"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 22 Giugno 2015 00:00

Il viaggio di Capossela al termine della notte irpina

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“A chi appartenete?”, il saluto rituale che in molte province della Campania e Basilicata spetta al forestiero di passaggio. L’appartenenza familiare, in quei luoghi, è il primo modo di identificare lo sconosciuto. Ma esiste un’appartenenza più estesa, legata all’identità della terra. E pensando a Vinicio Capossela è impossibile dire che non appartenga alla valle dell’Ofanto.

Chi conosce qualcosa della sua storia sa che Capossela questo libro ha iniziato a scriverlo già da tempo, molto prima di formalizzarlo nella stesura di trecentoquaranta pagine entusiasmanti. Si può dire che ha cominciato riprendendosi la terra che era stata dei suoi genitori, come testimoniato dall’impegno artistico e sociale degli ultimi dieci anni: dalla riscoperta di brani, parole e personaggi della valle dell’Ofanto, suggellata dall’ideazione del Calitri Sponz Fest, rassegna musicale ispirata agli imenei locali, fino all’aperto schierarsi in difesa del territorio, come accadde nel 2008 quando capeggiò la resistenza pacifica contro l’apertura della discarica del Formicòso, culminata in un concerto memorabile. Serata in cui rinunciò al suo repertorio per dare spazio alla tradizione locale, elevando a protagonista la “Banda della posta”, formazione molto estemporanea di anziani di Calitri coi loro strumenti antichi.
Le storie che attraversano il romanzo le prefigurò già nel 2006, accompagnando per i tornanti di quelle contrade sospese tra leggende e verità geologiche Paolo Rumiz che sfidava le statali appenniniche a bordo di una Topolino. E infine, può darsi che una simile narrazione vada a chiudere un cerchio nato nel 2000, anno di uscita di Canzoni a manovella, l’album che aveva come prima traccia Bardamu. Perché è proprio con un viaggio al termine di una notte irpina che il popolare Vinicio inizia la narrazione. Un omaggio al territorio in bilico tra le province di Avellino, Salerno e Potenza, con la Puglia a due passi. Terra scontrosa e poco appariscente, eppure spettacolare per varietà e “follia” orografica, divisa tra i ripiani del fiume e quei bitorzoli di pietra, i “coppoloni” appunto, su cui sono sorti paesi unici. Spopolati da terremoti ed emigrazioni, custodi di odori di legno e rughe di vecchietti. Ognuno con un preciso genius loci, prontamente descritto nel primo capitolo da Scatozza, conducente di camion svitato e sciamanico, uno dei tanti personaggi mitologici del racconto: i Teoresi sono “omicidianti”, gli Andrettesi cavillosi, i Santandriani bevitori, Conza è annebbiata e via così. Inizia il vagabondaggio dello stesso cantautore, una sorta di missione per nulla lineare alla ricerca dei “Siensi”, qualcosa a metà tra poteri magici e facoltà intellettive, strumenti per amplificare la percezione e orientarsi nel velo. Quel manto che separa non già realtà e fantasia quanto antico e moderno, emergenze dell’attualità e insistenza dell’èpos, strati che ancora si annidano in zone rurali che resistono all’avanzata di un progresso invasore, pelosamente assistenziale coi suoi “contributi” calati dall’alto senza conoscenza di identità tanto articolate, nemico in definitiva.
La lingua di Capossela, che alterna senza soluzione dialetto e italiano, formule da aedo e neologismi, accompagna tra carcasse di auto, bar che ancora propongono cabine telefoniche, animali immaginari il lettore di un piccolo capolavoro.

 

 

 

Vinicio Capossela
Il paese dei coppoloni
Milano, Feltrinelli, 2015
pp. 352

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