“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Venerdì, 28 Agosto 2015 00:00

Il capoverso spezzato di Marina Keegan

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“Mia madre diceva sempre che è straordinario come le cose sembrino assolute quando si è giovani. Eppure la sabbia scivola giù fino a riempire i crateri tra le dune. È inevitabile, scrivono i giornalisti, e noi scuotiamo il capo con una mesta nostalgia per l’erba e i suoi grilli. Sarà sempre così”.

 

La società americana muta così rapidamente che per chi osserva dall’esterno sembra quasi stia assistendo a un carnevale a tema. Le mode e le fantasie si alternano senza lasciare il tempo necessario ai partecipanti di rendersi conto quanto sia difficile abbandonare tutto, da un momento all’altro, per indossare altro, ancora altro e altro ancora. Tradizione è una parola sconosciuta. Le giornate della memoria durano ventiquattro ore e sono spesso commedie buffonesche in cui ci si sforza di fingere un sentimento patriottico o patetico che non si è avuto il tempo neppure di vivere o esperire. Quello che è stato, perché c’è stato, costituisce un barlume di emotività privo di senso storico.

Il ricordo è un venticello insignificante che non turba più le fronde degli alberi il giorno successivo e ogni cosa precipita dentro uno spazio apparentemente nuovo e pulito, quando in realtà è solo una discarica abusiva riempita quotidianamente da utensili usa e getta e terra nera. I fari si accendono e si spengono rapidamente, come il successo di un’attricetta poco dotata sulla walk of fame. Sono i luoghi di nessuno e di tutti, selvaggi e moderni, ampi, abbaglianti tanto da compromettere il cielo. La cultura viene svenduta a puntate sui quotidiani, in questa intermittenza tutto finisce per essere sostituito l’attimo dopo da un prodotto più accecante, ma nel luccichio smorto alcune luci rimangono fisse, segnalano un passaggio indimenticabile, l’ombra tutta attorno ha forme meravigliose. In questo gioco di specchi e di rimandi, di fulgide stelle, hanno casa gli scrittori, gli artisti, quelli che osservano stipati nel loro angolo insignificante e scrivono voracemente di ogni cosa visibile, di quello che passa e sconvolge senza fare rumore. Appostati e sconosciuti si nascondono, in prospettive favorevoli iniziano a raccontare della fluidità dell’acqua che negli alveoli dei fiumi si sporca e contamina il mare, se mai ci arriva. Questa letteratura contemporanea debitrice di niente, con alle spalle tutto, narra storie smilze e crudeli, di villaggi abbattuti col solo comando di un pulsante, di piattaforme dai milioni di volti in pose ridicole, di spiagge dove i cetacei si arenano e dalle quali non riescono a scappare per salvarsi la vita. Come si può ricordare qualcosa, celebrare funerali al passato quando questo era qui un attimo prima, come si può sopravvivere e sentire la vita dentro, quando l’attimo dopo sei diverso, cambiato inesorabilmente come cambia la forma del deserto in centinaia di anni? Le forme più pure di idealità si imbattono in una contingenza che non permette appelli. Il diritto a tutto è una pubblicità che passa sugli schermi, come un decalogo alternativo al quale è bastato cambiare posto alle cose per dirsi nuovo. I miti fissi e imperturbabili sono invecchiati, i nostri schermi piatti ci hanno mostrato e dimostrato come sia possibile abbattere cattedrali e profanare statue sacre in un solo giorno, le utopie si sono trasformate in distopie e il mercato ci ha reclutato come leve per l’esercito della produzione industriale. I desideri si sono fatti a scadenza, sono i nuovi capricci di adulti che amano ammazzare il tempo la domenica pomeriggio. I sogni dei giovani sono sviliti dalle promesse di un successo facile, presto verranno ammantati dalla resa di un guadagno prudente e finiranno negli sgabuzzini di un centro commerciale, aperto tutti i giorni a tutte le ore. Ci sazieremo con gli ultimi spicchi di un sole inquinato e con le nostre auto saliremo più in alto, sempre di più, fin quando la terra sarà un punto piccolissimo e invisibile che soffoca tra i vapori e la vergogna per una luna più madre di lei. E così avremo fallito tutto, abbandonato tutto e le nostre biblioteche labirintiche saranno silenziose in uno scenario post-apocalittico, renderemo futile il mondo in quanto mondo, i piedi per aria ci faranno andare a testa in giù e capiremo, così lontani da casa, quanto fosse necessario riconoscere prima la bellezza e la generosità di un mondo pieno di laghi, fiumi, mari e deserti, quanto fosse vitale camminare scalzi per ferirsi i piedi sperando che qualcuno li curasse, quanto fosse grandioso accarezzare un libro e sentire che sotto le dita qualcosa di amovibile si muove. Cos’è che rimane? Cos’è eterno allora? Non di certo la produzione artistica alla quale spesso ci si è rivolti come unica fonte di speranza per una memoria collettiva, tramandabile ai posteri. Allora se l’arte non è eterna, se un quadro morirà insieme a tutti gli altri quadri, se un libro appassirà insieme a tutti gli altri libri, se le statue si sgretoleranno come soffioni in mano ad un bambino spazientito, cos’è eterno? A chi affidare la storia più piccola e quella più grande, per chi raccontarla e chi ascolterà? Probabilmente non risponderemo mai a questi quesiti, probabilmente scompariremo portandoci dietro fiumi di parole e di reti televisive, ma in tutto questo perdersi, in tutta questa solitudine deve esistere il suo contrario, una possibilità: la speranza.
