“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Giovedì, 15 Ottobre 2015 00:00

Questo ucciderà quello

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Notre-Dame de Paris è uno di quei libri che appena inizi a leggere vorresti non finisse più. Chiudere l’ultima pagina di un tale libro è come sbattere ferocemente in faccia la porta all’umanità e alla sua storia, come far terminare il mondo con il gesto innocuo di una mano sulla carta. Un vuoto come un buco nero si apre alla tue spalle, un vuoto che fino a poco tempo fa era pieno di voci e di sentimenti, strabordante di emozioni e sofferenze, colmo fino all’orlo dei nomi a cui non vuoi dire addio.

Parlo di Notre-Dame de Paris in questi termini non solo per la malia che una scrittura perfetta può esercitare sulla mente, neppure in virtù di una fabula essenzialmente poco geniale, il fascino di cui parlo e la difficoltà di tirarsene fuori consiste nel fatto che Hugo ha scritto un monumento gigantesco sulla vita umana, ha saputo con una maestria sovraumana costruire una cattedrale grande e bella quanto solo Notre-Dame sa esserlo, fatta di corpi e cuori, di carezze e forza. Sfuggire a questa trappola è un fallimento al primo tentativo, un libro di siffatta specie è impossibile chiuderlo e dimenticarlo, riporlo e passare oltre. Ha il carattere di un classico, continua a parlare dopo secoli e continuerà a farlo nell’arco della tua vita e di quelle che ti seguiranno, calpestando la quintessenza della polvere. Per questo e per altri mille motivi, davanti a questa facciata imponente e le ogive, con in viso i due campanili giganti e le guglie e i rosoni, i vetri colorati che sembrano arcobaleni rotondi, chiudo anche io il cerchio su questa vicenda. Voglio chiudere l’ultimo capitolo altamente doloroso con una preghiera celebrativa, non a Hugo o alla sua meravigliosa chiesa, neppure a Claude Frollo e la sua scienza terrorizzata dai baci, non a Quasimodo e alla sua deformità addolcita dal languore dell’amore, più semplicemente un inchino fiero di fronte all’arte della scrittura, alla sua missione umanitaria, alla sua instancabile fede negli uomini. Se il tempo e le rovine non possono nulla contro un cuore che affonda radici, allora il ciclo infinito e sfiancante della risposta umana allo stupore del tutto merita una sua narrazione, un capitolo tutto per sé.
Sarà anche metaletteratura, ma scrivere dello scrivibile mi affascina, non fosse altro che per cercare di trovare un po’ di ciò che trascende in quello che permane e muta.

