“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Lunedì, 15 Febbraio 2016 00:00

Il servitore della bellezza

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“La convinzione, nonostante tutte le prove del contrario, che una qualche tremenda, accecante bellezza stia per discendere e, come l’ira di Dio, risucchiare tutto, rendendoci orfani, liberandoci, lasciandoci lì a domandarci come faremo a ricominciare da capo”.

 

Ogni volta che inizio un libro di Cunningham è come se venissi risucchiata in un vortice in cui si mischiano carni umane e odori spiacevoli, sapori e ferite represse, dal gusto acre, forte; bellezze e orrori di tutti i giorni, in fondo a tutto una profondissima rivelazione della mente umana, capace ancora di sentire alla fine di ogni pensiero difficile il più piccolo languore della pelle. È pura commistione la sua scrittura, uno squarcio che rivela tutte le volte la familiarità che esiste tra il corpo e la mente. Il superamento presunto o immaginario di queste due dimensioni terrestri, dell’intelligenza e dello scuotimento dei sensi, viene risolto nell’arte, ma alla condizione che colui che si interroga sia capace di vivere pienamente e con gratitudine la vita.

Michael Cunningham presenta il suo eroe, un gallerista di New York, non ancora anziano, ma abbastanza uomo per tirare le somme dei primi grandi bilanci. Il ritmo del romanzo viene scandito dal flusso dei suoi pensieri che ci vengono narrati quasi da lontano, da quella posizione critica, ma ancora abbastanza vicina al fatto, da permettere la fusione emotiva tra lettore e personaggio. Il nostro eroe ha una moglie che gli vive accanto, sensibile, quasi nobile nei tratti più profondi della sua personalità, una donna nel vigore degli ultimi anni buoni, osservata come una creatura ordinaria ma protagonista, all’inizio di una lotta col tempo che non si cura di combattere perché lei non è la custode del bello, come invece lo è lui. Ha una figlia, una nemica, la cui unica colpa è quella di essere sempre stata restia ai furori, alle ingordigie delle passioni e all’assennatezza di ogni età. Rebecca, la moglie, Beatrice, la figlia, la galleria d’arte ancora di seconda scelta, sono tutto ciò che quest’uomo considera il suo grosso cuscino semplice poggiato sugli aculei di una vita grandiosa. Quando in casa farà il suo ingresso Ethan, o meglio chiamato Erry, da Errore, fratello della moglie, ragazzo inquieto, bello e perduto, ogni stabilità e fortezza diventerà terra friabile nello sconvolgimento della tempesta. Seguiremo il corso di questa storia pericolosa attraverso indizi e segnali, tracce che vengono lasciate non a caso e che tendono a creare un affresco quasi perfetto del desiderio che anima Peter, il protagonista, rispondendo in modo totalizzante al perché del desiderio stesso, mischiato con la morte, il sesso e l’amore, ai piedi di un’unica divinità indifferente: la bellezza.
Se la riflessione inizia dall’arte, inesorabilmente finisce nelle persone e nelle ordinarie cose che stanno sempre al lato di tutto conferendo a quel tutto un aspetto tragico e mortale. Peter afferma che l’arte che immaginiamo sia sempre superiore a quella che possiamo creare, si fissa sul pensiero appagante di una galleria, deputata a contenere opere d’arte, ora vuota, bianca e in attesa. Una galleria vuota proietta la mente in un’altra dimensione, quella dell’aspettativa, della tensione, dell’identità di ognuno che crea o si aspetta da altri grandi proclami e commuoventi forme, soggettività disperata e dura oggettualità, in conflitto ma vicine, sulla corda tesa di un violino o di una sala che aspetta di sbranare nello spazio vuoto lo spirito. L’arte non è mai un simbolo dove la sola cosa che conti è il messaggio, l’aldilà che celebra. L’arte è l’adorazione di forme e figure che in loro stesse spiegano il mondo e confutano la convinzione che ciò che ha peso non ha mai un volto. Sulla bellezza afferma “La sensazione di essere in presenza di qualcosa di magnifico ed evanescente, di qualcosa che risplende attraverso la fragilità della carne […] la bellezza è dunque questa: un viluppo umano di grazia fortuita, destino tragico e speranza”.
Lentamente tutto si umanizza, scende tra le facoltà materiali dell’uomo, conservando solo una punta di misticismo che si traduce, comunque, in destino tragico. Se ciò che cerchiamo nelle opere lo cercassimo nelle persone, cosa accadrebbe? Peter ha un ricordo, il fratello, morto in un incidente, dannatamente bello e spietatamente condannato, questo binomio bellezza/morte accompagna da sempre le creature che lo possiedono, ma perché? Perché queste presenze belle, particolari, rare, pienamente se stesse, pericolose nell’esserlo, spietatamente votate a qualche grande natura e fatalità che non coincidono mai col successo, ma con la disfatta, esaltano poi questo tratto impossibile da sopportare e da accettare? Peter capisce che Erry può essere la sua opera d’arte, un po’ come passare al livello successivo, un passaggio dannunziano quasi. Erry è la bellezza vivente, in sé consuma la disperazione della carne giovane, quella precarietà che lo rende momentaneo e quella purezza della quale tutti vorrebbero disfarsi prima o poi, il mistero intimo ma anche l’arcano dolore della condizione universale dell’uomo, la sua crociata con la brace del sé celato in quest’orlo bruciato che è la vita.
Se Peter è il servitore della bellezza, Erry è quella bellezza che lui intende servire. Il più grave peccato dell’uomo che guarda agli infiniti cieli è non riuscire più ad immaginare le vite degli altri, un fallimento vile e dannatamente umano. A schivare il mondo e la sua banale ripetitività si finisce per uscirne, alienarsi e fissarsi sulla materia incorrotta in circolo nello spazio. Diventiamo rarefatti come l’aria ad alta quota, forse voliamo come uccelli, tocchiamo le ultime imperfezioni della terra e le prime perfezioni del cielo, forse parliamo con Dio, ma qualcosa perdiamo. Qualcosa che non ha nulla a che vedere con le verità eterne, né con i calcoli puri delle leggi efficienti che fanno crescere i fiori e brillare le stelle, ciò che perdiamo è lo spettacolo di un essere umano fragile, ignaro di ciò che lo governa, ma tenace nello scoprirlo e nel vincerlo.

 

 

 



Michael Cunningham
Al limite della notte
Milano, Bompiani, 2010
pp. 286

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