È quello che mi ha insegnato Marina Keegan con i suoi microracconti e saggi, questa ventiduenne passionale e schietta, disposta a frantumare in piccoli momenti significativi la vita e la sua grande sobrietà. Marina affida spesso e volentieri i racconti a uno sguardo giovane, nuovo, come se avesse intuito che è nell’incorrotta giovinezza che si annida la speranza, la possibilità di cose che possono essere diverse da quelle che sono. Ma non risparmia niente e nessuno, neppure se stessa, con una ingenuità che spesso fa presagire quanto ciò che si legge sia stato pensato, poi scritto, durante un momento privato, privo del sentore della morte imminente. Nonostante ciò ogni parola si rende trasparente, emana una forza e una freschezza che non si eclissa neppure quando la perdita o la guerra fanno capolino dai suoi racconti. Aveva quella cifra stilistica figlia della sua letteratura di appartenenza: minimalista, essenziale, eppure vorace e crudele, una scrittrice alla quale bastano due semplici parole per sfatare miti o costruirli. Con questo passo duro racconta un po’ di tutto: di amori che spariscono senza averti lasciato il tempo di capire se fossero davvero grandi amori; di madri e padri che aspettano il ritorno dei figli per le vacanze invernali e rivelano, con un po’ di imbarazzo, i risvolti disperati di un matrimonio naufragato; di anziane donne che leggono per ciechi ragazzi spogliandosi di tutto, improvvisando uno spogliarello invisibile agli occhi velati di un uomo giovane; oppure la scoperta dell’ambiguità nascosta nella mente di chi si ama, l’ingenuità di chi vorrebbe l’assoluto e deve accontentarsi di un cratere che col tempo si riempirà di sabbia; ancora di presepi viventi nei quali Maria è una drogata e Giuseppe è gay, dove tua figlia appena adottata è Gesù bambino e il passato un feto espulso e venduto a una coppia anonima; oppure di un sottomarino sprofondato per sempre nella fossa delle Marianne, con un cielo pieno di meduse luminose che danzano senza affogare; ancora di una macchina piena di ricordi dove il passato e il presente si accumulano ovunque trovino uno spazio disponibile, dove i pianti e le risate, la musica o l’erba da fumare, hanno dato vita a un odore che solo tu non riconosci perché ci sei dentro come nella tua stessa pelle, e per finire Yale e la sua comunità di gente speciale disposta a mettere in pausa la propria vita per esperienze futili che promettono guadagni allettanti. Ancora la tenacia di Marina nel resistere ai canti perturbanti delle sirene del mercato e del denaro, a non barattare un solo anno di vita in uffici dai quali la luce penetra appena e tutti i sogni e la creatività si riducono a insignificanti ratti che alla prima occasione, un esperto del settore, si incaricherà di avvelenare.
Marina era una scrittrice promettente e imperdibile, scrivere di lei al passato mi rattrista poiché sono questi i pilastri portanti di una civiltà americana pronta a bruciarsi presto in una combustione senza cenere, perché Marina romanzava lo squallore e accendeva luci visibili dallo spazio. Desiderava essere speciale pur rimanendo una  voce semplice, sognava di salire su una torretta radio e urlare allo spazio cosmico un messaggio, l’ultimo forse, perché si propagasse nel tempo infinito l’unica cosa flebile, ma indistruttibile: il suono di una voce. Ed io leggendola l’ho tradita, non riuscivo a scacciare il senso di morte che mi alitava in faccia continuamente, mi arrabbiavo perché avevo in mano un libro, la sua linea incorruttibile, ma il fatto che se ne fosse andata mi rattristiva, mi faceva lontana. È devastante morire così presto quando si è appena cominciato a scrivere. La morte dovrebbe essere un motivo, uno dei tanti, per cui si scrive e di cui si scrive, non quello per cui si smette. Marina aveva la mia età ed è morta ed io non posso più aspettare l’uscita di un suo nuovo libro, non posso più imparare da lei. Per tutto il tempo ho schivato l’empatia con le sue storie, i suoi personaggi, perché poi si sa, ti affezioni a tutto, anche al modo buffo in cui viene scelto il luogo in cui far cadere una virgola piuttosto che un punto, ed io non potevo legarmi in tal modo perché il nostro incontro finiva qui e lei era un meraviglioso capoverso che non doveva essere spezzato.

 

 

 

 

Marina Keegan
Il contrario della solitudine
traduzione Manuela Faimali
Milano, Mondadori, 2015
pp. 195

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