“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Sabato, 09 Gennaio 2016 00:00

Quando saremo felici

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Quando siete felici, fateci caso, è questo il meraviglioso titolo che svetta sull’abbagliante copertina del libro. Sfido chiunque a non innamorarsene subito, risplende sullo scaffale accanto ai tanti volumi tristi e seri, dai colori cupi.

È un’antologia contenete vari discorsi tenuti da Kurt Vonnegut durante le cerimonie di laurea, nelle università statunitensi. Nel complesso l’ho trovata abbastanza banale in alcuni punti, molte declamazioni sconnesse, una serie di luoghi comuni per niente brillanti. Sono discorsi poco organici accompagnati da un'enfasi ingiustificata.
Kurt Vonnegut si fa portavoce di quella controcultura americana che riesce ancora a denunciare le contraddizioni e le infide dinamiche del potere, peccato solo che anche nell'essere rivoluzionari sia necessaria una certa coerenza discorsiva, una chiarezza che salvi l'arringa dalla retorica a tutti i costi. Sarà che l'ironia statunitense è poco digeribile per noi europei, sarà che a parte la leggerezza e la semplicità è necessario ci sia spina dorsale in quello che si declama con tanta spensieratezza, ho trovato comunque questi discorsi molto simpatici in alcuni punti, in altri anche intelligenti e con una loro profondità, per il resto mi rimane un fastidio legato al senso di buonismo dichiarato più volte umanismo. La suggestione che un discorso vuole produrre dovrebbe avere elementi intriganti, anche aneddoti personali che creino un clima di confidenza, aspre e sarcastiche battute sull'ipocrisia che ci circonda e sulla quale gli scrittori americani hanno costruito la loro poetica rivoluzionaria.
Quest'antologia contiene dati elementi solo in parte, per il resto è evidente la smania di adoperare uno stile sornione e distaccato, un modus operandi che smaschera le intenzioni retoriche. Sembra che lo stesso oratore abbia bisogno, a volte, di essere frenato nella sua strabordante euforia, come se non riuscisse a darsi una misura che gli consenta di dire la verità con una battuta felice. Ha sposato delle formule alle quali ha attribuito vari caratteri di genialità popolare e acutezza razionale, le propone con ridondanza, come se volesse essere 'trasgressivo' e 'dissenziente' a tutti i costi. Questo succede quando alla base viene meno un pensiero forte, un'analisi accurata di ciò che si critica e si spera, emerge una ribellione pallida, una simpatia forzata, un impianto di idee che dalla loro parte non hanno né la convinzione, né il registro linguistico, vivono sulla carta e in bocca come isolate, al pari di un motto breve o alle accuse sconnesse di un bambino che pare non indaghi mai l'origine del male commesso, ma risponda con capriccio e per difendersi senza aver davvero compreso l'errore. A parte ciò, alcuni discorsi sono migliori di altri, mi hanno fatto sorridere, non come un ebete, ma per la malleabilità del linguaggio adoperato, anche per gli obiettivi spinosi che si prefissavano di colpire e smascherare.
Probabilmente il Vonnegut scrittore è superiore a quello oratore, mi azzardo a credere che la comunicazione verbale sia difficile, soprattutto quando la platea è composta da giovani neolaureati, piegati dalla linea di pensiero di un determinato istituto e farciti di nozioni e conoscenze, spesso prive di una vitalità critica e autonoma. Nella scrittura i tempi sono più distesi, scrivere libri non significa mai essere “qualcosa o qualcuno a tutti i costi”, in quel piccolo spazio privato che si riduce allo scrittore e alla sua penna esiste un'onestà introvabile altrove, non si ha mai davanti il lettore o la perorante massa critica, solo il racconto che chiede di essere scritto e i personaggi che chiedono di vivere. Perciò immagino che Kurt Vonnegut come scrittore sia uno in gamba, concentrato e con grandi esperienze, uno scrittore americano consapevole di ciò che lo circonda e poco incline a perdersi nella banalità di periodi che vorrebbero essere esilaranti, ma si rivelano commenti velleitari o poco più.
Perdoniamo Kurt Vonnegut, perché si sa che parlare a noi ragazzi non è mai una faccenda semplice, però se posso permettermi, come membro di questa generazione a cui lui si è rivolto, voglio difendere la nostra intelligenza, la dura lotta che già abbiamo condotto fin qui e che ci aspetta, voglio dire che non abbiamo bisogno che gli adulti ci vogliano bene, né abbiamo più bisogno di riti di passaggio, voglio dire che l'arte non è come la morale e non significa affatto fare qualcosa come andrebbe fatta, noi giovani abbiamo bisogno di nuovi posti dove collocare la nostra vita, privata di passato e di futuro, siamo sì una generazione A e non X, perché ricominciamo da capo, e non vogliamo la pacca sulla spalla né la patente da adulti, vogliamo che quello che ieri avete combinato (voi adulti) non ricada sulle nostre possibilità, vogliamo che vi perdoniate e ci aiutiate in questa ricostruzione. Voglio dirvi che questi discorsi fuori dal coro fatti da gente con la barba lunga ci hanno stancati, perché non siamo mai fuori dal coro, siamo ognuno con la nostra voce a parlare e sparlare. Non insegnateci a pensare criticamente con la vostra ingegneria della distruzione, lasciateci più soli, non compiangeteci, non fate battute di spirito a tutti i costi e non sdrammatizzate, perché potremmo perdere la misura del dramma a furia di riderci su, però non siate tristi, non rinunciate a parlare con noi, siate consapevoli che è sufficiente raccontarci quel che è stato senza il dovere di dimostrare la forza con la quale reggete il passato. Noi vi crediamo e ci piace la vostra speranza, ma non tenete comizi sulla nostra vita, non prospettateci l'avvenire con questa allegria o con questa serietà. Siate onesti, perché voi dell'avvenire non sapete niente, come noi, viviamo nelle insenature del tempo che troviamo, la storia non è più per sempre. E ve lo ripeto, non abbiamo bisogno che voi ci vogliate bene, abbiamo bisogno di rimanere soli, di riflettere e di ridere per conto nostro, abbiamo bisogno delle vostre parole solo quando smetteranno di essere insegnamenti, consigli o brillanti vaticini per il futuro.
Siamo incastrati tra queste due pagine, il presente e il futuro e se voi conoscete un immediato passato allora dite quello che sapete e poi tacete, senza questa speranza che nutriamo non potremmo mai fare caso alla felicità.






Kurt Vonnegut
Quando siete felici, fateci caso
a cura di Dan Wakefield
traduzione Martina Testa
Roma, Minimum fax, 2015
pp. 107

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