“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 15 Novembre 2015 00:00

Nemiche, amiche, amanti...

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Non si può uscire dall'atmosfera che un buon libro ti costruisce intorno. A meno che a libro finito uno non decida di riaprire immediatamente un altro libro e il gioco è fatto, via nella corrente impetuosa di altre storie e altre parole. Forse però questo non significa leggere davvero, significa divorare, senza criterio e trasporto, pagine di inchiostro una dopo l'altra per rimediare al dolore di una storia con l'ebrezza di un'altra.

Anche con i racconti può succedere questo, troppo poco tempo tra la fine di uno e l'inizio di un altro, ammucchiati tutti nello stesso libro che illude di star leggendo un’unica vicenda quando poi nomi e luoghi, eventi ed età cambiano. Allora si fatica a mantenere viva l'atmosfera, se sei un lettore che non cerca svago o conoscenza, ma solo esperienza vitale e pulsante in quello che legge, non puoi girare subito gli occhi a destra e iniziare un racconto nuovo. La vita ipotetica delle persone che hai lasciato indietro pesa come un macigno, poche pagine sono state davvero sufficienti per saziare la tua puerile curiosità? Se è Alice Munro che scrive, probabilmente sì. Ogni micronarrazione è un universo completo, partendo dai vestiti che uno indossa e che con un particolare vento o un distratto gesto si muovono, fino ad arrivare al passato snocciolato senza difficoltà. Il presente è un nucleo caldo e amaro, il futuro una promessa non vaticinata, ma limpida perché inevitabile, presagita.
Finisci una storia e chiudi il libro, aspetti e forse respiri, ti riempi i polmoni delle minuzie solo accennate che nel flusso disturbavano. I caratteri spigolosi di donne e madri, figlie, amanti, nonne e nemiche sono onde pietrose, rumorose, impietose. Quando anche questa mareggiata passa, apri di nuovo il libro e ti sembra di cominciarne uno nuovo, con un'altra copertina e un altro titolo. Solo l'autrice resta la stessa. Qualche metafora la riconosci, la usa spesso per più situazioni, ma non ti dispiace, è come percorrere una strada nuova abbracciata sempre alla stessa persona. A volte la strada si trasforma in un ponte galleggiante, dove ti senti sospesa e inutile, però felice, non più esposta all'inganno della cortesia sterile di un medico che sa che morirai, ma continua a dirti che non sarà così.
Chiudi di nuovo, incanali la malattia e ti ammali, poi ritorni a galla e questa volta sei in una casa con tanti mobili che conosci perché sono quelli di famiglia. C'è una donna indipendente e forte che si chiama Alfridia, è la cugina di tuo padre e tu sei una stronza, tutto sommato, una ragazzina provinciale che scopre il mondo attraverso il suo stile di vita ribelle e che sogna di emularlo. Hai imparato cosa non vuoi essere da lei, hai contato i difetti ipocriti della tua famiglia attraverso di lei. Hai imparato che esiste un modo diverso, un mondo nuovo. Hai pensato alle storie che poi scriverai come a creature alate, afferrabili come mosche nell'aria e non già pronte nella tasca del jeans. Sei stata una ladra di sentimenti ed emozioni, hai costruito una torre d'avorio sul dolore di Alfridia, ma sei una scrittrice e il tuo mestiere non ha nulla a che vedere con il rispetto e la libertà del silenzio, del privato.
Chiudi il libro. Un senso di colpa non per quello che hai fatto, ma per questo senso di pentimento che tarda a venire. Che lupo incivile è lo scrittore, che dignità riesce a dare a tutto e quanta ne sottrae alla vita vera. Mentre pensi a come cavartela, a come scrivere senza ferire, sei con un bambino che non è tuo fratello e che non lo sarà mai, perché tu lo ami e lui non sa se ama te. Forse non si è mai posto questa domanda, forse dopo i giochi e i pomeriggi a scrutare le ombre lunghe, quando è andato via ed è cresciuto e si è sposato, è diventato padre e ti ha rincontrato, non lo sapeva ancora. E tu disillusa e divorziata, con due figlie assenti, quando l'hai rivisto con la barba e il suo odore forte da uomo nuovo, hai dato un ordine ai tuoi fallimenti, hai giustificato gli errori che hai commesso. Tutto per un uomo che una volta era un bambino e che adesso non puoi più amare, perché lui ha toccato il fondo ma non l'ha fatto con te. Da là sotto si risale insieme o si muore, ma tu non sei là sotto, resti la bambina dei giochi con la tenerezza delle ortiche. Chiudi il libro. Ora hai paura, perché hai letto qualcosa di perfetto e non vuoi dimenticare.
Riapri il libro e leggi quello che si ricorda. Un'altra moglie, un'altra madre, la follia cauta dei gesti ormai spenti, dei giochi finiti, la serietà consolidata dell'amore. Un impeto, sei questa donna, dietro al cuore qualcosa di non consumato ti è rimasto, come incastrato. Non si lava col pianto, si espia perché è una colpa, un desiderio di carne, di felicità illegale. All'acme della gioia, ci si riveste e si riprende la maschera. La prudenza ha benedetto un'intera vita, il ricordo è un'oasi o forse un'illusione, una parentesi che vive perché nasconde come un segreto quello che se scoperto diventerebbe un'altra storia comune, con il suo iter e la sua degenza, fino alla morte indolore.
Chiudi il libro. Stai invecchiando, te ne accorgi, ora quello che si ricorda non è più tanto nitido, senti che il passo successivo è un sogno e un nuovo amore, innocente, incolpevole, mai registrato come un fatto, ma solo come una confusione dolce. È l'ultimo racconto e vi consiglio di maneggiare con cura, perché fa malissimo, è un epilogo giusto. Se prima i capelli luccicavano di oro rosso o nero, adesso l'unico riflesso è quello dell'argento, un bianco striato da raggi di luna. La donna è diventata vecchia, vuota, come una fotografia di cento anni fa. Non può più essere una nemica, né un'amante, neppure un'amica, quello che sta facendo è sprofondare sempre di più in un pozzo profondo, dove la luce è talmente lontana da cancellare il ricordo anche della sua esistenza, credendo folle il sole. Un uomo ora dalla sua statura ricurva ripassa con la mente, come un bambino tiene il segno col dito, la strada che dal ponte galleggiante a qui, in questa clinica, ha percorso tenendo il braccio della moglie. Sembra di andare a ritroso nel tempo e nel libro, tutte le parole scorrono veloci e trovano un senso, viste dalla fine, da questo punto dolce in cui il senso è chiaro ma inutilizzabile. Anche l'amore non è più appesantito da limiti umani, serve a questo diventare vecchi e ragionevoli, serve a non fare più la guerra come i bambini e gli adulti, concedere la pace, in qualsiasi forma essa sia, a colei che adesso vive solo nell'immediato presente, un presente delicato e fragile, nudo e privo del domani. Un portagioie senza gioie perché è esso stesso la sola gioia. L'amore a questo punto non è più un sacrificio, ma un dono. Talmente facile, così leggero, come un sorriso sulle labbra di un vecchio.

 

 

 

 

Nemico, amico, amante...
Alice Munro
traduzione Susanna Basso
Torino, Einaudi Editore (2003-2015)
pp. 315

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