"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 13 Novembre 2015 00:00

Lanterna nel buio

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È successo stanotte si! Un terribile raffreddore m’impediva di respirare, e se non c’è respiro non c’è neanche sonno ed eccomi, allora, con il mio lumino da comò, navigare, non senza sofferenza, in una dimensione “altra”, nello "Spazio Esterno", direbbe Anna Maria Ortese, nello spazio dell’osservazione, dove ti osservi dal di fuori. Capita raramente, non è una condizione facile da toccare, difficile da rimanerci, ma se capita, ti tocca, è una sorta di chiamata.
Il mio spirito, dunque, ha cercato quiete nelle pagine di Corpo Celeste di Anna Maria Ortese, che mio padre mi aveva segnalato dopo avergli raccontato di star “fabbricando un nuovo spettacolo” con probabile titolo Corpo ©orale.

Corpo celeste è un viaggio sul treno della vita di una donna, di un individuo, di un essere umano, che cerca di spiegarsi il mutamento, l'esistenza, la ragione, l’essere umano, il cuore, la legge dell’Universo, il corpo. Ecco perché Anna Maria Ortese è stata definita una scrittrice (seppur lei stessa faceva fatica ad attribuirsi questa etichetta) “difficile”, perché ha toccato tasti dolenti riguardo la situazione di una popolazione come quella italiana e non solo ed è da poco tempo a questa parte, pare, che l’ambiente letterario e quello teatrale sembrano essersi accorti finalmente di lei: “una figura scomoda”, una critica doc, una filosofa no-stop. Per la Ortese, la ragione è esterna all’uomo, è capace di cogliere l’immortalità, spesso l’uomo la indossa, ma mai la possiede del tutto, in quanto la vera identità dell’uomo è “il vuoto”, “la sofferenza” e proprio quando si vuole evitare quest’identità, allora, la memoria viene meno: "Occorre rientrare in se stessi, dove è il nome. Memoria come patria; identità come quiete. Questo mi sembra il luogo più lontano dall’angoscia".
Nell’incessante fluire del tempo e nell’inarrestabile treno in corsa che è la vita, l’uomo dovrebbe riprendersi il senso di appartenenza a se stesso, alla sua vita, ai luoghi, al tempo. I mali del mondo, la corruzione, la violenza, la falsità, il tradimento, l’arbitrio, impediscono la libertà di identità, quel respiro cosmico in cui bisogna riconoscersi come espressione ed ecco che solo il mutamento del cuore può salvarci, un mutamento corale, ovvero di tutti quelli che decidono di farlo, in una visione, a mio dire, orientale, buddista. Leggere le pagine della Ortese è stato per me una sorta di risveglio alla mia “missione” di essere umano che è nato e vive in questa Terra: "La mia patria (piccolissima a sua volta) è la Via Lattea, sperduta nel fuoco bianco di infinite altre Galassie".
L’uomo è un particolare necessario al vasto oceano della vita, dove una singola goccia e l’oceano sono in continua comprensione e permeabilità, si auto-rapppresentano, parte per il tutto e nel tutto, e tutto per la parte e nella parte. Ecco che il Luogo, Lo Spazio Esterno, di cui parla la Ortese, è lo spazio apparentemente ignoto che, per differenza, permette di osservare ed osservarsi,  e di riconoscere e riconoscersi, per mutare direzione ed orientamento. Se la Ortese si appella dunque alla potenza meravigliosa, mistica, che è la vita, ovvero la nascita, la creazione, Alberto Savinio, invece, sembra rifondare il teatro nella veridicità della parola.
Savinio, pseudonimo di Andrea De Chirico, grande grandissimo personaggio della prima metà del Novecento italiano, figura difficile da etichettare, troppo poliedrica, ripropone in chiave moderna il concetto del tragico greco, scegliendo la chiave dell’ironia, delle parole senza giudizio, del luogo in cui vivi e morti possono dialogare, una piccola parentesi fittizia, da palcoscenico, che però si lascia volutamente confondere con il teatro del reale. Da Corpo celeste della Ortese, sono passata, dunque, ad affondare il naso in Alcesti di Samuele di Savinio, un’opera teatrale scritta tra il 1947 ed il 1948, che, nel clima della seconda guerra mondiale, attualizza la storia dell’Alcesti euripidea, eroina tragica, protagonista dell’unica tragedia greca a lieto fine. Corpo celeste e Alcesti di Samuele differiscono solo per il colore della copertina e per la voluminosità del testo, grigio-azzurro il primo e giallo-arancione e più spesso il secondo, entrambi volumi della Piccola Biblioteca Adelphi.
Perché la mia mente è andata dalla Ortese a Savinio (non a caso due geni incompresi)? Perché la necessarietà del dolore di cui parla la Ortese, il fatto che solo dalle sofferenze e dal cuore infranto può rinascere l’amore e che dal cambiamento e dalla scelta del cuore si può direzionare la vita verso la memoria, la quiete, i luoghi ed il respiro, è un processo che Savinio aveva già passato in rassegna vedendo − nelle sofferenze, nella tragedia, nella perdita di modelli e nello spaesamento dell’uomo contemporaneo − una catarsi, ovvero la libertà, la scelta, la possibilità per l’uomo di ri-crearsi, di prendere in mano la propria vita, di ridere ed essere ironico, di osservare l’universalità di cui egli stesso è intriso. Questa legge universale permette di affrontare anche la stessa morte, la sofferenza per eccellenza, che però deriva in primis dall’atto stesso di nascere, come scelta di identità, come libertà. Il gesto suicida che compie Teresa Goerz − nell’opera teatrale del nostro, che fa da specchio all’Alcesti euripidea − è l’emblema della scelta, dell’atto di liberazione, della compassione e dell’amore verso il marito e verso la vita, seppur davvero difficile da capire.
La tragedia inscenata da Savinio non è l’esaltazione della morte come atto egoistico, ma come scelta di vita e come ritorno all’universalità, come appartenenza a tutti i luoghi dell’Universo in approccio catartico e purificatorio. Tale approccio, per Savinio, è l’ironia, l’ironia contro il tragico, la parola contro l’assenza di parola. La prolissità verbale della figura dell’Autore, che è Savinio stesso − uno dei personaggi di Alcesti di Samuele − fa pensare ad un bisogno di verità ed il teatro diventa un (non)luogo in cui poter “correggere” i propri errori, l’opportunità di osservarsi dentro da vivi come da morti e cogliere l’autenticità, l’integrità.
Credo che le pagine di Savinio siano un trattato di riferimento per chi fa teatro, per attori, registi, drammaturghi, scenografi, critici. Spesso il teatro e la vita si scambiano, spesso i luoghi si confondono, spesso l’esterno si abolisce, e lo spirito di ricerca e di osservazione scompaiono ed allora scompare anche la memoria, individuale e collettiva. Già nel 1925, Savinio, aveva scritto l’"avventura colorata" di Capitano Ulisse, una prima tappa di rifondazione del teatro, in cui però la critica era ancora più forte della proposta di una soluzione. La gravità delle scelte di Ulisse diventano una possibile via di fuga per il personaggio, che dall’omonima figura mitologico-letteraria, diviene l’uomo de-responsabilizzato rispetto alle sue scelte e le sue azioni, ottimo inizio per rifondare la sua vita: "L’azione comincia quando comincia la parola. Si cambi la definizione: il Teatro è parola. Meglio: l’azione sta nella parola. Meglio ancora: 'tutto' sta nella parola".
Concludo le mie riflessioni, forse di una delirante febbricitante, con Sentiero di Jack Hirschman:

