“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Mercoledì, 31 Dicembre 2014 00:00

"Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol'"

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"Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’" è una celebre frase di Dostoevskij e voleva dire che tutta la letteratura successiva, quella del cosiddetto "realismo socialista", prendeva le mosse dai lembi del cappotto rubato al povero impiegatuccio dal nome cacofonico di Akakij Akakievič. Se l’ultimo dell’anno riuscirete a ritagliare un’oretta per leggere questo racconto, magari nel primo pomeriggio, quando tutti riposano per prepararsi al meglio alle baldorie di fine anno, bene, quando sarete finalmente a gozzovigliare per le strade, il vostro pensiero non potrà non andare a questo personaggio appena conosciuto e vi sembrerà proprio di vederlo lì, tra la folla, rubare il cappotto alla gente per bene.

Il Capodanno, per me, ha sempre il merito di amplificare la malinconia. Sarà che non amo l’ilarità generale e non per fare la parte del bastian contrario. Sarà che avverto sottopelle qualcosa di tremendamente malinconico nell’euforia condivisa. La felicità, come direbbe Nanni Moretti, è una cosa seria.
Seria come quella di Akakij Akakievič quando, in un freddo giorno d’inverno, va a ritirare dal sarto il cappotto nuovo di zecca, comprato a fronte di tanti sacrifici e privazioni. Già il titolo ŠinelIl cappotto – è simbolico: non è solo un indumento, ma la sintesi della condizione di vita del povero impiegato statale, mortificato e deriso. Designa uno status, l’unica cosa che, nel contesto della Russia di Nicola I divisa in ranghi, può restituirgli dignità. Per questo preferisco una delle prime traduzioni del titolo ossia "il mantello" o anche "il pastrano", che rendono meglio il russo "Šinel", un cappotto da uomo di taglio ampio con un piccolo collo di pelliccia e una mantellina, d’obbligo dal ‘700 in poi anche per i semplici addetti alla cancelleria. Inoltre è un termine che in russo è femminile, caricandosi ancor più di significato: oltre che uno status è “una compagna di vita”.
Non solo la felicità, anche la letteratura è una cosa seria. In Russia lo era oltremodo. Non c’era distinzione tra Storia, Politica e Letteratura. Belinskij, che era il più famoso critico ottocentesco, vedeva nella “penna socialmente impegnata” di Gogol’ lo strumento che meglio avrebbe risvegliato le coscienze, portandole a reagire. Peccato per quella lettera...
Pochi mesi prima di morire lo scrittore ricevette proprio dal critico che tanto lo aveva elogiato una lettera di insulti, in cui, detto volgarmente, Belinskij gli rinfacciava di essersi rincretinito dietro alle ciance del cristianesimo, dell’individualismo, dell’uomo alla ricerca di una propria spiritualità. E il realismo socialista? E la rivoluzione del popolo?  Gogol’ ci rimase così male, che bruciò la terza parte de Le anime morte e finì morto impazzito, come uno dei suoi personaggi.
La storia de Il cappotto, forse, la conoscete. Akakij Akakievič è un impiegatuccio la cui unica mansione è quella di copiare documenti di cancelleria, attività che svolge con maniacale dedizione. Ciononostante è deriso e offeso da tutti. "Perché mi offendete?" è il suo amaro ritornello.
L’impossibilità di rispondere a questa domanda con un’unica affermazione determina la grandezza di questa breve novella. Già, perché l’offendono?  Cattiveria gratuita, passatempo, divertimento, voglia di sopraffazione dei colleghi e della società stessa, incapace di compassione, imbrigliata com’è nei suoi "ranghi". Molti sono i motivi per cui gli esseri umani, talvolta, umiliano e offendono. Succedeva a Pietroburgo nell’Ottocento, succede tuttora e in ogni dove.
Malgrado tutto, il povero copista dal colorito, si potrebbe dire, emorroidale, riesce a mettere da parte qualche rublo e a comprare il tanto desiderato cappotto nuovo. Sorpresa delle sorprese, lo invitano a una serata tra colleghi, giusto due chiacchiere in compagnia. È felice il pover’uomo, lui non è antisociale come Raskol’nikov, a cui la gente proprio non piace e se può evitarla è meglio, a lui la gente piace ma purtroppo è solo Akakij Akakievič e col cappotto di prima, quello vecchio e rattoppato, con gli altri non ci poteva stare.
È una tipica notte pietroburghese e c’è la neve come in molte nostre città in questi giorni, solo che fa decisamente più freddo. Akakij ha il suo pastrano nuovo e a bere coi colleghi ci va tutto orgoglioso. Si sa come sono i russi, un bicchiere tira l’altro, arriva mezzanotte e per il nostro è già ora di tornare a casa. Ha mal di testa, la vodka non la regge, non capita certo tutte le sere di bere con l’allegra brigata. Così saluta tutti, ringrazia per la piacevole serata ed esce nel gelo della notte... Il finale non lo svelo. Dico soltanto che non si tratta di una fine "tragica", l’aggettivo migliore è "triste".
Forse non è il momento adatto alla tristezza, è l’ultimo dell’anno. Mi rendo conto di avervi proposto un racconto per un Capodanno al vetriolo, ma che farci, Akakij Akakievič esiste, anche se molti prima d’ora non lo sapevano e non lo sapeva nemmeno lui stesso. Esiste e non lo possiamo cancellare, a Capodanno, né mai.

 

 

 

 

Nikolaj Vasil'evič Gogol’
Il cappotto
traduzione italiana a cura di Clemente Rebora
Feltrinelli, Milano 2009
pp. 112

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