“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 08 Marzo 2016 00:00

Non c’è peggior sordo di chi non vuol vedere

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Bella figura retorica la sinestesia. Secondo me, insieme all’ossimoro, è una delle più poetiche. Ma, a proposito di sinestesia, avete mai visto una voce? Probabilmente qualcuno si chiederà se sia effettivamente possibile vederle e se si, come. Beh si, le voci si possono vedere eccome. Io per esempio le ho viste e, credetemi, sono bellissime.

Tutto ciò non ha a che fare con l’uso di stupefacenti, ma solo con il contatto con una cultura diversa: quella sorda. Sorda, non “non-udente”, anche se, lo ammetto, anche io avrei pensato che fosse più carino il contrario. Ma effettivamente, perché dovrebbe essere più giusto definire qualcuno sottolineando una mancanza? Sarebbe un po’ come definire gli udenti “non-sordi”. Quindi dimenticate definizioni come  “non-udente”. E dimenticate pure  “sordomuto”. O almeno state attenti, non tutti i sordi sono muti. I sordi, insomma, sono semplicemente sordi.
Sembra piuttosto confusa la questione e il non sapere quale sia il termine più adatto a definirli è una chiara dimostrazione del fatto che molto poco sappiamo dei sordi, della loro storia, del loro stile di vita. E quel poco che sappiamo generalmente è una banalissima leggenda. Io, ad esempio, sento spesso dire che i sordi, proprio in conseguenza alla mancanza dell’udito, hanno sviluppato in maniera a dir poco eccezionale gli altri sensi. Sono diventati, insomma, dei personaggi di fantascienza. Se questo è vero per la vista però, non è detto che lo sia per tutti gli altri sensi. Ho sentito che riuscirebbero addirittura a percepire ogni minima vibrazione e proprio questa grande sensibilità riuscirebbe fargli percepire qualsiasi tipo di suono. Nella danza, ad esempio, le vibrazioni prodotte dalle casse da cui escono le note della canzone su cui è stata montata la coreografia permetterebbero loro di tenere il tempo. Ecco, lasciatemelo dire: che cavolata!
Premetto che non sono una scienziata e non posso spiegarvi perché questa storiella sia solo una sciocchezza, ma posso parlare della mia esperienza personale. E la mia esperienza dice che se bussi alla porta del sordo, magari anche chiamando a gran voce (e quando dico "chiamare a gran voce" intendo "urlare a squarciagola"), a meno che tu non la butti giù, mai nessuno verrà ad aprirti. E che potrebbero avvertire sì le vibrazioni, se queste provenissero dallo smartphone che squilla nella tasca dei jeans o se fossero quelle di un terremoto di magnitudo 10 della scala Mercalli. Insomma, i sordi le vibrazioni le sentono ed esse rivestono un ruolo fondamentale nell'educazione degli stessi alla lingua parlata, ma le sentono come le sente un udente, non sono mica dei pipistrelli.
Diverso è, ovviamente, il discorso per quanto riguarda la vista. Basti pensare che il loro sistema comunicativo, la lingua dei segni, è basata proprio su questo senso. Nulla è perduto però. E non occorre neanche iscriversi a un corso di lingua dei segni per cominciare a dissipare un po’ la nebbia che avvolge questo mondo. Chiunque volesse colmare queste lacune potrebbe, infatti, leggere il libro di Oliver Sacks Vedere voci.
Il professore di neurologia dopo aver fatto un po’ di chiarezza sulla sordità in sé, passa a ripercorrere le tappe più importanti, sconosciute ai più, della storia dei sordi, partendo col trattare la situazione dei sordi prelinguistici prima del 1750, esclusi dalla società a causa di una condizione considerata una vera e propria malattia e passando attraverso le varie battaglie che hanno cercato di dare dignità ad uno stato e ad un linguaggio poco compresi. Storia che vede il suo periodo fortunato nel periodo che va dal 1817, con  la creazione dell’American Asylum for the Deaf, cui faranno seguito molte altre scuole specializzate nell’educazione dei sordi, fino al 1870, soffermandosi su quella che rappresenta, forse, la data più importante per tutta la storia sorda: il 1880, anno in cui, durante il Congresso internazionale degli educatori e dei sordi, tenutosi a Milano, l’uso dei segni fu definitivamente bandito dalle scuole, a favore di un’istruzione innaturale forzatamente oralista.
Ma Sacks non si ferma qui e indaga la sordità da più punti di vista oltre a quello storico. Quello biologico, affrontando il tema dell’acquisizione del linguaggio, ma anche sociale e culturale, riuscendo a fare chiarezza su un mondo che sembra ai più molto lontano. Un libro che, trattando in maniera tutt’altro che complessa un tema poco noto, non potrà far altro che stupirvi e a tratti commuovervi e che lascerà a tutti la curiosità di vedere una voce e di avvicinarsi e confrontarsi con una cultura e un linguaggio decisamente nuovi.  





Oliver Sacks
Vedere voci

Milano, Adelphi, 1990
pp. 256

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