“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Domenica, 29 Marzo 2015 00:00

Il desiderio di essere come Piccolo

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Mentre Einaudi manda in libreria Momenti di trascurabile infelicità, che si presenta come il rovescio speculare del precedente Momenti di trascurabile felicità, segnalerei la ristampa einaudiana di un altro libro di Francesco Piccolo, pubblicato anni fa per Laterza: L’Italia spensierata. Questo titolo non fa richiami palesi a Il desiderio di essere come tutti, che a Piccolo è valso lo Strega e una maggiore notorietà, ma i due testi mi sembrano strettamente collegati. Pare quasi che uno faccia da manifesto programmatico dell’altro, però non specificherei chi sia davvero il manifesto di cosa perché, a rigore cronologico, il titolo più vecchio dovrebbe essere il manifesto del più recente, ma si dà il caso che Il desiderio di essere come tutti sia più astratto, teorico, anche più ambizioso, mentre il vecchio (ristampato) è un lavoro di ambito volutamente circoscritto, realizzato sul campo, da antropologo del “qui” e “ora”.

L’Italia spensierata si compone infatti di quattro lunghi reportage (incorniciati da un prologo e un epilogo) scritti dal nostro inviato in altrettanti nonluoghi (come direbbero i lettori di Marc Augé, ma anche i nonlettori, quindi ormai tutti) i quali, pur trovandosi dietro l’angolo, sono ignoti universi paralleli. In ordine: uno studio televisivo durante una puntata di Domenica in, due autogrill in un giorno di esodo vacanziero, una famosa sala cinematografica romana dove si proietta un cinepanettone e infine Mirabilandia, una specie di Disneyland alle porte di Ravenna. Piccolo sostanzialmente va dove vanno tutti, mescolandosi a quei tutti senza prevenzioni; anzi con l’unica prevenzione benevola di voler abbattere a tutti i costi ogni prevenzione dell’intellettuale alle prese con il bagno di folla.
Ma è nel prologo che Piccolo rivela come quel suo desiderio di essere come tutti si dissolva nel desiderio antico, carezzato e temuto, di tornare bambino. Nelle prime pagine lo scrittore ricorda l’inverno del 1969, quando aveva cinque anni, la mamma gli faceva il bagnetto e lui, avvolto in una nube di calore e borotalco, guardava le gemelle Kessler ballare e cantare, a Canzonissima, una canzone che “chi non la canta subito / in un momento – alè – diventa brutto”. Quel ’69 era anche l’anno dell’autunno caldo e di piazza Fontana, e il Piccolo ora adulto sa bene che quella canzonetta serviva a rassicurare i belli ed emarginare i brutti, quelli che là fuori urlavano e non cantavano. A questa consapevolezza l’autore non può né vuole rinunciare, e l’io narrante del libro nasce proprio dal proposito di mettere a “confronto un senso di allarme e una volontà di partecipazione”. Un compromesso difficile, quasi storico.
Sarà un riflesso condizionato, ma a parlare di bambini e fanciullini nella letteratura italiana viene sempre in mente Giovanni Pascoli, che in fondo nella sua poesia traduceva qualche tipica inquietudine del Decadentismo europeo, come il fascino ossessivo per la morte, mista allo sgomento personale del poeta la cui vita fu segnata da un omicidio (del padre) voluto e compiuto da oscuri mandanti ed esecutori. Unione familiare e unità nazionale si intersecano in risposta al terrore seminato dai brutti là fuori. Più tardi ne farà una sintesi teorica proprio nell’estetica del fanciullino.
