“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Mercoledì, 25 Marzo 2015 00:00

Manfred – L'uomo e il superuomo byroniano

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Quando si parla di Romanticismo inglese, prima o poi ci si deve fermare un attimo; solo un attimo, pieno di esitazione e stupore, di fronte al gigante che incrociamo sul cammino passeggiando tra viali fioriti di versi e nuvole, pregni di avventuroso sentire dell’anima. E quel gigante (non solitario sul trono dei Grandi) ha saputo trarre, dalla sua forma e dalla sua vita, gli ingredienti reali per quello che sarebbe stato uno degli episodi più intensi ed estetizzanti nel raccolto poetico di quella stagione storico/emotiva che va dalla fine del ‘700 ai primi dell’ '800.
Il suo nome è George Gordon Byron.

Poeta avventuriero, amante della sfida e della lotta per la libertà, antieroe dai nobili natali e dagli insaziabili appetiti per le donne, per il lusso, la conoscenza, gli ideali, le lotte e quanto altro la vita potesse offrire; certo, ogni stella ha la sua tenebra e ,quella di milord, era un’oscurità molto profonda, magnifica sì ed impetuosa e magnetica anche, ma collassata.
L’infanzia travagliata (caratterizzata da alcune difficoltà familiari), l’educazione alla colpa di tipo calvinista e la displasia al piede destro avevano instillato nell’animo del poeta la necessità di dimostrare a sé stesso di poter superare anche il destino più avverso; è noto che praticasse sport di vario genere  e che osasse al limite, pur di annebbiare quel complesso di mancanza derivato dal suo leggero zoppicare (causa del suo piede equino), tendenza questa che portò alla creazione del superuomo byroniano, ovvero alla personificazione degli elementi costitutivi del nostro nei protagonisti della sua poetica: personaggi malinconici e aristocratici, forti, indomabili eppur condannati da una qualche dannazione senza scampo ne pietà. Tutti riflessi del realismo con cui il Poeta descriveva il metafisico dell’ ideale con la realtà stessa, spesso drammatica e che non fu certo avara di doni in quel senso.
Un matrimonio fallimentare poi e relazioni extraconiugali,  tra cui quella con la sorellastra Augusta, leggende metropolitane (ed altre purtroppo vere), lutti in famiglia tra cui la perdita di una figlia ed altro ancora hanno segnato il suo doloroso esilio dalla madrepatria inglese ed è proprio dall’esilio che è iniziata davvero la sua ascesa al palazzo dorato del successo. Non che il talento mancasse, è ovvio, ma nella sua ricerca disperata, affannosa e sfrontata, ha viaggiato per mezza Europa ed oltre: ha vissuto in Svizzera, Italia (aiutando la carboneria) e in Grecia, dove morì di febbri organizzando la lotta per l’indipendenza dall’Impero Ottomano.
Una personalità eccentrica, eclettica e sfaccettata come una stanza dai mille specchi, n cui ogni riflesso era un aspetto delle sue pulsioni e passioni; passioni spesso portate al limite e trasumanate in qualcosa di autodistruttivo e vorace: un buco nero appunto, che ammaliando, attraendo e malleando, spogliava e divorava infine tutto. Compreso Byron stesso.
Tanto fu eroico e liberatore quanto vittima e carnefice. Travolse come una valanga quasi ogni affetto avesse provato a stringere fra le dita, fino a rimanere in orbita solenne prima del proprio annichilimento ma, come già accennato altrove, il poeta, se tale diviene immortale così compiendo il proprio miracolo.
L’uomo spesso si perde e rimane sperso in un universo duale in cui, da un lato rimangono i resti corrotti e screziati della coscienza, avvolta in una nuvola di angosce ed illusioni, simili a polveri e detriti stellari mentre, dall’altro, l’energia sublime e superiore dell’anima vaga e risplende nei recessi senza fine dell’ignoto rischiarando, con strali di luce, frammenti della stella primigenia e della sua orbita originaria. Ognuno con un verso differente e, verso dopo verso, la cometa del  Byron riprende forma in piccoli microcosmi a sé stanti, cristallizzati nel proprio spaziotempo con una storia. Ed è proprio una di queste storie ad essere il sembiante più leale della nostra solitaria cometa: il Manfred, per la precisione.
