“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Martedì, 22 Settembre 2015 00:00

La febbre e l’alba dei marinai di zattere

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Sotto un cielo rosso-porpora, Taranto, che canta un Sud percosso da croci, ricatti, fumi e disperazione, si muovono sei voci che dondolano come zattere nel mare della precarietà e della crisi, della globalizzazione e dell’invisibilità dei diritti, della corruzione, dell’umiliazione e del nichilismo. Sei vite di sopravvissuti attaccate ad una “cuffia”, quella del call center Teleperformance, che è valore, tentazione, gratitudine, pasto e riparo – perché necessario è pagare le bollette, necessario è mantenersi un tetto sulla testa, necessario è crescere i figli, necessario è pagarsi gli studi, sostenere il sogno, “l’altra” vita che, poi, non arriva mai – ed è spina, arma, condanna, ricatto: o questo lavoro o niente.
Sono sei storie di ferocia, ed è tutto vero.

Daniela, migrante albanese, figlia della nostalgia e del mar Adriatico, delle fughe in mare e del desiderio di libertà. Francesca e Fabio, “callcenterina” lei, operaio dell’Ilva lui, complici nell’amore e nel lavoro – perché "Il call center e l’acciaieria hanno lo stesso colore: blu precario" – che non smettono di lottare per i diritti dei lavoratori, di credere nei poteri della coesione sociale, di confidare nell’azione civile, che scelgono di “parlare, sfidare con intelligenza e dignità il ricatto” opponendo ad esso la tenerezza. Valentina, con la sua “vita a progetto” infilata nel call center, iscritta di nascosto al sindacato, che ricorda che "esiste un lavoro sporco perché inquina l’aria, l’acqua, la terra. Ma esiste un lavoro sporco perché inquina le coscienze". Vincenzo, che lavora in Teleperformance per pagarsi gli studi di canto lirico, passione di vita, solida e bruciante, che lo aiuta a non farsi contaminare dalle pieghe della bruttezza. Mariangela, laureata, pendolare lucana che, nonostante tutto, non molla la vocazione per il giornalismo, il sogno di “partecipare alla vita pubblica raccontando”. Vera, madre di tre “miracoli”, che ha studiato beni culturali ma che, evocando il capolavoro di Wim Wenders, “fa l’angelo” al call center, il cui ingranaggio illogico la spinge alla lotta, all’impegno sindacale, ad una battaglia per i diritti sostenuta in una solitudine sconfinata, che, tra quei telefoni, è il destino dei ribelli e degli onesti.
Sei racconti di coraggio, sei voci scelte come protagoniste ne La zattera, Il Grillo Editore, sensibile reportage narrativo scritto da Fulvio Colucci, giornalista tarantino del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, “penna vagabonda”, come si autodefinisce nel suo blog tagliobasso, e soprattutto scrittore – premio Ilaria Alpi 1995, autore di Liberté (Il Grillo Editore, 2011) e Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto (Kurumuny, 2011), lavoro compiuto a quattro mani con lo scrittore-operaio Giuse Alemanno.
La vicenda de La zattera è quella del call center Teleperformance, sede tarantina della multinazionale francese, che fin dalla sua apertura, nel 2005, occupa circa tremila persone, duemila dipendenti a tempo indeterminato e mille a progetto, ma che, subito dopo la stabilizzazione del 2007, urla alla perdita e minaccia la chiusura, complici la crisi del mercato, la concorrenza di settore, le invisibili politiche dei diritti sul lavoro dei call center, la mancanza di una seria legislazione nazionale che tuteli i lavoratori, e avvia nuove procedure di mobilità per tutti, anche per coloro che grazie a quella contrattualizzazione “sicura” hanno costruito stabili, e costosi, progetti di vita. Il complesso quadro coinvolge tutti, lavoratori, governi, sindacati, ma i primi a pagarne le conseguenze, come sempre, sono i lavoratori, quelli di