Il libro ucciderà l’edificio
È un intero capitolo dedicato a questa specie di dibattito vaneggiato amaramente da Claude Frollo nel capitolo precedente. È Victor Hugo che parla, rivolgendosi al pubblico femminile, a buon ragione dal momento che questo tipo di letteratura, il romanzo, era destinato non solo alle pubblicazioni periodiche su rivista, ma i fruitori erano pressappoco quasi tutte donne, nella triste e ancora prossima epoca in cui la letteratura con i suoi cenacoli era vietata come professione attiva alle stesse.
Hugo ci tiene a precisare che la disputa prima ancora che tra mondi e saperi è tra due forme d’arte. Lo stato di abbandono in cui versano gli edifici antichi, religiosi e non, fornisce allo scrittore un motivo valido per indagare il graduale abbandono di una forma espressiva in ragione di un’altra. Notre-Dame de Paris è ambientato nel 1482, in una Parigi ancora tributaria di una solfa medievale e una giustizia sommaria. Quello che suggestiona l’autore rispetto al tema in oggetto è la deplorevole condizione dell’edificio più importante e più famoso di Parigi: Notre-Dame. Sappiamo anche che la ricostruzione con criterio conservativo durante l’Ottocento è stata fortemente voluta dallo scrittore stesso, tanto che il suddetto libro con la sua amara critica ha sancito l’inizio dei lavori e la ristrutturazione dell’edificio, come ad oggi ci appare. Sulla scorta di quanto detto, ha inizio una delle più belle pagine di letteratura moderna che la storia abbia avuto modo di sfoggiare agli occhi dei contemporanei. L’analisi di fondo ha in testa la decadenza dell’architettura per poi inoltrarsi nel campo umano della comunicazione e dell’eterno narrare di uomini e Dèi.
Quando l’oralità non bastò più, quando si iniziò ad avere paura del vento, si cominciò a registrare la vita, i ricordi, la scienza. Come racchiudere tutto questo brusio dentro una forma piccola, ma tramandabile, un modello non disperdibile? In poco tempo si passò a un livello successivo, si costruirono cattedrali e icone ai pensieri volanti.“L’architettura è il gran libro dell’umanità, l’espressione principale dell’uomo ai suoi diversi stati di sviluppo, sia come forza fisica, sia come intelligenza”.
Nacque l’alfabeto in pietra, la calligrafia era ancora, e lo sarebbe stata per tanto tempo, direzionata dalla mano invadente e ferma della necessità, dalle leggi amovibili dell’universo. Il verso era lo scavo profondo per le fondamenta, i suoi predicati le mura e le colonne, i capitelli e gli altari. Nell’insieme tutto divenne un organo, una melodia scandita dalla pura matematica. La forma non disertava l’idea, l’idea non si sottraeva alla forma. Nessun pensiero critico spodestava la serena convivenza con la natura. Ogni cosa in quelle cattedrali monumentali era legato, un nodo al centro della pietra, di ogni singola pietra teneva insieme lo spirito e la materia. Ma forse già non era altro che una mera interpretazione. È questo il motivo più accreditato per il quale osservare oggi un edificio di centinaia di anni significa avere la netta impressione che le mura parlino, più di mille campane a festa.
“Ogni civiltà comincia con la teocrazia e finisce con la democrazia. Questa legge della libertà che succede all’unità, è scritta nell’architettura”.
Dall’autorità delle chiese, il loro immobilismo, le leggi costanti che sopprimono, con l’imperiosità del messaggio, ecco il movimento: addio staticità, sacerdozio e castità. Basta manovali, artigiani, demiurghi eteronomi. Benvenuta arte, libertà, capriccio.
La poesia si libera della verità a tutti i costi, si isola e diventa il sonoro canto dell’uomo. I dogmi e i simboli si sfaldano, nasce una nuova autorità: il Geist, lo spirito dell’uomo svuotato e sordo al richiamo dogmatico di Dio. È lui, in lui, l’inizio e la fine dell’ontologia. La testimonianza umana diventa pura solitudine, il mondo un grumo di spazio, tempo e causalità, in questo silenzio pari al boato sordo dopo il tuono, l’artista, come un semidio, è davanti a se stesso. Le sue mani e i suoi occhi sono l’unico scalpello che possiede per scolpire nella pietra il suo nome senza eco. Non c’è frastuono oltre, non c’è richiamo, l’intero pianeta è sprofondato in una notte infeconda, l’analogia ha abbandonato creato e creatore, esiste la lacerazione del frammento, la linea spezzata. Prima che il singolo possa esprimere se stesso, mai dimenticare quel passaggio sanguinoso dall’aristocratico possesso alla popolare insurrezione. Le rivoluzioni delle nazioni, le distruzioni e lo sciacallaggio che presuppongono portano alle mani del genio lo strumento per ricostruire. Il volto loquace del pianeta diventa il manifesto dell’esistenza, dell’isolamento, la rappresentazione di una condizione umana privata del cominciamento. Senza origine non vi è fine, allora benvenuto progresso. La bellezza non è più un calcolo astratto sulla calcolatrice divina, ma è pienamente indipendente, lontana dal plauso degli equilibri.
“Nel quindicesimo secolo tutto muta”.
D’un tratto i popoli si trovano a marciare più rapidamente del solito, gli uomini ammazzano il tempo e l’otium lascia il posto al fermento tellurico e globale della divulgazione. Qualcosa di eterno e inscalfibile come la pietra diventa troppo statico, una torre nel deserto, troppo lontano dai punti cardinali della terra appena conquistata. I discepoli dell’architettura scoprono la motilità, l’ampiezza e l’infinito migrare delle idee. L’essere in pieno movimento, direbbe Aristotele. Eppure qui nessuna causa finale è inscritta, nessuna causa efficiente, solo tumulto e smania, corpi troppo piccoli e immense radure. Il clima è caldo e da queste spiagge assolate cresce come una malattia ramificata la stampa.
La materia per quanto possa avere una forma simbolica che la ripara dalla passività, è facilmente scalfibile, al pari del libro, ma il secondo a differenza della prima può insinuarsi come un profumo forte in tutti gli orifizi del mondo, non si può vivere in apnea per sempre ed è per questo che alla diffusione delle parole non c’è scampo. È l’ubiquità che la stampa celebra, il suo virus inarrestabile. Neppure il più barbaro degli uomini può opporre resistenza alla precisione con cui taglia la parola quando diventa spada, quando scalfisce da lontano l’aria e fende il vento producendo un rumore nel cielo incorrotto. Nel frattempo l’architettura si spopola, l’intelligenza abbandona il suo letto nuziale, tutto si moltiplica e diventa copia una volta morta l’immaginazione. La diffusione diventa “la seconda torre di Babele del genere umano”.
Il libro stampato è un “rifugio promesso all’intelligenza contro un nuovo diluvio”.
Ad oggi non conosciamo l’intensità di questa catastrofe, di questa nuova inondazione che sconvolgerà gli uomini e costringerà tutti su un’arca nella volgare speranza di arraffare un po’ di tutto e un po’ di niente. La portata del cataclisma è una previsione, il sibilo di una Sibilla, la risposta di un oracolo. Eppure in tutto questo perdersi, in tutto questo ricominciare, nella fatica della terra nuova dove ognuno è preso dal frenetico compito di ricordare e onorare, le parole saranno il solo passaporto valido quando qualsiasi identità civile sarà perduta. Inizieremo da un verbo e ricominceremo di nuovo a far seguire un aggettivo alle cose, perché la memoria di suoni dolci e amari è una consolazione nelle notte dalla lunga coda, e potremo aver perduto tutto: altari, santi ed eroi, ma non finiremo mai di parlarci l’un l’altro, come ora io sto facendo con voi. Questa cattedrale non perirà finché l’ultimo dei superstiti non avrà in bocca una sapore e alla mente il suo esatto nome.

 

 

 

 

Notre-Dame de Paris (1831)
Victor Hugo
traduzione Luigi Galeazzo Tenconi
Milano, Rizzoli Editore; BUR (1996-2013)
pp. 541

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