Un’opera sublime che richiama a sé le gesta del Faust cinquecentesco, che a sua volta trovò in Goethe il suo canto del cigno, l’ultima metamorfosi prima del liberatorio e fatale primo volo nelle sale dell’infinito.
Di infinito si parla con Manfred e Faust, e di evoluzione soprattutto, perché se il titano tedesco  accese con la scintilla dello “Sturm und Drang” (tempesta ed impeto) il fuoco del cambiamento del libero e nuovo pensiero ribelle e catartico del Romanticismo, ebbene il suo "Doctor" era ancora relegato a spauracchio moralizzatore dell’imperfezione umana. Il nobile alpino invece, gemello quasi perfetto dell’autore inglese,ne incarnava tutti gli attributi mitici e dannati: colpevole sì, ma consapevole della propria grandezza umana nonostante l’incredibile mole dei propri limiti mortali e miserabili.
Leggendo l’opera si nota subito dove finisce il tributo e dove dalla fonte il talento prende vita nel proprio stampo originario: l’uomo Manfred  appare freddo e superbo, ma non lo è; disincantato e disilluso, a differenza del gioviale ed arrivista Faust goethiano, non ricerca il potere ed il piacere (pagato in anticipo tramite il famoso “patto” col diavolo) ma desidera l’oblio. L’eroe tedesco rimane folgorato dall’idea del possesso e della superficialità, Manfred invece no. Uno è impotente marionetta dei suoi stessi desideri, l’altro è padrone degli elementi, soggiogati dopo anni di studio delle materie occulte e proibite; uno è allievo delle malefatte di Mefisofele, l’altro maestro di quel potere "magico", simbolo di una predisposizione superiore dell’anima e della sua maggiore attenzione verso il mistero dell’esistenza.
È  la storia, questa, di un nobile di mezza età che soffre della vita che gli è stata tolta; eppure è vivo, manifestandosi nella sua quasi totale assenza emotiva. L’unica prova della sua restante umanità, la sua unica ed ultima unità di misura è il dolore stesso, causato da una “colpa” che non spiegherà mai e che l’autore lascerà sempre appena accennata. Signore di una gloriosa stirpe aristocratica assisa sulle Alpi, Manfred compare nella trama a mezzanotte, evocando tramite i suoi poteri misterici gli spiriti antichi della natura: le forze primitive della realtà si manifestano in tutta la loro sorpresa dinanzi a questo “mago dai grandi poteri” (così lo definisce una delle entità) offrendogli i loro inestimabili servizi, eppure rimangono stupite ancor di più dinanzi alla richiesta del loro nuovo padrone, che non chiede il dominio sulle genti o sui loro stessi elementi ma la morte senza ricordi, la dimenticanza senza fine che dovrebbe secondo lui dar ristoro da quella colpa, quella punizione inestinguibile che lo condanna ad una vita priva di significato. Ma la natura è impotente perché, simbolicamente, tutto è vita e il desiderio di Manfred nasce da un bisogno intellettuale dell’anima, oltre le possibilità di queste incarnazioni del creato. Limitate nella loro magnificenza ad essere schiave a loro volta della condizione imperfetta di creature e non di creatori.
Già questa è una critica moderna per l’epoca, addossando ad esseri semidivini il compito di rappresentare il vizio superbo dell’umanita di sentirsi più arte che artigiani, soprattutto nei campi dell’immateriale e dell’etica.
Tornando all’opera, dinanzi all’impotenza di tali prodigi il nobile signore è costretto ad abbandonarsi alla disperazione, ignorando i saggi consigli di chi gli vuol bene e, vagando, si rivolge all’innaturale pur di ricevere risposte; qui il gioco si fa scoperto, il talento diviene innovazione, potenza, scandalo: Manfred, nella sua consapevolezza e nella sua coscienza di essere vita ed anima ed infinito (anche solo in una piccola scintilla di eternità), non solo evoca tali spiriti ma vi si pone con disprezzo e non con superbia, come molti potrebbero pensare, ma con rabbia verso quelle potenze superbe ed austere, rivendicando il proprio posto fra di loro, rivendicando la propria animica uguaglianza, ottenuta con anni di sforzi e sudore, attraverso il sacrificio personale, non tramite accordi passivi col maligno.
