“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Mercoledì, 20 Gennaio 2016 00:37

Anna e Tolstòj

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Appena finisci il libro, leggi l’ultima parola, ti fermi sull’ultimo punto e chiudi l’ultima pagina, ti chiedi subito se sia possibile in qualche modo dire qualcosa, parlare e discuterne con amici e conoscenti, interrogare gli apparati critici e formulare un pensiero scrivibile. Magari non lo è, Tolstòj ha scritto tanto e tutto, ma poi dopo un po’ ci si chiede e ci si risponde subito, perché è la rabbia e il dolore che te lo suggeriscono: non è possibile, è necessario. Eppure non puoi farlo subito, la mole del libro e il tempo che ci hai impiegato per leggerlo hanno costruito intorno a te una sorta di seconda pelle, un’altra vita che abiti nel solo gesto di aprire il tomo e isolarti dal mondo.

Finire un libro del genere significa abbandonare una vita possibile, una di quelle che intravedi nei suoi minimi dettagli. Come uno spione terribile osservi, appostato per mesi e mesi e poi all’improvviso, il buco dal quale guardavi un bel giorno si chiude. Gli odori non passano più, la vista ti è preclusa, l’unica cosa che percepisci è un suono, in questo caso è un meraviglioso suono che richiama alla mente danze e balli, sale e teatri, fruscii di sottovesti e tintinnii di medaglie e onori. La tridimensionalità di questo libro è sconcertante, ha le dimensioni interiori della realtà così come la conosciamo senza il bisogno di indagarla. Non hai visto solamente città e palazzi, strade e ricevimenti, ma in fondo sei riuscito a scorgere campagne e focolari, uomini e donne piegati sulla terra ostile di Russia, arsi da un sole orgoglioso, una sfera solare che non conosce ostacoli nella sua corsa verso la terra sconfinata. Il primo sentimento è estasi, rimani fermo e aspetti che la nostalgia sfumi insieme a tutti quei nomi che, in verità, non hai imparato e che non ricorderai. Poi torni indietro col ricordo, come si fa esattamente con l’esistenza, peschi un evento, lo analizzi e nel tenerlo in mano, il ricordo diventa un consapevole passato, ineluttabile come il tuo proprio, doloroso e perorante nel cuore. In questo meccanismo di recluta, anatomizzi tutto, i fatti non sono più importanti, gli eventi si dissolvono, allora subentra la seconda vita della realtà: le interpretazioni. Colpe, inganni, bontà e dolore, o ancora, bugie e tradimenti, relazioni e debolezze risaltano sotto lo sguardo che osserva ma vede oltre, intende nel suo mistero l’assurdità delle scelte umane, la verità che non sta mai nel mezzo, ma sparsa un po’ ovunque, quasi cadavere ed esamine alla fine dei giochi.
Chiami tutti per nome, i cognomi in questa fase confidenziale sono superflui, indichi le persone come se le stessi mostrando col dito indice, ma il giudizio in Anna Karénina ti rendi conto è impossibile.
È un libro simbolo, di quella specie di simboli che sono mere referenze perché come nelle migliori filosofie idealistiche il referente è oltre la cosa stessa, oltre la materia, oltre tutto, fino alla causa prima. Così arriviamo all’autore, il vero protagonista della sua opera, rintracciabile dappertutto. Non è lo stile che tradisce Tolstòj, è la sua legge morale che plasma ogni personaggio, fino all’estremo, tanto che a volte è possibile scorgerlo dietro una porta, o in fondo a una strada, con i suoi fili in mano strettamente legati al destino di ogni carattere. Qualsiasi scrittore infonde la sua idea di vita nella sua opera, senza per questo snaturare l’identità degli attori, la chiamano ‘onestà intellettuale’, oppure amore per qualcosa che crei ma non ti appartiene. Un po’ come il genere umano e il mondo tutto, scaturiti da qualcosa di assolutamente necessario, ma assolutamente liberi sul palcoscenico, fautori e possessori di un arbitrio che è la vera essenza della creazione. Tolstòj fa quello che non dovrebbe mai fare un padre, plasmare i propri figli a sua immagine e renderli simulacri di se stesso. Quando arrivi a questo punto, la rabbia e il senso di sgomento che alla fine ti sono rimasti assumono un nome e un cognome, di quelli che impari a memoria, perché nel bene e nel male ha costruito con disonesta sapienza un capolavoro difficile da dimenticare.
Questo è il vero pregio di Anna Karénina, ma anche quello di Tolstoj: farsi perdonare tutto, lasciando a te l’immagine amara di quei fiori potenzialmente belli che lui ha raggelato soffiandoci sopra una tormenta di neve infernale.


