“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Venerdì, 29 Maggio 2015 16:50

Chi è il mio nemico

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Ho letto La Nemica di Irène Némirovsky perché affascinata dalle prime pagine, scosse ancora dall’eco della Belle Époque, così Fin de Siècle. L’atmosfera ambivalente che permea quell’incipit dal tono così dimesso e al tempo stesso così fine e delicato, insieme alla descrizione dei vestiti e delle vie parigine, permette però di collocare la narrazione nei primi anni Venti, presumibilmente negli anni dell’infanzia e della prima adolescenza dell’autrice, nata nel 1908.

Irène, dal canto suo, ha una biografia talmente particolare da rendere curiosamente morbosa la lettura di quest’opera giovanile, come se straordinarietà richiamasse solo eventi della medesima risma. Nata in Ucraina e naturalizzata francese, da ebrea si convertì al cattolicesimo nel 1939, ma questo non fu sufficiente a salvarla dai campi di concentramento: fu deportata ad Auschwitz nel 1942, dove morì appena un mese dopo, di tifo. Il marito aveva cercato di salvarla facendo appello all’editore che all’epoca pubblicava le opere della prolifica Irène, ma le richieste rimasero inascoltate.
Conoscendo la storia della scrittrice, viene quasi naturale considerare il tema conduttore de La Nemica in maniera del tutto peculiare, come se questa vicenda dal sapore autobiografico fosse fin troppo moderna rispetto all’abbrutimento successivo dovuto alla guerra e alla pulizia etnica. In altre parole, i campi di concentramento sembrano urlare arcaicità, sembrano più distanti nel tempo di quello che realmente sono per il semplice fatto che segnano un’involuzione nella civiltà umana – e c’è da considerare anche la nostra percezione di cittadini italiani, intimamente colpevoli di crimini collettivi che ancora non sono stati pienamente elaborati a livello di memoria pubblica – mentre il conflittuale rapporto madre-figlia narrato nel libro sembra essere così tremendamente moderno.
L’argomento è dunque di per sé affascinante, soprattutto dal punto di vista di una lettrice donna. Il conflitto – a volte inespresso, altre portato a galla in maniera veemente – con la propria madre, spesso è fatto di stilettate di cattiveria, dettate dall’invidia e dall’inconscio antagonismo tra due figure femminili: l’una che sta invecchiando e vede le proprie carte volte a favore della ben più giovane figlia, e l’altra in crescita, improntata ad un processo di presa di coscienza delle proprie capacità, che spesso finiscono per rivoltarsi contro la genitrice. Così quest’ultima, invece di vedere la figlia coma una specie di personale lascito, finisce per percepirla come una nemica, termine che, a differenza del ben più paritario “avversaria”, presuppone non solo la sconfitta, ma anche la distruzione morale della figura dell’altra, per screditarla e annientarla su fronti ben più ampi di quello della disputa originaria.
Nel romanzo di Irène c’è tutto questo, ma è ripartito, esattamente come suggerisce il movimento della parola “nemica”: chi delle due, esattamente, vede l’altra come un’antagonista? Non potrebbe trattarsi di un astio unilaterale?
Inizialmente la nemica sembra essere la protagonista, Gabri, che insieme alla sorellina Michette costituisce un dispendioso contrattempo – in termini di denaro e, soprattutto, di tempo – per la madre, donna incattivita dalle lunghe assenze del marito, ma amante della ricchezza e della vita mondana, che sfrutta la sua bellezza per circondarsi di ammiratori. Il denaro che possiede viene speso per fare una migliore mostra di sé in società, non certo per abbellire quel piccolo appartamento dimesso in cui le tre convivono.
Le figlie si convincono ben presto di potersela cavare da sole, ma la perenne assenza della madre si rivela fatale nel momento in cui Michette rimane vittima di un incidente domestico. Un pensiero inespresso accomuna tutti: se la donna fosse stata in casa ad accudire la figlia malata, la bambina non sarebbe morta. Da quel momento in poi, Gabri cresce da sola, disprezzando la velocità con la quale sua madre si è ripresa dal lutto e la prontezza con cui ha ripreso la vita mondana, macchiandosi di adulterio davanti agli occhi della figlia stessa, fortuita testimone di un tête-à-tête amoroso della donna con un cugino del marito. Ma Gabri, crescendo, è diventata consapevole dell’effetto che ha sugli uomini: finisce per sedurre lo stesso uomo che sua madre ama, quel famigerato cugino che vive nell’appartamento al piano di sotto e che fa ormai le veci del capofamiglia.
L’uomo la ricambia e, conseguentemente, calano le attenzioni che ha per l’amante storica, dirottate ormai sulla ben più giovane e selvaggiamente sfuggente Gabri: eppure egli porta avanti le due storie in maniera parallela, anche per preservare il nuovo equilibrio che sembra essersi creato tra le due donne, un vago accenno del rapporto madre-figlia, rifuggito da entrambe fino a quel momento.
Proprio per questo ambiguo gioco di specchi è quasi impossibile dire chi, alla fine, sia la nemica. Eppure quel senso di antagonismo sembra restare ben tangibile, permeando rapporti apparentemente tranquilli e civili, costruiti ad opera d’arte.
Dal punto di vista dell’approfondimento psicologico, però, il libro rivela la sua natura di romanzo giovanile: le motivazioni che danno input alle azioni sembrano essere tutte ben individuabili, come se il mondo fosse semplicemente tutto bianco o tutto nero. Il fatto che sia stato pubblicato a puntate sulla rivista Les œuvres libres può averne decretato la brevità e, conseguentemente, la frivolezza con cui certi snodi vengono affrontati.

 

 

 

Irène Némirovsky
La nemica
Roma, Elliot, 2013
pp. 151

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