"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 05 Agosto 2015 00:00

Come un fiocco di neve che non si fa ghiaccio

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Leggo dal sito della Uovonero Edizioni: Jason Blake ha dodici anni. È autistico e vive in un mondo di persone neurotipiche. Sa che ogni giorno qualcosa per lui andrà storto, ed è solo questione di tempo. Jason riesce a essere se stesso scrivendo racconti, che posta sul sito Storyboard. È qui che conosce una ragazza, PhoenixBird, che diventa la sua prima vera amica. Ma, insieme al desiderio di incontrarla, Jason è terrorizzato all'idea che se veramente si incontrassero lei vedrebbe soltanto il suo autismo e non il vero Jason. Un romanzo che parla di scrittura e di amicizia, viste da un personaggio con un cervello tutt'altro che tipico.

L’avere a che fare con una persona autistica – che sia un compagno di scuola, un conoscente o un familiare – è un’esperienza che segna moltissimo la sensibilità di un individuo, il suo modo di approcciarsi agli altri e di percepire il mondo. Questo perché si ha davanti una mente che pensa e agisce secondo parametri imprevedibili, fuori dalla comprensione dei “neurotipici” (come vengono definiti nel romanzo), e questa incapacità di dare una spiegazione o di azzardare previsioni ci disorienta completamente. Come si può comunicare con una persona che sembra vivere in una realtà diversa, con un linguaggio che non riusciamo a decifrare, anche se ci mettiamo impegno e amore?
Questa domanda, che è stata al centro di molte opere del recente passato (quando hanno cominciato a fiorire studi più accurati sulle cause e le possibili “cure” dell’autismo) viene completamente ribaltata da Nora Baskin. Lei non si chiede, come si è fatto finora, come possiamo capire una persona autistica, ma – viceversa – come può lei capire noi; e da questo inaspettato ribaltamento nasce una storia in cui ci rendiamo conto quanto sia complicato il nostro modo di vivere, quanti substrati di significato dobbiamo sviscerare in ogni gesto e sguardo, per avere un rapporto “normale”. E’ proprio l’incapacità di leggere oltre la pragmatica dei gesti che rende la persona autistica un outsider, cioè, per dirla come è spiegato nel libro, un fiocco di neve che non riesce a mescolarsi con gli altri per formare il ghiaccio.
Per certi versi Jason, il protagonista, è una mente adulta imprigionata nella prospettiva di un bambino: come un bambino osserva e gestisce i propri impulsi, li lascia fluire liberamente senza elaborali – finendo a volte per ritorcere la violenza delle sue emozioni contro gli altri o contro se stesso.
Una cosa che mi ha molto colpito è il rapporto di Jason con la madre, l’incomunicabilità tra loro, completamente opposta alla relazione che il ragazzo ha col fratello Jeremy, l’unico nel romanzo che sembra comprenderlo perfettamente senza bisogno di parole. Le difficoltà tra il protagonista e la madre derivano dal fatto che quest’ultima ritiene che “parlare dei sentimenti e sentire i sentimenti siano la stessa cosa”, e per questo arriva a immaginare che il figlio non provi nulla solo perché non sa dimostrarlo alla maniera neurotipica. Verso la fine del romanzo, laddove la storia sfugge al pericolo di un moralistico happy ending, questo nodo verrà comunque sciolto, instillando nel lettore il dubbio che esistano linguaggi che possono fare da ponte anche tra mondi completamente diversi.
Un’ulteriore elemento di problematicità nel loro rapporto è dato dal fatto che tutti, attorno a Jason, si sforzino fino all’esasperazione di dare una spiegazione, di cercare una causa ai suoi comportamenti, alla sua “malattia”, ingabbiandolo in una serie di sigle ed eufemismi. Nella storia si rincorrono acronimi incomprensibili per Jason quanto per il lettore, di cui non si capisce la necessità (AAF, ADHD, ADOS, DPS, DSA, SA…) ma che servono in qualche modo a normalizzare l’anormalità del ragazzo, ad inquadrarla in una classe di sindromi, cure, terapie, per permettere a chi gli sta intorno (e non certo a lui) di dare una prospettiva razionale alla sua diversità.
La scrittura di Nora Baskin è pulita, semplice, segue il modo di ragionare di Jason come una doppia pelle, quasi non ci accorgiamo che a parlare sia una terza persona. Questa soluzione, anche se stilisticamente non molto elaborata, riesce nell’intento primario del romanzo, cioè quello di vedere la vita attraverso gli occhi di una persona autistica. Spesso si cade nell’errore di credere che “autismo” sia una parola-calderone che unisce tutti individui uguali tra loro, quando non è assolutamente così; non bisogna soffocare l’unicità di un essere sotto volumi di sigle e abbreviazioni, perché così facendo si nega il diritto sacrosanto ad essere se stesso.
In definitiva, un libro che consiglio a tutti, specialmente a chi, come gli insegnanti, si relaziona quotidianamente a ragazzi come Jason, ma anche a chiunque possegga la sensibilità per avvicinarsi ad una prospettiva di vita completamente diversa dalla propria.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
NB. La recensione di Chiara Rita Napolitano è stata pubblicata, in data 28 luglio 2015, dal blog Seelen Tinte  
      L'immagine di copertina dell'articolo fa riferimento a un dipinto di Iris Grace, la piccola bimba-pittrice di sei anni, autistica e straordinaria artista in erba.
 
 
 
 
 
 
Nora Raleight Baskin
Tutt'altro che tipico
traduzione di Sante Bandirali
Crema (CR), Uovonero, 2013
pp. 184

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