi, non ci sono molte probabilità che voi siate l'eccezione, non più di me. Se siete nati in un paese o in un'epoca in cui non solo nessuno viene a uccidervi la moglie o i figli, ma nessuno viene nemmeno a chiedervi di uccidere moglie e figli degli altri, ringraziate Dio e andate in pace. Ma tenete sempre a mente questa considerazione: forse avete avuto più fortuna di me, ma non siete migliori".
Per concludere, se avete risposte inossidabili a questi interrogativi storico/morali, allora, forse, è bene che leggiate questo libro, preparandovi a vederle crollare una per una. Perché, sotto le mentite spoglie di un romanzo storico, Le Benevole è, anche e soprattuto, un racconto morale e filosofico "ve l'assicuro", perché vi riguarda, e per dirla alla Maximilien Aue: "Vedrete che vi riguarda".

 

 

 

 

Jonathan Littell
Le Benevole
traduzione Margherita Botto
Torino, Einaudi, 2006
pp. 953

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