“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Martedì, 07 Aprile 2015 00:00

Quel corvo nero che chiamiamo "tempo"

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“Credo che presto sarò guarito. Qualcosa si romperà in me o in qualche parte dello spazio. Partirò verso altezze sconosciute. Sulla terra non c'è che la mietitura, l'attesa insopportabile e l'inesprimibile silenzio”.

 

Il tempo è un cecchino che non esiste, eppure, come un corvo nero e assetato spia da altezze impensate la vita degli uomini, segue tutti e non perde di vista nessuno, non puoi ammazzarlo perché non lo vedi, non puoi disarmarlo perché la sua arma è la vista, non puoi scoraggiarlo o scongiurarlo perché appena lo nomini lui è già passato avanti. Sta sempre un passo oltre te stesso, la storia degli uomini lo fa ridere, la guerra è un punto luce sul suo piumaggio, l'amore e la bellezza una sfida che vincerà sempre. Non sorride né piange, gli attimi e i momenti sono i suoi figlioletti bastardi, sguinzaglia la prole e illude che un secondo possa valere una vita, alla fine cena con i nostri ricordi.
Il tempo si fa spazio, si riempie di mobili e immobili e condona i suoi luoghi vuoti all'uomo che si diverte e si dispera dentro una scatola cieca, ovattata, sovrastata da un cielo senza fantasia, pieno delle nuvole che contaminano la terra. Qualcosa si vede, un germoglio identico all'altro, una spiga che cresce insieme ad altre mille, un ciclo solidale di nascita e morte, una giostra crudele di vincitori e vinti. Il progetto si amplia, si lega sulle spalle del neonato e comanda i suoi gesti fino a che il bambino diventato adulto urla e si dimena e con titanico disprezzo si svincola dalla mammella e comincia a sbagliare tutto. In questa natura scontata, qualcuno nasce figlio di puttana, guarda il cielo e la luna e sogna che oltre la scatola ci sia qualcosa di grandioso, eppure patisce la fame, viene deriso a scuola, la povertà è una coperta pesante che si trascina come una catena. E la morte forse, la morte non fa per lui. Non ci pensa a morire, ma un giorno trema di furore, si alza dal suo angolo scomodo e trafigge, come un dilettante, le spalle di suo padre che disprezza sua madre, mentre la penetra per pigrizia.
Le città sono invisibili, gli eventi citati per categorie, i numeri e le date estromesse, i giorni tappezzati coi passi e le depressioni. Poi c'è una fuga, il sentimento dell'esule, dell'esiliato. L'aria si fa spessa, la si può accoltellare, il sangue diventa grigio e circola con fatica dentro il corpo, mai come adesso il tempo e il suo alter ego non tossiscono più, ogni cosa è un'alienazione della mente. Le fabbriche sono mostri sacri dove i gesti perdono la creatività, la rivincita non esiste e come nella terra la mietitura è puntuale, così, sotto il brusio delle macchine, le mani sfumano le carezze. Eppure un nome esiste ancora dentro, sepolto nel cuore. Il nome di una donna che non sparisce nonostante il grano e i campi arati, nonostante piova e nevichi, nonostante le passeggiate tra le strade di un villaggio sconosciuto e inutile da capire.
La triste verità, l'incesto, sono idee perturbanti, ma nel desiderio c'è uno spazio animale che anela solo l'amore. In coerenza con tutta la storia, i fatti e le scorrettezze etiche sono bandite, se il mondo dove vive quest'uomo è in eterno presente, in una condanna senza contorni di tempo, allora la cultura, cosi antenata della ragione, resta fuori e non si esprime. Il linguaggio è quello incondizionato dello scrittore, il primo scrittore senza modelli e miti, inebriato dalla luce e dall'ombra, primo fra tutti a cantare la terrena benevolenza del seme e il solco, primo fra tutti a scartare la bruttezza dalla bellezza, e ancora primo fra tutti ad accorgersi che esiste un posto per ogni cosa e che tradire quest'ordine equivale ad un esilio dalla città dei giusti. Ma la donna lo sa, lei antepone alla passione un logos quasi religioso, la scienza esatta di una società moderna che stona con l'invisibile paesaggio circostante. Legge in latino, conosce i fatti della vita, con pregiudizio scarta la mela marcia dalla cesta di mele buone, scrive con una scrittura colta, applica la grammatica, studia per insegnare ad altri che un libro scritto bene non è un'ispirazione, ma un viaggio dentro altri libri a loro volta scritti da altri. Dimentica Omero, non sa che per lui, povero narratore cieco, era impossibile sapere e vedere qualcosa prima di averla già cantata. E forse lei non lo sa, ma lui si, il nostro figlio di puttana sa quelle cose che si sanno prima di averle fatte, è il costruttore delle civiltà, l'antesignano di tutte le meraviglie poi denominate.
In questo scontro di arie si amano lo stesso, però nessun mondo nuovo ha vinto senza rinnegare quello vecchio, allora ancora la morte faticosa che non può venire, un uomo, un altro, da uccidere, un altro fallimento. La grandiosità della morte non gli appartiene, può solo amare donne moderne, costruire orologi e scrivere a matita poemi che poi darà al fuoco. Gli elementi della creazione si aggrovigliano e gettano nel silenzio l'animo che non può tornare in nessun luogo. Il corvo dal piumaggio nero aspetta che tutti i vivi carichino in spalla i propri morti e se li portino via, in questa buffa commedia in cui piangere è solo un passatempo di poco conto, la scomparsa dell'amore è la scomparsa della volontà di raccontare a qualcuno il miracolo di essere immortali.


N.B. Peccato che la mortalità sia di gran lunga più interessante, e penso che sottraendo la dimensione del tempo (non della realtà) ai propri personaggi e alle proprie storie, la Kristof non riesca poi del tutto a dare uno spessore comunque umano e fallace ai caratteri. Se lo stile è questo, avrei preferito di gran lunga una fascinazione meno pretenziosa, un'atmosfera più eloquente, più consapevole dell'esistenza di un lettore.

 

 



Agota Kristof

Ieri
traduzione Marco Lodoli
Torino, Einaudi, 2012 (2002)
pp. 112

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