 

 

Vai al tuo cuore infranto.

Se pensi di non averne uno, procuratelo.

Per procurartelo, sii sincero.

Impara la sincerità di intenti lasciando

entrare la vita, perché non puoi, davvero,

fare altrimenti.

Anche mentre cerchi di scappare, lascia che ti prenda

e ti laceri

come una lettera spedita

come una sentenza all’interno

che hai aspettato per tutta la vita

anche se non hai commesso nulla.

Lascia che ti spedisca.

Lascia che ti infranga, cuore.

L’avere il cuore infranto è l’inizio

di ogni vera accoglienza.

L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.

Vedi i cancelli che si aprono.

Senti le tue mani sui tuoi fianchi,

la tua bocca che si apre come un utero

dando alla vita la tua voce per la prima volta.

Vai cantando volteggiando nella gloria

di essere estaticamente semplice.

Scrivi la poesia.

 

 

 


Anna Maria Ortese
Corpo celeste
Milano, Adephi, 1997
pp. 160


Alberto Savinio
Alcesti di Samuele e atti unici
a cura di Alessandro Tinterri
Milano, Adelphi, 1991
pp. 358


Alberto Savinio
Capitano Ulisse
a cura di Alessandro Tinterri
Milano, Adelphi, 1989
pp. 166

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