“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Giovedì, 09 Aprile 2015 00:00

Percy Bysshe Shelley – L’Estasi nel vento.

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Chimera invidiabile, nella bellezza indefinibile delle sue forme.
Sembianza di sogni interminabili e vagabondi, senza rimorso e senza dimora – selvaggia!
È la metafisica di Percy Bysshe Shelley.
Discepolo nella natura e della vita senza freno, sonno dall’indefinibile astrazione.
Nato a Field Place (Horsham – West Sussex), erede del secondo baronetto di Castle Goring, nonostante le aristocratiche origini ha sempre preferito la grandezza di spirito a quella di lignaggio. Condottiero di penna, è stato attivista e voce per le classi meno agiate, ad esempio, cercando di far comprendere l’inutilità di un'eccessiva meccanizzazione della manodopera (fenomeno che avrebbe diminuito e leso la forza lavoro delle classi operaie già indigenti). Incuriosito dalle idee anarchiche del filosofo inglese William Godwin, si dichiara suo discepolo, facendogli visita; della di lui figlia Mary diviene il compagno, portando così alla rovina il precedente matrimonio con la giovane Harriet Westbrook.

Viaggia con Mary in giro per l’Europa, spesso in difficili condizioni economiche e tra attacchi nervosi sedati con dosi di laudano. A Ginevra incontrano Lord Byron, esule, e da alcune frequentazioni successive nascono opere come Inno alla Bellezza Intellettuale e il Frankenstein ad opera della stessa compagna, divenuto a sua volta l’antesignano del romanzo fantascientifico. Partito via mare per raggiungere Byron e Leigh Hunt per la creazione della rivista radicale The Liberal, viene sorpreso da una tempesta insieme a due compagni di viaggio, sulla via del ritorno. I loro corpi vengono ritrovati una decina di giorni dopo presso Viareggio. Shelley viene riconosciuto solo per la raccolta di poesie di Keats ritrovatagli addosso.
Araldo prediletto del Romanticismo inglese, ha declamato l’Invisibile così come è vissuto. Perfino nella morte ha fatto dell’ignoto e della sua scienza abito per la sua poetica, presentandosi al cospetto delle Potenze senza un volto definito. Audace nell’impresa di dare i suoi occhi a quelli senza sguardo del Grande Mistero.
Fenice che, con ardenti fiamme alate, è morta e risorta nei fuochi fatui dell’immaginazione – fluttuando sulle correnti mobili del pensiero in un chiaroscuro fondale dai mille vapori. Passeggiando tra i rivoli del cuore, incontrando un sentimento di conoscenza svestito.
Sperso nell’oscurità naturale dell’essenza (nell’essenza di tutte le cose), nel passaggio di una nuvola in tempesta – lui quella tempesta. Quel rivolo chiaro e fluido, la terra calpestata – e nella terra stessa!
Le onde che si amano mischiandosi nel bacio della riva, le rocce immobili nascoste all’ombra di un rumore, nel suono di un’eco montana. Le tralasciate ipotesi della metafora, nel dibattito di una vita, di tutte le vite ancora in divenire.
Il titano incatenato – come Prometeo, al cospetto di poteri invisibili e indivisibili senza tempo. E sono le stagioni dell’uomo.
Si rincorrono vivaci, come folate di vento che ripiegando su loro stesse, in corsa, frenando impercettibilmente per assaporare quei compagni di viaggio sul sentiero azzurrino del cielo e dell’alto respiro.
I figli di tutte le cose mute, assordanti, nel silenzio dell’anima in attesa. Il clangore dei metalli grezzi, preistorici artefatti della fatica dei millenni, ancora vigorosi come divinità immortali. Le gemme grezze dei minerali sopiti nella culla del mondo. Le dita pazienti dei rami maestosi, artigiani nel vento. Foglie come dita scrivono versi di linfa e sotto di essi (e tutto intorno) i figli degli alberi, i predatori nel cielo e i discepoli del mare, di quel profondo, immenso blu, accenti argentati tra i molti vapori.
I vulcani dai lenti, lunghi cammini magmatici, hanno segreti dal profumo di pagine bianche di ispirato coraggio.
L’insaziabile conoscenza dell’eternità si allarga oltre i confini del sonno e nel sogno, ad occhi semisocchiusi, il poeta ascolta. Scopre, dimentica, riscopre.
La voce di una nuvola in trascendenza, la cui pioggia accarezza il suolo maestoso della vita ed il tuono rende scettro di libertà antica e primordiale. Messaggera di speranza e nube tempestosa, dal lampo/scettro nell’impulso musicale ed accecante della rivoluzione dello spirito.
Nel filtro severo del risveglio intorpidito dei sensi, ricorda. I monti e le bufere, le eruzioni e gli uragani, la nascita e la morte – sospiro mutevole del mistero degli elementi, trasportati da quel suono in perpetua armonia.
E, divenuto vento egli stesso – con le corde assordanti di quel tuono, racconta...