Meno drammaticamente, Il desiderio di essere come tutti è un racconto autobiografico in cui i fatti di una vita tutto sommato di successo si intersecano agli eventi della storia d’Italia degli ultimi decenni e ne scaturiscono riflessioni sempre supportate da citazioni di libri e film, che imprimono straordinari cambi di marcia alla lettura, ma soprattutto fanno luce sia sulla vita privata sia sulla storia pubblica, affinché T.S. Eliot non possa mai dire che Piccolo è come quell’ordinary man che s’innamora e legge Spinoza, ma le due esperienze non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra, né con il ticchettio della macchina da scrivere e gli odori in cucina. In questo romanzo l’infanzia, i primi amori, l’impegno politico e intellettuale, il matrimonio e la paternità sono esperienze esposte ai fatti storici come alle intemperie, siano essi enormi (l’assassinio di Moro) o minuscoli (la battutina pronunciata da Berlusconi nella reggia di Caserta, a due passi dalla casa dell’io narrante). E la Bildung del protagonista segue la parabola della sinistra italiana finché non sente di doversene, almeno parzialmente, dissociare.
Schiacciata fra principî e responsabilità, con Berlinguer la sinistra cerca di assumersi delle responsabilità di governo senza mettere da parte i principî, ma poi finisce per ritirarsi in un’idea di purezza che non servirà a nessuno, né al Paese né al narratore, respinta nella riserva indiana dei duri e puri dalla politica spregiudicata di un Bettino Craxi. In fondo lo diceva anche Pascoli, parlando del fanciullino, che “il poeta vero, senza farlo apposta […] è, come si dice oggi, socialista”. Ma socialismo, come si dirà due guerre e molti anni dopo, sarà craxismo, e poi, ai tempi dell’eurocrisi, una “cosa” (termine che nell’odierno linguaggio politico sembra destinato a una lunga provvisorietà) non ben identificata, che resta ad osservare un braccio di ferro gentile fra un premier tedesco (Merkel) e un banchiere centrale (Draghi) o tossicchia d’imbarazzo sulle grida periferiche dei “comunisti greci”.
Sospettiamo che Piccolo non voglia scoprirsi né poeta craxiano, né fanciullino pascoliano. A cominciare dal sesso, che nell’autore de La separazione del maschio ha un peso specifico notevole. Già in quel romanzo era esemplarmente espressa la scissione fra sessualità “irresponsabile”, adolescenziale, farfallona (Cherubino e don Giovanni, si sa, sono la stessa persona in età diverse) e responsabilità paterna. Per il maschio di lotta e di governo, diviso fra “purezza” monogamica e poligamia delle alleanze strategiche, il desiderio di tornare bambino si fa, come in Woody Allen, desiderio di tornare nell’utero... di chiunque. Proprio il binomio purezza-impurezza per Piccolo – abilissimo nel costruire la trama narrativa non sulla discutibile suspense delle “strutture romanzesche”, ma sul susseguirsi sonatistico di temi e parole tematiche – diventa una melodia ricorrente nel libro, portando però in un vicolo cieco teorico. Se a quel binomio se ne accompagnano degli altri: principio-responsabilità, arcaismo-modernità, reazione-progresso, vediamo il secondo termine, pur positivo, ricadere fatalmente nel campo dell’impuro. L’anonimato ingenuo del piccolo davanti alla Tv trova in Piccolo la sua identità d’autore e la sua coscienza critica. Il desiderio di essere come tutti e come piccolo rimane frustrato quando si è solo come Piccolo, maschio adulto e maiuscolo.
Solo negli scritti di viaggio (Allegro occidentale) l’autore accetta quasi senza resistenze di tornare piccolo, coccolato da un tour operator o da una hostess che, in business class, si occupa esclusivamente di nutrirlo e farlo dormire; fatti salvi gli intervalli per la pipì, funzione corporale ricorrente nei suoi testi (per esempio in quasi tutti i reportage de L’Italia spensierata), quasi a evocare il punto critico in cui l’adulto ritorna bambino, sì, ma nella forma malinconica della perdita del controllo sfinterico. D’altronde non è un caso che la beatitudine breve del turista viziato si ottenga solo a costo di una pericolosa perdita d’identità: a un certo punto del viaggio Mr Piccolo diventa perfino Miss Vaccaro, e il desiderio di essere come tutti tradisce la paura di confondersi nella massa. Rischio accettabile solo perché il viaggio narrato in Allegro occidentale è una di quelle cose divertenti che non rifaremo mai più.
