“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Martedì, 29 Dicembre 2015 00:00

Su quell'intervista a David Foster Wallace

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A chi non ne avesse ancora affrontato la lettura potrebbe bastare − per essere indotto a farlo − quanto sostiene D.T. Max (Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi – Vita di David Foster Wallace): l’intervista rilasciata da DFW a Larry McCaffery nell’estate 1993 “è imprescindibile” per poter comprendere questa straordinaria figura dell’universo letterario contemporaneo.

Le ventuno pagine dell’intervista si possono trovare in lingua inglese su Internet. Il blog culturale minima&moralia riporta a sua volta una breve silloge del pensiero di DFW a firma di Martina Testa che tratta in parte dell’intervista.
Con quello che sto per scrivere in queste sintetiche note non ho la pretesa di rendere al lettore il significato compiuto del fitto scambio di domande e risposte tra i due protagonisti, ma intendo piuttosto richiamare la sua attenzione sugli enunciati di maggior rilievo − per lo più complessi e in perfetto stile wallaciano − da interpretare, filtrare ove necessario, al fine di attrezzarsi a sufficienza per accedere a un imponente insieme di narrazioni, non di rado sanamente ambigue, che caratterizzano la produzione di questo esplosivo scrittore.
Dati i tempi correnti, il punto di partenza non poteva che essere la televisione. Un argomento da non trattare in modo sbrigativo. DFW non esita a chiarire subito come a suo parere la televisione, sebbene crei dipendenza, non sia la causa dell’emarginazione di forme d’arte − della letteratura, per esempio. Poi passa a rendere esplicito quello che è il principale fondamento su cui si incardina la sua concezione della narrativa, che così riassume: un buon lavoro letterario deve confortare chi è a disagio e disturbare chi sta comodo, mettendo così il lettore in relazione − mediante l’immaginazione − con altre coscienze, il che è nutritivo e redime; concludendo con l’affermare che la letteratura “seria” ti fa pesare di più, mentre quella commerciale ti lascia più solo di prima. Occorre dunque un duro lavoro per accedere ai piaceri della lettura.
Partendo inoltre dalla considerazione che il mondo in cui viviamo, l’intero villaggio globale − dominato dai media (quelli elettronici, in particolare, per la loro velocità comunicativa) − si presenta come familiare, ma trattandosi, a suo dire, in larga parte di un’illusione, ne consegue che una letteratura realistica deve rendere strano ciò che è familiare e non più rappresentare come fosse familiare ciò che è strano.
Questo detto, a una domanda dell’intervistatore, lui, DFW, a modo suo va al cuore della questione mettendo in chiaro che lo scopo del creare fiction è essenzialmente mimetico, volto a catturare e ordinare una realtà proteiforme. Una linea narrativa che ritroviamo senza alcuna eccezione − pur con alternanza di stili − in tutti i suoi lavori, a partire dal  giovanile esordio con La scopa del sistema.
Parlando poi di Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso, un romanzo critico nei confronti della metanarrativa e del postmoderno di seconda generazione, lo scrittore ammette alcune sue debolezze, quali: un’affezione sentimentale per le gags, per roba che non è nient’altro che divertente senza che ve ne sia una plausibile ragione, nonché qualche problema per la concisione derivante sia dalla mole di libri letti sia dalle megadosi di TV che si è sciroppato in gioventù. Per dare compiutezza alla sua autoanalisi ammette altresì che il disperato desiderio di piacere ai suoi lettori fa tutt’uno con una sorta di ostilità nei loro confronti, quando qualche volta ricorre a espressioni sintatticamente non scorrette ma tuttavia difficili da leggere. O li sovraccarica di dati. O dedica un sacco di energia per creare aspettative e provare poi piacere nel disattenderle.