Campagna e citta: due palcoscenici possibili
Non subito, ma dopo qualche capitolo è evidente che la narrazione è divisa in due emisferi ambientali che non sono solo opposti per natura, ma porgono a Tolstòj la possibilità di separare in modo manicheo il bene dal male, la riflessione dalla passione, la vita della carne dal rigore del pensiero. La citta da una parte, dove in realtà le città sono due: Mosca e Pietroburgo.
È qui che vengono collocati i personaggi in cui la ragione cederà il posto alla furia dei sensi, allo sconvolgimento dei sentimenti riprovevoli. Nella cabala dei salotti e delle sale da ballo, tra lo sfarzo e l’eccentricità degli arredi, nelle danze sinuose e fatali delle notti invernali e dentro il cuore ribelle costretto nelle morse di un vestito sgargiante, l’istinto si dimena, l’amore smette di essere un dovere e diventa una violenta frustata sulla carne. La trivialità dei rapporti è scandalosa sia nella cerimoniosa convenzionalità che gode delle sue bugie, come una donnaccia di alto borgo, sia nei rapporti interpersonali dimentichi di qualsiasi cerimonia tanto da consumarsi nel falò collettivo della comunità. I pensieri volano come colibrì ebbri, sono rapsodici, funesti, lingue di fuoco in pieno giorno. Le vette di intellegibili universali restano inesplorate e tutto lo sforzo contemplativo è indirizzato verso l’appagamento dei sensi, nella direzione di amori sconvolgenti. I luoghi aperti sono stazioni e binari in cui la neve fitta avvolge come un manto cattivo la mente e i suoi depravati pensieri. Il gelido freddo russo congestiona nell’aria il vapore emesso da locomotive assassine. La vita qui non ha ideali, né valori, si spinge fino alle rotaie e si lancia nel mezzo di un inferno fumoso e assordante. La città è la bocca fetida dai denti lustri, mastica con voracità uomini e donne che conosco una religione priva di cieli.
Dall’altra parte la campagna, il locus ameno. In quest’arcadico mondo primitivo le leggi sono severe, camminano a braccetto con quelle naturali. I cicli si ripetono e tutto vive di una soave violenza. La terra risponde alla cura e alla dedizione degli uomini, la fedeltà è pari alla ripetitività dei frutti, alle promesse del solco e del seme. Nella manualità e nella fatica, l’uomo stanca e sfinisce i sensi fino al distacco della mente dal corpo. I caratteri umani che incontriamo in questa dimensione idilliaca sono abitati da una continua voce che si rivela essere quella dell’autore, o meglio, l’altra metà del suo pensiero che combatte con se stesso e punisce, nella scandalosa città, l’altra metà vivace. In campagna i discorsi sono sempre al di sopra delle parti, il dibattito interiore si fonde con l’amenità dei paesaggi, nelle radure le idee corrono come cavalli sbizzarriti e il dilemma interiore, incoraggiato dal silenzio, fa di figure fragili sagome ammirevoli.
Anche qui la religione non è quella canonica, ma non ci impiegherà molto per diventarlo, anzi, è quella la mira iniziale. La riflessione angosciante, reiterata, come unico spazio possibile in cui l’uomo si ritrova e nel quale impariamo a conoscerlo è il presagio lampante di un finale intuibile. La campagna offre gli spunti necessari per intraprendere un lavoro letterario, permette l’osservazione diretta della condizione contadina che in quegli anni preme sugli assetti teorici della società. L’ostilità degli uomini di campagna ad abbandonare il classico e rudimentale modus di coltivare e allevare terre e animali, la caparbia volontà di sottrarsi al progresso della tecnica, sono sintomi, per qualcuno, di una profonda corrispondenza tra le braccia e il mistero delicato della natura. La campagna in cui tutto è sapiente pratica e profonda abnegazione di se stessi, nella narrazione diventa il palcoscenico essenziale per avvolgere i pensieri e quella seconda scelta di vita che Tolstòj si illuderà di conquistare.