A proposito, varrà la pena ricordare che il famoso testo in cui David Foster Wallace racconta la sua crociera ai Caraibi (Una cosa divertente che non farò mai più) l’ha tradotto proprio Francesco Piccolo per minimum fax. Non conosco la traduzione, so che è firmata con Gabriella D’Angelo e che certe scelte possono essere dettate da decisioni editoriali, ma una delle differenze più evidenti in quella versione è già nel titolo: A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again in italiano perde il “supposedly”. Certo non era facilissimo tradurre quell’avverbio mantenendo il dono della sintesi (a meno che non si optasse per un orrido “suppostamente”), resta però il fatto che in copertina scompare ogni traccia di diffidenza. L’iniziale puzza al naso è spazzata via. Ecco: il desiderio di Piccolo di essere come gli italiani spensierati parte proprio con questo surplus di buona volontà, ma ciò rende lo scacco ancor più cocente. Al narratore de L’Italia spensierata, come al Berlinguer degli anni di piombo, il compromesso fra allarme e partecipazione non riesce. Per l’elettore forse no, ma per il lettore, intendiamoci, si tratta di una felice aporia, perché la riuscita del libro sta proprio in questo fallimento.
In ben due reportage l’autore scopre e rifiuta il mondo della televisione e del cinema fatti da adulti smagati e volgari, che maltrattano un pubblico tuttavia complice dei propri maltrattamenti (azzardando: è una versione light di certe teorie pasoliniane, dove l’apocalisse neofascista dei massmedia non risparmia nessuno, ma in compenso ci si diverte tristemente un po’ tutti). A Mirabilandia prova il fascino perverso del divertimentificio predisposto a intrappolarlo nell’infanzia eterna, anche se continua a ronzargli per la testa il commento di un tale di passaggio: “‘Na strunzata”. E subito dopo la regressione infantile scatta il pensiero angosciante del padre responsabile: al luna park ci si perde e i bambini bisogna tenerseli stretti. Resterebbe un po’ fuori da questa lettura il reportage dall’autostrada (ma non sono proprio gli autogrill l’altro luogo classico, stando alle cronache, dove dimenticare moglie e figli?). Piccolo ci va per verificare l’attendibilità di una ricerca del Sole 24 ore secondo cui il peggiore e il migliore autogrill d’Italia sarebbero a distanza di pochi metri: Teano est e Teano ovest. Lui li osserva a lungo, rischia multe o accuse di terrorismo per il tempo sospetto che trascorre ciondolando inutilmente, infine scopre che potrebbe essere tutto un equivoco; insomma “‘na strunzata” (e sarà ‘na strunzata anche il fatto che questo presunto divario venga individuato proprio a Teano, ma a più di un italiano parrà comunque assai simbolico).
Insomma i libri di Piccolo testimoniano l’incapacità di essere come tutti di uno scrittore che, alla vigilia e all’indomani dello Strega, qualcuno indicava come simbolo dell’Italia renziana al 40%, per la sua forte determinazione ad adattarsi e mettere a tacere il gufo che è in noi. Sono proprio quelle buone intenzioni a rendere più onesto ed eclatante il fallimento; più squillante il canto del gufo. È un po’ come se Nanni Moretti avesse preventivamente sintetizzato gli esiti del suo futuro cosceneggiatore in una scena di Caro Diario, quella in cui sproloquia davanti a un automobilista ignaro dicendo che, anche in una società più decente, lui si troverà sempre con le minoranze, e non per sfiducia nelle persone. L’Italia spensierata è una specie di prova sperimentale di quell’assioma.
