"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 20 Luglio 2015 00:00

"Il mandarino" di Eça de Queiroz

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Una domanda si aggira per l’Europa come uno spettro: chi si è arricchito con il debito greco e magari, più in generale, con il debito dei Pigs? In altre parole, che cosa fa il denaro mentre dormiamo o siamo su Facebook?
In Francia, negli anni di Luigi Filippo – che, così come li descrive Marx in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, sembrano i nostri “anni di troika”, con il giochino d’azzardo tra debito pubblico e profitto privato, e il capitale finanziario sempre dietro al sogno di una ricchezza prodotta per partenogenesi, destinata a pochi e pagata con la miseria delle nazioni (alla faccia di Adam Smith) – fu l’adorato Balzac a sintetizzare lo spirito di un certo individualismo amorale.

In Père Goriot, il giovane e ambizioso Rastignac dice al suo amico Bianchon (sintetizzo): ma non l’hai letto Rousseau? Ti ricordi quel passo in cui chiede al lettore che cosa farebbe se potesse arricchirsi uccidendo un mandarino in Cina senza muoversi da Parigi? In realtà Rastignac confonde Rousseau con Chateaubriand, che nel Genio del Cristianesimo, interrogandosi sull’essenza della coscienza, si pone la questione morale della possibilità di far fuori un cinese solo con la forza del desiderio, per poi ereditarne la fortuna. Non a caso il problema viene ripreso da Freud (Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte), che cita Balzac che cita erroneamente Rousseau. Rastignac forse ignorava le fonti perché a suggerirgli certe idee era il perfido Vautrin; uno che, cambiando continuamente nome e aspetto, gira e fa girare il mondo, come il denaro. E spesso, proprio come il denaro, parla.
La citazione sbagliata si fece strada e finì per creare in francese le espressioni idiomatiche: tuer le mandarin oppure le bouton du mandarin. Da questo fantasioso traslato linguistico, di matrice letteraria, il portoghese Eça de Queiroz – nella seconda metà dell’800, tra una guerra dell’oppio e una rivolta dei Boxer – trasse spunto per una novella intitolata proprio Il mandarino, che ha poi subito, nel secolo successivo, qualche discreto saccheggio, anche cinematografico (basta googlare). La migliore sintesi della trama ce la dà Jorge Luis Borges: “Uno dei personaggi è un demonio; l’altro, da una sordida pensione di Lisbona, uccide magicamente un mandarino che tende il suo aquilone da una terrazza, al centro dell’impero giallo. La mente del lettore ospita con gioia questa impossibile favola”. È risaputo che l’argentino amava lo scrittore portoghese, e questo suo testo fu un prologo nella sua Biblioteca Personal, collana di cento classici da lui curata e pubblicata, nel 1985, da un editore di Buenos Aires. Personalmente (ma qui entriamo nell’ordine delle supposizioni indimostrabili) sento un’eco della novella queirosiana in uno dei racconti borgesiani più famosi, Il giardino dei sentieri che si biforcano, dove un anglista cinese assassina un sinologo inglese senza alcun motivo apparente, salvo poi scoprirsi che serviva a lanciare un messaggio in codice (siamo tra spie, durante la prima guerra mondiale), di cui la vittima era solo un ignaro monema.
Ma torniamo alla novella di Eça. Mentre il riassunto di Borges sottolinea il lato fantastico dell’“impossibile favola”, il portoghese non disdegna lo scandaglio morale. Quando scrive Il mandarino l’autore ha trentacinque anni e ha fatto parte del gruppo delle “conferenze del casinò”, intellettuali di varia sfumatura politica, tutti comunque preoccupati per la brutta piega presa dalla marginalità socioeconomica e culturale del Portogallo e, più in generale, dell’Iberia. Per dirla con uno di quei conferenzieri (il poeta Antero de Quental), a turbarli è la decadenza dei popoli peninsulari (oggi, secondo i livelli di buona educazione, diremmo dell’Europa periferica o dei popoli porci). Ed ecco che il protagonista, Teodoro, dopo l’improvvisa ricchezza, una fase di allegri bagordi e di finanziamenti oscuri (“Feci prestiti ai re, finanziai guerre civili...”), decide di andare in Cina per operare un’equa redistribuzione delle ricchezze e sposare una giovane discendente del defunto, nella speranza di placare così il rimorso e cancellare la visione terrifica del cinese che, col suo aquilone, gli appare ovunque come l’ombra di Banco a Macbeth.
Teodoro parte, arriva a Pechino ed è ospite dell’ambasciatore russo e della sua bella consorte (di cui non disdegna una compagnia più intima). Pensa di depositare una congrua somma presso il Tesoro cinese, ma la natura “liquida” del capitale non lo rende adatto a tornare alla fonte, il russo glielo sconsiglia vivamente. E qui si sfiora la descrizione di un qualsiasi fondo strutturale comunitario di qualche anno fa o un piano di bailout dei nostri giorni: “Quei milioni non arriverebbero mai al Tesoro imperiale. Finirebbero nelle imperscrutabili tasche delle classi dirigenti: verrebbero dissipati piantando giardini, collezionando porcellane, tappezzando di pelli i pavimenti, rifornendo di seta le concubine: non sazierebbero la fame di un solo cinese, né riparerebbero un’unica pietra di una strada pubblica... andrebbero ad arricchire l’orgia asiatica”. Si aggiunga che anche applicare quel capitale in maniera populistica, scavalcando le istituzioni e distribuendo riso agli affamati, potrebbe essere malvisto da chi detiene il potere. A Teodoro non resta che cercar famiglia, dunque parte per la lontana provincia dove, dopo lunghe ricerche, hanno individuato i parenti del suo inconsapevole benefattore. Giunto a destinazione, però, il popolo lo deruba e quasi lo ammazza. A salvarlo è una comunità di padri lazzaristi, dove gli occidentali sembrano cinesi e i cinesi studiano latino. Lì Teodoro fa una lunga convalescenza, poi sgancia una lauta elemosina e se ne torna in occidente, dove riprenderanno le visioni del suo panciuto revenant.
Il picco di disprezzo dei suoi concittadini si tocca quando l’uomo decide di tornare alla grigia vita di impiegatuccio e pensionante (da notare la “sordida pensione di Lisbona”, eventuale rimando alla maison Vauquer, dove alloggiano i protagonisti di Père Goriot), lasciando giacere immobile il capitale nel suo conto bancario. Qui la coscienza di Teodoro si rivela, nelle parole di Freud (proprio dal saggio in cui cita Goriot), “angoscia sociale”, ossia mero timore del pubblico biasimo. Tutto ciò perdurerà finché l’uomo non avrà imparato a conciliare dinamismo finanziario e sensi di colpa, bella vita e cattiva coscienza, mobilità del capitale e casualità delle casualties, le inevitabili vittime; non senza la tirata moraleggiante conclusiva sulla bontà del pane guadagnato con le proprie mani: la forza produttiva posta idealmente al di sopra dell’ingegneria monetaria, che la novella ha descritto fin qui con le tecniche della letteratura fantastica. Nient’altro che un contentino retorico, perché in verità, quando i soldi realizzano l’onnipotenza del pensiero, di mandarini non ne resta vivo nemmeno uno. Neanche tu esiteresti a uccidere il tuo, dice l’autore nella baudelairiana invocazione finale al lettore, suo simile e suo fratello.

 

 

 

José Maria Eça de Queiróz
Il mandarino
Firenze, Passigli Editori, 2004 (1880)
pp. 124

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