I personaggi
Non pensate a tutti i personaggi presenti in questa storia come bastanti da sé, sono figure ammaestrate e pilotate, tutte abbastanza scarse, al limite del ridicolo. Basti pensare a Stiva, imbarazzante, come un giullare squattrinato che paga i suoi vizi col debito e la frivolezza, oppure la moglie Dolly, un tenero coniglio agitata da qualche fugace dubbio sulla sua vita da reclusa, per arrivare, alla fine, paga della sua condizione di donna tradita e madre di tanti e troppi figli.
In Dolly avviene quello che chiamerei risveglio dell’immaginazione, la capacità momentanea di visualizzare esattamente la propria penosa condizione per poi ripiombare un attimo dopo nella più completa codardia, tanto da desiderare l’imminente ritorno alla prigione, tanto cara quanto per bene. Buffa coppia questa dei coniugi qui sopra citati, ma mai quanto quella formata da Kitty e Levin.
Kitty è una ragazza nobile, cresciuta nella più stringente fede cattolica, nell’abietto silenzio che tace le parole più oneste, ignara di tutto, fragile e perennemente alla ricerca di una serenità e di un idillio che troverà, come da copione, nella campagna e nel matrimonio con Levin. Incapace di riconoscere i suoi sentimenti, attraversa la vita saltando da una purezza a un’altra, da un incanto a un altro, scandalizzata persino dai suoi pensieri. In lei non c’è alcun abisso, schiacciata sempre da una qualche autorità esterna che non le permetterà mai neppure di sospettare la ricchezza che nasconde una vita, o un’anima. Poi c’è Levin, alter ego, insieme ad Anna, dell’autore. È un misantropo, anzitutto, anche abbastanza volgare e iracondo. Sempre accigliato, burbero, intransigente con tutto e tutti, compreso se stesso. Levin è un uomo senza amore. Il suo dubbio filosofico è autoreferenziale, egoistico, i suoi quesiti non hanno il carattere disinteressato della speculazione filosofica. Le sue pene e le sue elucubrazioni sono indirizzate a un progetto morale che morale non è, piuttosto moralistico. Levin è un bigotto senza fede, quindi senza pietà. La sua condotta misurata, tenuta a bada, è un freno terribile che lo rende un castrato sociale. Si contorce e si flagella lo spirito, è insofferente, cerca altezze che una volta raggiunte lo rispediscono a terra, nel fango.
Levin è il Tolstòj combattuto, ma è anche l’uomo che vive per se stesso, la cattedrale della sua moralità è il suo unico progetto. In questo tipo non c’è spontaneità, interroga i suoi sentimenti e quando si accorge che questi non sono coerenti con quelli che avrebbe dovuto provare, si tortura. Vive su due livelli, quello ideale, conturbante e lussurioso, dove le liane e la fitta boscaglia sono funi e approdi metafisici, e quello pratico in continuo debito con il rigore della ragione astratta. È uno squilibrio che il lettore acuto coglie, perché spesso varca il limite dell’accettabilità, il limite della trasparenza con l’autore. Nella sua esplosiva epifania finale, nella completa rivelazione della religione, si stuta uno personaggio potenzialmente valido, ma odioso e alienato, inadatto alla muliebrità delle circostanze, incapace di empatia, perciò il meno letterario possibile.