cui, paradossalmente, ci si dimentica. Tremila invisibili, tremila marinai – in gran parte donne, mogli di altri marinai invisibili e sperduti, gli operai del colosso caduto dell’Ilva – che, come si “ascolta” nel lavoro di Fulvio Colucci, remano per stare a galla e difendersi nel mare ingoiante delle parole-onda efficienza, flessibilità, vendita, scarsa produttività, contratti di solidarietà, contratti part-time, turni minimi, diminuzione del salario, un mare che, alla fine, ci rendiamo conto, è lo stesso in cui nuotano tutti gli operatori di tutti i call center d’Italia, il conosciuto gregge di “rompiscatole”, giocato come “antistress contro cui scaricare tutte le proprie frustrazioni”, che vivono la precarietà e l’alienazione, la robotizzazione della propria umanità e le conseguenze dannose del “tecnostress” – perché il filo e la cuffia diventano un insulto, una disumana prevaricazione. Un mare che poi, alla fine, lo sappiamo, è lo stesso per tutti, Lavoratori d’Italia, occupati e disoccupati, giovani e non più giovani, precari e non precari, ancora sconvolti dalla scoperta che nemmeno un contratto a tempo indeterminato è una conquista definitiva, ancora feriti dalla propria stanza che dall’infanzia non muta ed è sempre la stessa, sempre più intontiti da un canto delle sirene che confonde l’alba della tenacia perché recita "o questo lavoro o niente", pressati dalla solitudine perché la politica li “scorda”, perde la loro accordatura profonda, chiude il nodo dei diritti e insulta la loro dignità di “Persona”.
Partendo da Taranto e dal luogo del call center, La zattera fa parlare l’Italia dei lavoratori, che dappertutto tentano di resistere alla fatica del vuoto – la disoccupazione – o alla “fatica che svuota” – un’occupazione “forzata” – che subiscono l’insulto dell’essere “risorse”-di-frontiera perché per pagarsi il futuro iniziano con una cuffia qualsiasi, ma poi restano incastrati nel “sistema”: "Il call center è una scelta transitoria ma lo stipendio, quei 'quattro soldi', diventano il vincolo per restare", mentre "il sistema non è solo l’azienda, ma il Paese. Questo sistema-Italia il cui fulcro è una generazione che si accontenta di ogni tipo di lavoro. Che pure è un lavoro. E così invecchia, senza speranza di cambiare, annegando nell’eterno presente".
La zattera è la vicenda intera del mare intero d’Italia. Tutti uguali siamo, stesso legno e acqua, tutti migranti: "Sbattuti dal vento del bisogno" – scrive Fulvio Colucci nella premessa – "si è sempre, a tutte le latitudini, profughi di qualcosa".
In un momento storico in cui il giornalismo di cronaca si fa “reality” e urla la notizia schiacciando la sua anima, in cui la narrazione, letteraria e teatrale, è solo una maniera facile per coprire di finzione le vibrazioni amare della verità o per gloriarsi del proprio nome, Fulvio Colucci sceglie il reportage narrativo per dare visibilità alle ginocchia sbucciate dei lavoratori e agli imbarazzi di una politica che dimentica di imbarazzarsi. Racconta il lavoro e la vita con i suoni della vita, considera come notizia e valore i nomi e le loro voci, e da lì riesce ad avvivare il panorama ancora acceso – sì, ancora – di certe fotografie che parlano di democrazia, di adulti che non sanno smettere di sognare e di giovani che hanno già smesso, di un Sud che asciuga di rosso il bucato e le ringhiere di certe madri ossute. Di certi uomini blu solitari. Di domande che non troveranno risposta, di risposte che fanno sopravvivere. Di un’alba che si attende con la febbre alta, di certi paesaggi incantevoli. Delle reti ferite di un mare ferito. Di bambini pazienti, con le scarpe già sistemate fuori dalla porta del futuro.

 

 

 

 

 

Fulvio Colucci
La zattera
Gravina in Puglia (BA), Il Grillo Editore, 2015
pp. 120

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