Ode al vento dell’Ovest


I.
Oh, brado vento dell’Ovest, fiato dell’anima d’Autunno,
tu che presente e non veduto trascini
foglie morte come spettri in fuga a un mago;

gialle, e nere, e pallide, e rosse di tisi;
popoli colpiti dal contagio; tu che
porti sul cocchio le alate sementi

fin nello scuro letto d’inverno, ove fredde e sepolte
staranno come corpi ognuna nella tomba, finché
la tua azzurra gemella di Primavera suonerà

la clarina sulla terra che sogna, e spingendo
molli boccioli come greggi a pascoli d’aria
colmerà valli e colline di sapide tinte e odori;

Spirito brado, che ovunque ti scuoti,
flagello e custode: ascoltami, ascolta!

II.
Tu sul cui corso, nell’impervia bufera dei cieli,
come morto fogliame terrestre cadono fili di nubi
scrollate dai rami intricati di Cielo e d’Oceano,

angeli della pioggia e del lampo; e sciolte
sul manto blu della tua cresta di vento –
come le chiome lucenti dritte sul capo

d’una furiosa Baccante, dal nebbioso ciglio
dell’orizzonte fino allo zenit – stanno le trecce
della tempesta innanzi. Lamento

dell’anno che muore, per cui la notte in arrivo
sarà la volta d’un ampio sepolcro
coperto dalle congiunte forze dei tuoi

vapori, la cui dura atmosfera
scaglierà piogge nere, e fiamme, e ghiacci: ascolta!

III.
Tu che hai riscosso il blu Mediterraneo
dal suo letto di sogni d’estate, cullato
dalle spire di diamante dei suoi flutti

presso un’isola di pomici nel golfo di Baia,
mentre dormendo vedeva trascorsi palazzi e torri,
tremolanti nell’istante più vivo delle onde,

tutti cosparsi d’azzurri muschi, e fiori
tanto dolci, che i sensi vacillano a ritrarli! Tu,
al cui incedere le lisce potenze Atlantiche

si squarciano in fosse, e nel profondo
i raccolti marini e gli umidi boschi che vestono
il molle fogliame dell’oceano, odono

la tua voce, e mutano in grigio per paura,
e tremano, e si fan spogli: ascoltami!

IV.
Se fossi una foglia e tu mi trainassi,
fossi un nimbo veloce per volare con te,
un’onda, e ansare sotto il tuo slancio e sentire

con te la spinta del tuo impeto, se pur meno
libero di te, Irrefrenabile! Se almeno fossi
ancora ragazzo, ancora al tuo fianco

nelle tue scorribande per l’aria,
come allora, quando vincere la tua fretta celeste
a stento appariva follia: mai ti avrei sfidato

implorando come ora, nel mio amaro bisogno.
Oh, alzami come un’onda, una foglia, un nimbo!
Cado sui rovi della vita, sanguino!

Un grave fardello di ore ha incatenato e piegato
chi troppo ti somigliava: indomito, rapido, e fiero.

V.
Fa’ di me la tua arpa, come lo è il bosco:
come le sue, cadono le mie foglie.
Il rombo delle tue possenti note

trarrà da entrambi un greve canto d’autunno;
dolce, nella tristezza. Feroce spirito,
sii il mio spirito! Sii me, impetuoso!

Disperdi nel cosmo i miei pensieri morti,
come foglie appassite, a destare una rinascita!
E con la magia di questi versi

sparpaglia, come da una torcia non estinta
cenere e scintille, fra la gente le mie parole!
Fra le mie labbra, per la terra che dorme,

sii una tromba di profezia! Vento,
arriva l’Inverno: può mancar tanto alla Primavera?