Si è già al punto in cui per DFW “La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano”, espressione ormai consegnata all’ambiente letterario contemporaneo come un aforisma difficilmente aggirabile. Di più: in un presente grottescamente materialistico − per lui un assioma − l’impegno realmente artistico consiste nel cercare di capire perché gli esseri umani nonostante tutto abbiano ancora la capacità di  vivere con gioia, carità, rapporti genuini.
Per completare il quadro DFW non si sottrae alla domanda di esprimere il suo pensiero su diversi scrittori dei quali parla McCaffery, riconoscendo l’indiscutibile genialità artistica di alcuni (Carver, Nabokov, Pynchon, DeLillo, McCarthy, Franzen, Cortàzar, Puig, e altri più o meno giovani che apprezza), mentre ha parole molto critiche per American Psycho di Bret Easton Ellis, che, con una fiction di cui secondo lui non abbiamo bisogno, drammatizzerebbe quelli che sono tempi bui e stupidi dando vita a personaggi vuoti e stupidi. Ma su questa parte dell’intervista mi sembra opportuno lasciare eventuali riflessioni a chi la leggerà.
Affrontando quello che definisce il classico “grande-R Realismo”, che a suo parere è stato assorbito e subornato dall’intrattenimento commerciale, Wallace richiama l’attenzione su tagli fulminei e distorsione della linearità narrativa da lui sperimentati inizialmente nel racconto Piccoli animali senza espressione (La ragazza dai capelli strani) lasciando intendere che il suo è realismo veicolato con tecniche innovative. Ciò che i critici (con la loro abituale fantasia senza freni) hanno definito “realismo isterico”. E non manca di lasciarsi andare dichiarando che i termini “postmodernista” o “surrealista” lo fanno correre dritto al bagno.
L’intervista è stata rilasciata tre anni prima che negli Usa uscisse Infinite Jest, un forte atto d’amore di uno scrittore che sa raccontare il dolore con sincera partecipazione.
La nascita di IJ, pur non avendo una data precisa, ha impegnato l’autore per un buon numero di anni; si pensi che “Alcuni brani del romanzo risalgono addirittura al 1986, originariamente scritti forse in forma di racconto”, così il biografo. Chi ha letto IJ può scoprire nell’intervista tracce di grande interesse riguardo a contenuto e forma di questo romanzo estremamente ampio che si sviluppa su trame e sottotrame dove la magia del narrare offre il meglio di sé.
Un solo accenno al riguardo. “Allora, ragazzo, che ti è successo?”, con queste poche parole rivolte in ambulanza da un barelliere ad Hal Incandenza − diciottenne, straordinariamente colto e di intelligenza prodigiosa, protagonista indiscusso del romanzo − DFW suggella l’incipit (esteso in ventotto pagine) che un lettore legato a schemi convenzionali sarebbe incline a considerare come l’avvio del romanzo stesso. Ma non è così. Quella domanda segna, al contrario, la conclusione della principale linea del romanzo. Il libro, nel suo complesso, si dipana lungo 1327 pagine più altre 127 di Note ed Errata Corrige. Quelle ventotto pagine iniziali potrebbero paradossalmente essere consumate come un racconto in sé compiuto, con un inizio e una fine. Una forma breve dal linguaggio essenziale, che lascia ampi e diversificati margini all’interpretazione testuale. Ma è da lì, dal quell’inizio a flash-forward, che defluiscono a ritroso diversi rivoli di storie, e ciò che viene narrato sarà in forma del tutto massimalista. È quindi dalla ventinovesima pagina che il romanzo scopre tutte le sue carte, quando il lettore si troverà a districarsi tra alcuni dei più diffusi e radicati vizi americani: l’esacerbata attitudine alla competitività, la tossicodipendenza, il consumismo senza limiti, l’alienante sudditanza alla forma di intrattenimento, e tanto altro.
C’è dunque materia per andare alla scoperta delle idealità che legano quanto emerge dall’intervista di McCaffery all’insegnamento umanistico della maggiore opera di Wallace.

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