"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Sabato, 31 Gennaio 2015 00:00

Quel giocherellone di Stefano Benni

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Achille piè veloce, come tutti i libri che sono entrati a far parte della libreria del mio cuore, non ha solo il merito di presentare una storia originale, ma anche quello di essere scritto in maniera del tutto peculiare.
La storia inizia con l’impiegato di una casa editrice che conduce la propria vita vessato da imbrattacarte che vorrebbero vedere pubblicata la propria opera. È autore di un romanzo mediocre ed è arrabbiato con sé stesso perché scopertosi incapace di produrre altro; delude sé stesso perché ama una ragazza, ma non riesce ad esprimere il suo affetto per lei, con il risultato di farla allontanare sempre di più. In poche, semplici parole, è un trentenne che ancora non ha capito cosa fare della sua vita.

Ad un certo punto viene contattato da un enigmatico individuo attraverso una lettera scritta in misteriosi caratteri gotici; incuriosito, entrerà in contatto con Achille, suo coetaneo affetto da una malformazione congenita e costretto ad un’esistenza appartata in attesa della morte. Il rapporto tra i due ha inizio sotto delle vesti del tutto particolari: Achille comunica solo attraverso la tastiera, ma questa dimensione dilatata della scrittura gli permette di esprimersi sempre nel migliore dei modi e di convincere Ulisse a raccontargli fatti della propria vita, a descrivergli persone ed eventi e, soprattutto, ad esprimere i sentimenti che questa congerie di cose scatena in lui, in modo da trarne materiale per la scrittura.
La narrazione si caratterizza fin dall’inizio per gli elementi che identificano Benni come scrittore, a partire dalla commistione di fantasia e verosimiglianza al reale: per fare un esempio, i manoscritti che pongono il senso del dovere di Ulisse in conflitto con la mancanza di entusiasmo e volontà, assumono la forma e la voce di personaggi in miniatura, che nella fattispecie rappresentano gli autori che hanno proposto i loro scritti alla casa editrice. Molte volte, nel preambolo della vicenda, la loro presenza comporta uno slittamento del piano dell’azione su quello della stasi onirica, fornendo un espediente all’autore per far capire come, a causa della mancanza di sonno dovuta alla vita sconclusionata del protagonista, fantasia e realtà si sovrappongano, rendendo impossibile – per Ulisse come per il lettore - distinguere l’una dall’altra.
Questi continui slittamenti, d’altro canto, potrebbero essere lo specchio di un mondo visto da occhi particolari quali sono quelli, in primis, dell’autore che sceglie di raccontare una storia in un certo modo; di Achille che, a causa della sua malattia, ha sempre vissuto ai margini delle esperienze e, infine, del politropo Ulisse, che grazie all’amicizia con Achille – cioè l’amicizia di qualcuno che, paradossalmente, vive attraverso di lui – scopre nuovi punti di vista e nuove possibilità di azione, riuscendo a laccare di piacevoli soddisfazioni la propria vita.
Achille piè veloce – titolo apparentemente ossimorico, data la vita sulla sedia a rotelle del protagonista, eppure al tempo stesso così esatto una volta conosciuta la personalità del coprotagonista – potrebbe essere definita una strana fiaba, o uno strano romanzo: questo perché non presenta la pesantezza e la palesata serietà tipica dei romanzi impegnati, nonostante l’argomento trattato. Al tempo stesso, però, non è nemmeno una fiaba, perché – sebbene presenti elementi fantastici, e non in ultimo, continui riferimenti alla mitologia sia nella scelta dei nomi dei personaggi che in quella dei loro ruoli – la storia non presenta né risvolti moraleggianti, né un lieto fine per tutti. Forse potremmo definirlo, almeno nella forma, un romanzo semiserio, in cui è presente una sintassi vertiginosa, piena di giochi di parole e di aggettivi non comuni, in cui l’autore si approccia a situazioni verosimili con un tono scherzoso, giocherellone. Tuttavia con l’infittirsi del rapporto d’amicizia tra Ulisse e Achille e quindi con la presa di coscienza di quello che il futuro riserva ai destini di entrambi, questo tono scherzoso viene meno: a mio parere l’anello di congiunzione tra l’originalità della storia e lo stile in cui è scritta è proprio questo passaggio, questa trasformazione, del discorso del narratore.
Se nella prima parte l’aggettivazione, la comparsa frequente di quei piccoli omuncoli con le sembianze degli autori – quasi come se fossero degli amici immaginari – sembra tradire una sorta di superficialità da parte dell’autore, nella seconda parte emerge tutta la saggezza di quest’ultimo: pertanto potremmo fare un discorso a ritroso, ovvero considerare Benni come un bambino che, nell’arco di un romanzo, diventa un adulto. L’infanzia è visibile attraverso questa specie di Paese dei Balocchi linguistico, in cui un lunapark di elementi, di voci, di eventi non fanno che riempire l’immaginario del protagonista, che tuttavia tende a separarsi da questa dimensione, riprendendo spesso le sembianze dell’adulto cinico e annoiato.
L’adolescenza comincia a presentarsi nel momento della comparsa di Achille, attraverso cui Ulisse viene a contatto con una dimensione del tutto nuova; attraverso questo misterioso personaggio, che si astiene dalla vita reale preferendo gli innumerevoli mondi letterari, Ulisse tocca con mano il potere dell’immaginazione e della scrittura. Sembra di sentire la voce di Freud, secondo cui la sessualità e le pulsioni possono – nell’età adolescenziale – prendere anche le forme dell’immaginazione: un istinto che si scarica all’interno della mente, o a limite in piccoli grafemi calcati sul foglio, eppure così consoni alla situazione del nostro Achille, costretto su una sedia a rotelle e con difficoltà a parlare. Al tempo stesso tra i due si stabilisce un rapporto paritario, quasi di cameratismo, tanto da scambiarsi battute volgari sulle ragazze e parlare a cuore leggero anche in un linguaggio turpe, volgare; non mancano piccole vendette e scherzi di cattivo gusto che tutti, probabilmente, abbiamo avuto il dispiacere di sperimentare in quegli anni.
Infine si giunge all’età adulta, in cui il tono si fa sensibilmente più serio; resta presente una visione peculiare della realtà, con la differenza che ora essa offre uno spunto per citazioni mitologiche e letterarie. È come se la fantasia diventasse un filtro per rendere la realtà meno cruda, e forse per viverla più a cuor leggero.
Non dimentichiamo che chi scrive è un adulto. Questo è un elemento chiave in quanto dimostra tutta la capacità scrittoria di Stefano Benni, la sua conoscenza lessicale e letteraria e, soprattutto, la sua capacità di separarsene – o servirsene – per costruire una storia che non ne faccia mostra, ma anzi, che induca il lettore a compiere un percorso di scoperta.
Un pregio che davvero pochi scrittori, e relativi romanzi, riescono a far intravedere.

 

 

 

Stefano Benni
Achille Piè Veloce
Milano, Feltrinelli, 2003
pp 231

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