“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Lunedì, 24 Agosto 2015 00:00

Un uomo è tutti gli uomini

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Suttree, mio dio quel libro...
(David Foster Wallace)


Quando Cormac McCarthy pubblicò Suttree nel 1979, era al suo quarto romanzo, si era da poco trasferito in Texas e aveva quarantatré anni. Con questo libro, uno dei più grandi romanzieri del nostro tempo, con un'ampia parabola salì sull'onda lunga di una fase letteraria molto prossima ad uno stato di grazia, dando così inizio alle grandi narrazioni elegiache McCarthyane. Il successivo sarà Meridiano di Sangue e i due libri si contendono tutt'ora il titolo di capolavoro assoluto.
La caratteristica di Suttree è
di sembrare composto da un qualcosa che va oltre la materia letteraria e che riesce a farsi strada nel lettore piantandogli addosso sensazioni non più eradicabili che vengono rievocate, anche a distanza di parecchi anni, ogni qual volta alla vita capiti di aprire il suo sipario su simili paesaggi umani che albergano in ciascuno di noi.

La scrittura di un Cormac all'apice dei suoi talenti, scorre densa e fluida come i liquami viscosi del fiume intorno al quale si aggirano i suoi personaggi, i figli delle Parche appartenenti ad un'umanità degradata e nascosta, e si fa strada nelle pieghe sotterranee dell'animo umano restituendo dignità a tutto ciò che indica e nomina.
Siamo in una scabra America dei primi anni Cinquanta, e Cornelius 'Buddy' Suttree è
un uomo la cui estrazione borghese ha offerto diverse possibili modalità di andatura per camminare su questa terra, ma potendo scegliere ha optato per un'esistenza 'alla giornata' da condurre lungo la riva del Tennessee, dalle cui profondità opache e fecali ricava la fonte della sua sopravvivenza. In uno scenario cinereo e spettrale sul suo 'Schifo' draga le acque limacciose del fiume portando in superficie pesci gatto, concrezioni di resti alimentari e orrendi rifiuti umani, "qua e là forme maleodoranti di feti umani incagliati e gonfi come uccellini, con occhi tondi, e bluastri o color muffa". Aveva una famiglia ma l'ha abbandonata, è un uomo colto che ha studiato e quindi aveva (almeno a quei tempi così funzionava) più di una possibilità di vita 'normale' ma l'ha scansata, forse perché ha trovato una sua verità: "Credo che gli ultimi e i primi soffrono allo stesso modo. Pari passu. [...] Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un'anima sola".
Intorno a lui ruotano e si intrecciano le vite di altre anime simili alla sua, altri figli delle tenebre avvezzi alle piccole/grandi sventure di un'esistenza dove miseria, alcol e violenza sono le uniche cose a non mancare mai. In un carosello degno di una galleria degli orrori si aggirano compagni di bevute che impiegano le giornate a far fuori bottiglie fino a che le bottiglie non fanno fuori loro, variopinti travestiti che si fanno chiamare 'Di Fiore in Fiore', paranoici vicini di casa, uomini di Dio più
folli del mondo, oscure officianti, puttane e assassini. E su tutti si staglia il personaggio Gene Harrogate, il topo di campagna, anche detto il "fottimelone di mezzanotte" per via di alcune pratiche onanistiche che lo hanno visto tristemente coinvolto assieme a delle angurie, "la storia più fottuta che abbia mai sentito", costui è un ragazzo al quale sembra mancare ogni consapevolezza riguardo alle sue azioni, ha la vita inferiore di un bambino di tre anni e la determinazione di un animale. Un'innocenza primitiva lo colloca al di sopra di ogni condanna morale, ma non per la legge, per la quale è adulto abbastanza per soggiornare ripetutamente in prigione con le accuse più disparate, zoofilia inclusa.
A questo "mondo dentro il mondo. In queste lande straniere [...] che i giusti vedono passando dalle auto e dai treni, dove un'altra vita sogna" McCarthy riesce a dare tutte le sfumature della vita. La trama, infatti, potrebbe far pensare ad un qualcosa di irrimediabilmente cupo, certo la morte si aggira tra le pagine come una presenza familiare ma sa anche essere rassicurante: perché
se i morti sono già oltre la morte, allora la vera morte è ciò che i vivi si portano dentro. Quando lo sguardo scende in profondità capita di essere accarezzati da attimi di vero romanticismo, Suttree si innamora più volte di 'colombe' pure e meno pure, e poco importa se tutto ciò su cui fa ricadere il suo amore poi finisca male.
L'ironia, infine, è
l'elemento costante e sempre inatteso di questo romanzo, e per chi scrive l'ennesima stella al valore sulle mostrine di questo capolavoro. Sebbene raggiunga i suoi momenti apicali ogni qual volta ci sia nei paraggi il personaggio di Harrogate, che sotto lo sguardo benevolo e paziente del protagonista riesce ad assumere tutte le pose del grottesco. Anche in sua assenza, però, si manifesta in strane forme ogni qual volta le situazioni colano a picco nelle foibe del tragico-senza-speranza. È come se non ci sia premeditazione alcuna e la sensazione per chi legge è quella di aver colto un effetto non cercato, accusando spesso il tipico disagio di chi scoppia a ridere durante una veglia funebre. Altre volte, invece, viene caricata a pallettoni su di un'arma da fuoco e fatta esplodere come una barzelletta ben riuscita, magari durante un dormiveglia febbrile che sembra accompagnare il protagonista all'uscita di questo mondo, con la morte impaziente al suo capezzale, mentre una miscellanea di ricordi di ciò che è stato e situazioni al limite del lisergico lo trattengono ancora da questo lato del sipario, accade che un tribunale lo chiami a rispondere, come persona informata dei fatti, sulle poco chiare circostanze di morte di un certo prozio Jeffrey passato a miglior vita nel 1884:
"–
È morto di morte naturale?
– Nossignore.
– Quali sono le circostanze della sua morte?

– Stava partecipando a una cerimonia pubblica quando il palco ha ceduto.
– Secondo le nostre informazioni è stato impiccato per omicidio.
– Sissignore".
You Know What I Mean.

 

 

 

In appendice un secondo articolo che Il Pickwick ha dedicato a Suttree di Cormac McCarty
Marco Caneschi, Il Tennessee di Suttree: antologia dell'inferno in terra (Il Pickwick, 4/11/2015)

 

 

 

 

Cormac McCarty
Suttree
traduzione di Maurizia Balmelli
Torino, Einaudi, 2009
pp. 560

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