Percy Bysshe Shelley


Le sconosciute presenze, che adornano le visioni di questo immenso genio dell’umanità, sono certo le parentesi di quella realtà mistica che solo in pochissimi hanno saputo vagliare nella sua innaturale vastità. Sempre troppo spesso, nel ciclico rinnovarsi delle generazioni (così come il rinnovarsi del fogliame ad opera di un vento “accidentale”), sentiamo il bisogno allarmante delle genti di denigrare e di abbandonare quello che resta della propria originaria materia. L’argilla primigenia.
La capacità di meravigliarsi di fronte ai piccoli atomi di quel che ci circonda (come piccole reliquie di un disegno molto più ampio e caotico), risiede in un luogo che nessuna scienza – con le  sue estensioni, potrà mai scovare.
La grande tirannia del progresso tecnologico, nel suo tecnicismo, da un lato porge il pomo della conoscenza, della padronanza, della semplicità in nome della “comodità”. Dall’altra con un gesto molto cauto, in modo direttamente proporzionale alla grazia concessa, sottrae senza quasi essere vista la fiducia e la dignità che naturalmente devono essere riservate alla culla della vita. La realtà naturale stessa.
È gratificante viaggiare un’ora soltanto per giungere a destinazione. Ma il viaggio è uno strumento per conoscere, imparare, osservare, unire. La velocità con cui si arriva dovrebbe essere uno sprono per rimanere un po’ più a lungo nel luogo dell’ignoranza e renderla scuola di esperienza. E l’esperienza è una cosa – che come sentiamo dire spesso, non si ottiene in modo gratuito. Occorrono sudore, tenacia, curiosità, passione crescente e timore di aver ragione.
E soprattutto, serve tranquillità. Non la fretta di concludere nel vano possesso di una serie di “informazioni”. Si rischia così di divenire vuoti
Ricolmi di tutto, eppure senza sapere nulla di più della moltitudine che ci crea indigestione. Come una pianta che nella foga di nutrirsi della luce, appassisce. Carbonizzata da quella incandescente ingordigia.
È  in quella tranquillità, in quella calma, che si comprende la bellezza nella sua semplicità.
È in quella sintonia che nasce il poeta, lo strumento del sublime, ma non per definizione della propria vanità.
La poesia è il linguaggio della verità nascosta, eppure visibilissima intorno a noi. Non tramite i sensi comuni, certo.
Possiamo toccare, assaporare, odorare, vedere, ascoltare. Ma questi sono sensi minori. Sono solo la metà del regalo che abbiamo avuto in dono al nostro arrivo in questo mondo.
Bisogna “sentire”.
È un percorso che a malapena si scorge, tra le ingombranti scoperte quotidiane, fatte di spostare, prendere, parlare, venerare un profumo.
Occorre chiudere simbolicamente gli occhi, mentre si accarezza una foglia, ascoltando della musica. Assaporando un frutto di un’intuizione, mimetizzati all’ombra di un'opinione, di un dubbio. È lì che troviamo noi stessi e la magia della comunicazione.
Uno spazio senza tempo di passioni inesplorate, dove sono le emozioni a guidarci attraverso le strade che conducono ai sentimenti.
Quel luogo è la dimora dell’Anima. Il poeta che è dentro di noi, al pari di Shelley ci osserva, mentre ci districhiamo sofferenti e sordi e muti al banchetto dell’Infinito.
Come quel vento sussurra, con soffio vitale – “ascolta, ascolta!”.
Io inizio ad ascoltare... riesco a sentire?
E tu, riesci a sentirti?
Certo che ci riesci.
Queste parole giungono al termine, ma noi, siamo strofe senza fine.

 

N.B.: L’ottima traduzione in italiano ivi riportata, è a cura di Maria Laura Capobianco, che ringrazio di cuore, anche per aver fatto luce su alcune piccole tenebre riguardanti la stesura delle note biografiche dell’artista.

N.B: L’immagine di copertina e la prima immagine nel testo sono particolari del dipinto postumo di Alfred Clint, dal dipinto di Amelia Curran (1819).

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