"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Domenica, 28 Febbraio 2016 22:05

Cesure e spirali

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L’invenzione della madre di Marco Peano è uno di quei romanzi che ti lasciano l’amaro in bocca, quel retrogusto di fiele  che si sposa, stranamente bene, con un colpevole sollievo.

Perché L’invenzione della madre è la storia di quanto più terribile possa capitare alle persone che amiamo: ammalarsi di cancro. Un male, spesso senza rimedio, che finisce per inglobare prima la persona stessa che lo ospita, e poi tutti quelli che le gravitano intorno; si trasforma in un buco nero che succhia energie e speranze, che distorce la percezione della quotidianità piegandola alle proprie logiche autodistruttive.
Nel libro di Peano ad ammalarsi è la madre del protagonista: ecco che nell’istantanea di una famiglia felice, ordinaria, si apre un piccolo foro, che però si espande con la forza e con la velocità della bruciatura su una pellicola.
Lo sa bene Mattia, ventiseienne appassionato di cinema e con l’aspirazione di diventare un regista: un ragazzo che non solo subisce quel male famelico che sembra fagocitare tutto ciò che incontra, ma che assiste al consumarsi della madre, alla sua regressione verso uno stato vegetativo.
Ecco allora che il mondo di Mattia si divide in tre stadi, che si coagulano attorno a due eventi dolorosi: prima alla malattia, poi all’inevitabile e doloroso epilogo, ovvero il lutto, che quindi si marchia a fuoco nella vita del ragazzo come se fosse una cesura, un anno zero, uno spartiacque che permette di individuare un prima, un durante e un dopo.
La struttura del libro ricalca questa divisione, che potremmo definire sia temporale, sia dell’anima. Tuttavia sono presenti dei periodi tra parentesi, che altro non sono che ricordi e pensieri di Mattia riferiti alla madre e alla vita prima del cancro: piccole finestre sul passato, un punto di vista estremamente soggettivo su un particolare della realtà, che permettono di comprendere appieno l’intensità del vuoto scavato dalla malattia, anche nei confronti di chi la vive di riflesso. Nei pensieri di Mattia non c’è dolore o disperazione, almeno, non in maniera eclatante; allo stesso modo, non vi sono sprazzi di speranza o di estrema felicità. C’è premura, c’è preoccupazione, c’è la volontà di portare avanti una sorta di rassicurante quotidianità a beneficio di una donna condannata, che non sa quanto tempo le resterà da vivere.
Ecco dunque che il tempo sembra fermarsi; o meglio, Mattia guarda se stesso, la sua famiglia e la sua ragazza attraverso uno specchio, mentre tutto il mondo continua a scorrere. Comincia a ricondurre qualsiasi pensiero alla madre malata, alla condizione in cui versa in quella dépendance resa aliena da macchinari d’ospedale e letti ortopedici.
Il ricordo della madre – sia quello bello del passato, sia quello brutto del presente – diventa talmente ossessivo, per il figlio, da costituirsi come un filtro, attraverso il quale egli guarda il mondo, la sua vita, la sua fidanzata. Questa distorsione è applicata in maniera così sistematica da dare l’impressione di una vita alla deriva: ma la vita in questione non è paradossalmente quella della donna malata, quanto quella del figlio che la ricorda. La strada che lei sta percorrendo è una linea retta: tutti, lei compresa, sanno benissimo dove è diretta. Mattia, invece, sembra muoversi a spirale, ricordando, inventando, distorcendo esperienze, declinando ogni cosa secondo il paradigma della madre malata, inconsapevolmente reinventando se stesso e il suo ruolo all’interno del ménage familiare. Tant’è vero che il romanzo potrebbe benissimo chiamarsi L’invenzione del figlio.
Questo incedere − soprattutto l’espressione dei ricordi attraverso lunghe parentesi – esprime altresì la volontà di scindere il ricordo della madre dalla malattia: il più grande desiderio delle persone ormai rassegnate e sconfitte dall’incedere del male è quello di conservare un ricordo positivo dei proprio cari, cercando di lavar via le brutture e gli sbaffi di una malattia immeritata. Anche Mattia prova a fare la stessa cosa, eppure il suo pensiero ritorna sempre alla situazione contingente, come un circolo vizioso: ecco perché del suo muoversi a spirale.
In questo senso, credo che la forza del romanzo stia nella sua capacità di farsi interprete di un dolore, quello del figlio, alle prese con una lotta interiore ed esteriore: il dibattersi del ferito, consapevole di andare incontro alla morte.

 

 



Marco Peano
L’invenzione della madre
Roma, minimum fax, 2015
pp. 280

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