Anna
Anna è la nostra eroina, lo è dal primo momento. Il suo ingresso in questo teatro brulicante di gente normale, è una boccata d’ossigeno. La vedi, ce l’hai davanti, incede con la sua classe e eleganza frizzante, è una donna viva, bellissima, fiera ma umana. Le parole sulla sua bocca luccicano, ha l’argento vivo addosso, Anna risplende. È colta, intelligente e acuta, artisticamente perfetta perché in grado di farti innamorare, capace di farsi giustificare per il male che commette, capace insomma di reclutare l’umanità dello spettatore che, ormai rapito, non può non abbracciarla e rimanerne incantato. Tolstòj è innamorato di lei, è la sua debolezza più grande, ne è pieno, Anna lo coinvolge, gli fa perdere i lumi della ragione, in un’estasi carnale cerca di resisterle con la prima trappola. Anna entra, immersa nella folla selvaggia di una stazione, incede tra i fumi caldi e stemperati dal freddo russo, come un felino senza cattiveria, dall’alto della sua figura esile e proporzionata, i suoi capelli neri, notturni, le ricadono con reticenza sulla fronte in boccoli minuscoli, il suo sorriso come una collana di perle finissime, la magnificenza di una donna giovane, di una regina moderna, e quello sguardo, il primo, rivolto a Vroskij, in realtà rivolto a noi. Amiamo tutti Anna, ma Tolstòj più di tutti, il suo cuore di scrittore ne è vinto. A me piace ricordarla così, perché non bastano più di mille pagine a dimenticare quel momento in cui lei appare e il rigo si piega, vibra, stona, la mano gode e si ammonisce; il padre, l’amante e lo scrittore si genuflette e dalla sua bassezza trascina tutti noi. Poi si rialza e per Anna Karénina tutto finisce, o tutto inizia per poi finire.
Anna si innamora di Vroskij, lascia il suo sterile marito che, molte volte, ha suscitato in me forte pena e rabbia. Per renderci odiosa Anna in questa prima fase del romanzo, Tolstòj ci rende partecipe dei pensieri di Aleksej, noi possiamo guardare dentro il suo cuore, soffrire del suo tormento celato, conosciamo le crepe che si stanno aprendo nella sua inscalfibile interiorità, ma Anna non può conoscere tutto ciò, ed è per questo che disprezza il marito, perché ignora la sua umanità. Tolstòj sottrae ad Anna il suo punto prospettico sulla realtà dei fatti, le benda gli occhi, le mostra la schiena nera e impenetrabile del mondo. La freddezza con cui Anna giudica, merita compassione, poiché ciò che noi conosciamo lei lo crede inesistente.
Qui Tolstòj sta formando il personaggio, inizia per sottrazioni, ma più di tutti sta formando noi, e se fossimo disattenti riuscirebbe benissimo nel suo intento. Ogni rapina fatta ad Anna viene fatta alla nostra intelligenza. Viene isolata sempre di più, non le resta molto, non è il suo amore che la rende cieca, anche se a una prima lettura sembra sia ormai coinvolta in un turbine di peccaminosi desideri e sfrontati oltraggi, tanto da apparire insensibile, ma così non è. Il gioco è sottile, persino lei a un certo punto attribuirà a se stessa una cattiveria che in realtà è solo indotta a pensare esista. Tolstòj per tutto il tempo continuerà a lavorare su di noi, a punire lei e se medesimo. Non sarà il diniego del mondo a condannare Anna, ma lei a condannare se stessa. Lo scrittore sta lavorando dall’interno, corrode il grembo, costruisce una falsa coscienza, quella che in lui zittisce le passioni, portandola all’autoannientamento nel gesto estremo del suicidio. Forse credeva di aver ucciso la parte di sé che più detestava inducendo Anna alla spontanea distruzione, forse ha pensato a una catarsi all’acme del cieco desiderio. Eppure una bassezza più grande è stata quella di svilire il suo amore compromettendo con la mediocrità l’oggetto a cui era indirizzato. La trasgressione di Anna, la sua ribellione è stata rimpicciolita, vanificata non dall’interno, ma rendendo il destinatario piccolo e insignificante. Colpire Vroskij per Tolstòj ha significato, per riflesso, vanificare l’azione riprovevole di Anna. Il gigante russo non ce l’ha fatta a condannare il diritto sacrosanto di amare, perciò attraverso altre vie ha reso questo diritto sprecato.
Ha vinto? Io credo di no. Detesto tirare in ballo la vita di un autore, ma in questo caso farò un’eccezione. Sappiamo tutti che Lev Tolstòj in preda alla più cieca disperazione esistenziale morì in una stazione, freddato dal gelo e dalle tormenta di neve − deputata a metafora, nel libro, del delirio amoroso della protagonista. Sappiamo che non riuscì mai ad essere pienamente Levin, né si diede per vinto ad Anna, eppure come lei, condannata alla morte che non spense la sua ultima bellezza, morì in un avamposto cittadino, lontano dalla rarefatta campagna, nella cruenta rabbia della bufera che in Anna accese l’amore, in lui spense la vita.

 

 

Lev Tolstòj
Anna Karénina
Milano, Mondadori, 2005
pp. 1070

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