A voler pericolosamente mescolare le carte, si potrebbe perfino leggere la filmografia recente del regista romano alla luce delle costanti tematiche dello sceneggiatore casertano. Gli ultimi film di Moretti rappresentano infatti da un lato il tentativo di “crescere” come autore, seguendo i consigli di quella critica che da tempo gli chiedeva di abbandonare l’universo del capriccioso Michele Apicella e darci un film “finalmente maturo” (magari affidandosi ad altri sceneggiatori). Tuttavia, alla presunta maturità sul piano formale si accompagna un chiaro rifiuto della responsabilità “adulta” sul piano contenutistico, visto che Nanni, dopo l’entusiasmo per la nascita di un figlio (Aprile), non ha fatto altro che sterminare lentamente la famiglia, meglio di Jack Torrance: prima la prole (La stanza del figlio), poi la consorte (divorzio nel Caimano ed ennesima morte accidentale in Caos calmo, stavolta firmato “solo” come produttore e protagonista) fino ad approdare alla parabola di un sereno scapolo che a diventare (santo) padre non ci tiene affatto (Habemus papam). Gli ultimi tre titoli, lo sappiamo, hanno Francesco Piccolo tra gli sceneggiatori.
Coincidenze? Può darsi. Per Richard Rorty la critica letteraria era il frutto dell’incontro casuale di letture occasionali e ossessioni personali. Lo diceva in risposta ai teorici dei limiti dell’interpretazione (Umberto Eco) e a quegli altri secondo cui, invece, ogni limite può sempre essere smantellato dal lavorio paziente dell’esegesi infinita (i decostruzionisti e Totò: ogni limite ha una pazienza).
In una splendida digressione sul potere dei simpatici, L’Italia spensierata parla della crudeltà dei compagni di scuola brillanti; quelli che, pur di imporre la propria simpatia sul resto della classe, si accaniscono sui timidi, i deboli e gli effeminati (proprio i vizi che sempre Nanni Moretti, ai suoi esordi, attribuiva alla vecchia commedia all’italiana). Fra i bersagli preferiti dei simpatici ci sono anche i cognomi strani, ed è probabile che anche questo mio già troppo lungo ragionamento sulla scrittura di Piccolo sia solo un simpatico gioco di parole sui nomi. Dunque se Piccolo si fosse chiamato Grande avrei sottolineato la sua difficoltà a diventare grande, che è poi l’altra faccia dell’impossibilità di ritornare piccolo. E se si fosse chiamato Ottavio Piccolo sarei partito a caccia di “tracce di teatralità nelle strategie discorsive” ecc... ecc... Se invece si fosse chiamato Francesco Cavalli avrei saltato a piè pari i mozartiani don Giovanni e Cherubino per citare en passant il Giasone dell’omonimo operista barocco, che in fondo è l’ennesimo marito infedele ed eroe senza qualità. Ercole è lì ad attenderlo da ore e quello non ha voglia di alzarsi dal letto per affrontare le gesta che da lui ci si aspetta. Ha buoni motivi per sospettare che l’epica sia solo una finzione dei posteri, mentre la vita è lo scorrere di momenti trascurabili in ordine sparso.
“Giason è bello e ha senza pel la guancia”, si dice in quell’opera della sua bellezza glabra. Anche Pascoli, prendendosela con le barbe, credeva che il poeta potesse migliorare il mondo escludendone l’impoetico: "Ma di ciò che è cattivo e brutto non giudica, nel nostro caso, il barbato filosofo. È il fanciullo interiore che ne ha schifo". Piccolo, dalle immagini che vedo in Rete, è barbato pure lui. Perché chi non canta subito, alè...

 

 

 

Francesco Piccolo
L'Italia spensierata
Torino, Einaudi, 2014 (Bari, Laterza, 2007)
pp. 162

 

Francesco Piccolo
Il desiderio di essere come tutti
Torino, Einaudi, 2013
pp. 264

Francesco Piccolo
Allegro occidentale
Torino, Einaudi, 2013 (Milano, Feltrinelli, 2005)
pp. 221

Francesco Piccolo
La separazione del maschio
Torino, Einaudi, 2014 (2010)
pp. 198

 

 

 

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