Nella follia depressiva della propria sofferenza, arriva al cospetto di Arimane. Una rappresentazione del satana mitologico, archetipo della cattiveria di spirito, vento maligno che si protende a signore di tutte le altre forze mistiche: la corruzione, il dominio, la prepotenza e la vana ostentazione di potere. Vano ed illusorio come il suo, con cui inganna il nostro protagonista, cercando di convincerlo esaudendo proprio quel desiderio che lo stesso conte non è riuscito ad ottenere per sé né con la sua scienza né con i poteri sovrannaturali degli spiriti minori: il desiderio di riportare in vita, anche se per poco, la perduta Astarte, consorte amatissima e ripianta da Manfred in circostanza non chiare e di cui quest ultimo si addossa la responsabilità. Quindi svelato almeno il volto di quella colpa per sempre nascosta dietro il velo, seppur appena intravista nella sagoma di uno spettro, uno spettro che non dona la pace che il marito desidera: non attraverso il perdono, non attraverso il ricercato oblio. Di fronte a tale manifestazione di vuoto il nostro protagonista capisce che neanche Arimane può nulla: egli è illusione, nebbia e menzogna dei sensi e delle virtù; può mostrare il passato, gli errori perduti e, come ogni diavolo che si rispetti, non conosce rimedio per il dolore e la stoltezza che rappresenta nel cuore degli uomini. Ma oramai la maledizione è compiuta: Manfred non solo rifiuta di inchinarsi al signore degli inganni, avendone scoperto il gioco di specchi, ma torna nel rifugio, ormai incompleto, della realtà. Ed è qui che il signore romantico si risolleva per l’ultima volta dallo sfatto pavimento della coscienza, raggranellando le polveri rimaste in impronte cariche di dignità e coraggio. Sopraffatto da prometeica potenza, attende le orde dei demoni pronti a prendere con la forza il loro dannato; ma lui rifiuta di inginocchiarsi e di seguirli, rifiutando così il suo destino.
Rifiuta l’idea stessa del fato ed è la scelta che non c’è stata a determinare un’esistenza passiva, sopraffatta da un potere apparentemente superiore.
Giunge così la morte, esorcizzante ed unica chiave di volta per accedere a quel regno della celeste, divina assoluzione.
La liberazione dagli imbrogli terreni, in quanto:
"[…]Tu non hai su di me alcun potere, che io senta; tu non mi possiederai mai, che io sappia:
ciò che ho fatto è fatto; io porto in me una tortura che non può prender niente dalla tua.
La mente, che è immortale, rende a se stessa la sua ricompensa per i pensieri buoni e malvagi...
È  l'origine del suo stesso male e la sua fine.
È essa stessa il suo proprio luogo e tempo:
la sua innata conoscenza, quando viene spogliata di questa mortalità,
non coglie più alcun colore dalle cose fuggevoli al di fuori,
ma è assorbita nella sofferenza o nella gioia prodotte dalla conoscenza del suo deserto.
Tu non mi tentasti,né potresti tentarmi; io non sono stato il tuo trastullo,
né sono ora la tua preda...
Io fui il mio solo distruttore, e lo sarò ancora.
Indietro, demoni impotenti ! La mano della morte è su di me, ma non è la vostra!  […]
(I demoni scompaiono)".
Manfred; Atto III, scena IV.
Chiudendo come nell’attimo della sua morte, tra le braccia del buon abate che accorre nel tentativo di salvargli ciò che resta della sua anima rantolata: “Vecchio! Non è così difficile morire”. Ed è così che muore Manfred, padrone di un cuore inospitale.
Così nei versi rivive Byron, poeta immortale.

 

Dedicato a George Gordon Noel Byron.

 

 

 

NB. Le immagini pittoriche poste a corredo dell'articolo sono di Caspar David Friedrich e Caspar Westall.

 

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