“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Giovedì, 29 Gennaio 2015 00:00

Never let me go

Scritto da 

“Guardate la torreggiante scienza dagli occhi aguzzi, come da eccelsi picchi domina il mondo moderno, e promulga una serie di comandi assoluti”.
Walt Whitman

Kazuo Ishiguro è uno scrittore inglese, originario del Giappone. Il suo nome è spesso associato a quello che molti considerano sia il suo capolavoro: The Remains of the Day.
Il tocco delicato che possiede è inconfondibile, anche qui in Never Let Me Go, non si smentisce e si riconferma, a mio avviso, una garanzia inglese con quel retrogusto giapponese che lo rende unico e inimitabile. L’ho sempre immaginato come un lord equilibrato, maturo e alle prese col suo thè e la sua penna, intento a scrivere in disparte, in un ambiente comunque elegante, prodigo nell’infondere il suo animo asiatico in ogni uomo o donna dei suoi romanzi.

Per questa specie di fascino e riverenza che avvolge l’autore, non è affatto semplice parlare con leggerezza di un libro come Never let me go, non è facile perché la storia che si narra è crudele, di una crudeltà senza speranza di riscatto, di quelle che intorpidiscono l’animo. Ho continuato a pensarci per giorni, l’ho sognato molte notti e tutte le volte mi sentivo spento come essere umano, forse perché la fantasia crea un’evidente cesura con la nostra realtà, ma nell’era della tecnologia una tematica tale non è fantasia, non è fantascienza, ma possibilità esperita.
È un romanzo ucronico, tutto ha inizio nei lontani anni Sessanta: un programma sperimentale di cloni umani si affaccia al mondo. La scienza, come non l’abbiamo mai vista e come non vorremmo mai vederla, qui è una macchina da guerra. I cloni in questione vivono come normali esseri umani in degli istituti appositi. Con l’avvento di una rivoluzione etica delle donazioni, le scuole diventano luoghi in cui attraverso una pedagogia applicata si tenta non solo di umanizzare il programma, ma anche di invogliare gli studenti/cloni alla creazione di piccole testimonianze artistiche affinché si possa dimostrare l’effettiva presenza della loro anima. È una storia completa e complessa, dove i diversi piani narrativi si intrecciano con una tale sinuosità da non riuscire a vederne il capo e la fine, le istanze politiche ed etiche sono indissolubilmente legate a quelle emotive e culturali. Le domande totalizzanti sulla liceità dello sviluppo scientifico, la sottrazione sempre più forte di una dignità della vita a favore di una longevità della vita, sono i quesiti altisonanti che si affacciano da questo romanzo apparentemente poco pretenzioso. Tre personaggi, tre cloni che vivono durante il periodo ‘civile’ della rivoluzione etica, crescono insieme, attraversano le fasi della giovinezza dentro un istituto che paventa normalità, immersi nelle campagne inglesi. I pensieri e i ricordi che l’autore riesce a raccontare, attraverso uno di loro, sono leggeri e nostalgici, equilibrati, il dolore è composto, lascia un panico addosso inaudito, perché l’assurdità della vicenda non collima con la quiete del registro linguistico. Ruth, Kathy e Tommy si amano e si odiano, si confidano e poi si allontanano, poiché prima di tutto questo libro racconta di un amore osteggiato per tutta la vita, e quando la vita ha i giorni contati il sopruso è imperdonabile. L’elemento che più sgomenta è la totale rassegnazione di tali individui, creati per diventare ricettacoli in vista della salvaguardia di un’esistenza dal maggior valore. Il periodare è lentissimo, non accade granché, possiede però quella sapienza antica che diventa ombra e contrasto, quasi riposo. Anche qui, come in The Remains of the Day, la contemplazione di un ricordo è talmente forte che l’autore potrebbe raccontarti la storia di una giornata banale o di una febbricitante con lo stesso lento ritmo che le cose assumono quando sono viste da lontano. La sua cultura madre lo rende distaccato ma non per questo anaffettivo, i fatti e le persone, la crudeltà e la bontà, l’ingiustizia e la legge, sono inevitabili eventi umani, e il compito del narratore sembra essere per Ishiguro la gentilezza con la quale tratta il brodo primordiale. I suoi rassegnati personaggi, incapaci di ribellarsi ai ruoli nella grande catena dell’essere, sono spesso uomini e donne che ricordano, che porgono al lettore un resoconto dettagliato di ciò che accadde e di quanto non furono in grado di opporsi. Quasi sempre non vi è traccia di rimpianti e rimorsi, il flusso di coscienza è pacifico, è un vecchio signore reduce da una guerra che ora non sa più se sia stata giusta o sbagliata. In questo caso tutto è esagerato, non è possibile trattenere la rabbia e il disgusto, il lettore alla fine del libro è esausto, dopo aver capito il piano vorrebbe solo che uno dei tre si svegliasse e iniziasse ad urlare, che scappasse, eppure l’ultima scena è di una pacatezza infinita e sconfinata. Un’aperta campagna e il vento, un albero e qualche filo spinato come ostacolo, i residui di qualcosa che svolazzano aggrappati a questi ultimi confini, una riflessione e il pianto, ma poi l’attimo dopo la compostezza, l’antica abnegazione che ritorna, l’universalità della piccolezza umana di fronte alla fine.





 

Kazuo Ishiguro
Non lasciarmi (Never Let Me Go)
traduzione Paola Novarese
Torino, Einaudi, 2006
pp. 291

Lascia un commento

Sostieni


Facebook