"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Domenica, 04 Gennaio 2015 00:00

Un “viaggio terribile” nell’eterotopia dell’incubo

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Un viaggio terribile (Un viaje terrible, 1941) di Roberto Arlt, recentemente pubblicato da Arcoiris con la (eccellente) traduzione e la curatela di Raul Schenardi, appare come un vero e proprio piccolo gioiello narrativo. Il racconto, ambientato interamente nello spazio di una nave, la Blue Star, si può dividere in due parti: la prima, in cui il “viaggio terribile” che dà il titolo al libro si materializza sotto le vesti di alcuni piccoli incidenti e delle profezie di sventura offerte da Luciano, il cugino del narratore; la seconda, invece, in cui l’orrore del viaggio si manifesta in un gigantesco vortice che, come in Una discesa nel Maelström (A Descent into the Maelström) di Edgar Allan Poe, risucchia le imbarcazioni negli abissi marini.

Lo spazio della nave, all’interno del quale si srotola la narrazione, si trasforma in un vero e proprio microcosmo saturo di una variegata galleria di personaggi, incarnazione dei tipi umani più diversi, dal pastore Rosemberg al seduttore Ab-el-Korda, figlio di un emiro arabo, dal superstizioso Luciano fino all’intrigante Annie, che fa innamorare il narratore, da miss Mariana alla signorina Corita. Uno spazio ‘terribile’ in movimento, diretto verso la distruzione, che, per certi aspetti, può ricordare quello del treno sul quale si trovano i personaggi del racconto di Arno Schmidt, Leviatano o il migliore dei mondi (Leviathan oder Die beste der Welten, 1949); anche nella storia messa in scena con gusto onirico e surreale dallo scrittore tedesco il treno, in fuga dagli orrori di una Berlino messa a ferro e fuoco nel febbraio del ’45, sta correndo inesorabilmente verso un baratro, verso la distruzione. Anche qui esso rappresenta un microcosmo dove si incontrano diversi tipi umani: oltre al narratore, una ragazza di nome Anne, un pastore  protestante (come nel racconto di Arlt), un postino, due soldati della Hitler Jugend. Ognuno, di fronte all’orrore e alla distruzione, reagirà in modo diverso: chi filosofeggiando, chi pregando e esaltando Dio, come il pastore, chi, come il narratore e Anne, con disincanto e senso della realtà.
Ma nel racconto di Arlt, proprio perché si tratta di una nave, ci troviamo di fronte ad uno spazio particolare; uno spazio che, secondo l’analisi di Michel Foucault presentata nella conferenza tunisina Des espaces autres (1967), si configura come un’eterotopia: “la nave è un frammento galleggiante di spazio, un luogo senza luogo, che vive per se stesso, che si auto delinea e che è abbandonato, nello stesso tempo, all’infinito del mare” (Foucault 2002: p. 32). Con il termine “eterotopia”, lo studioso francese intende uno “spazio altro”, connotato da un “tempo altro” (eterocronia) e nettamente separato, per diversi aspetti, dagli altri luoghi: ad esempio, funzionano da eterotopie spazi molto diversi tra loro come i giardini, le prigioni, le caserme, i cimiteri, i villaggi-vacanze, le colonie. La nave, secondo Foucault, è comunque “l’eterotopia per eccellenza”, perché, oltre alle caratteristiche sopra ricordate, essa è anche, in un certo senso, creatrice di sogni: “nelle civiltà senza navi” – scrive Foucault – “i sogni si inaridiscono, lo spionaggio sostituisce l’avventura e la polizia i corsari” (Foucault 2002: p. 32).
In questo caso, si potrebbe affermare che la nave crea incubi: lo spazio della nave del racconto di Arlt, infatti, genera orrore e sgomento, un momento di sogno, di fantasia declinato verso i perturbanti regni dell’incubo. Ecco quindi che un perfetto “spazio altro” come la nave può funzionare come una sorta di microcosmo dell’incubo; un luogo separato da ogni altro luogo (un frammento di spazio diretto verso la distruzione) che rispecchia non l’umanità in generale − come, ad esempio, troviamo in La nave dei folli (The Fool Ship, 1962), di Katherine Ann Porter, romanzo interamente ambientato su una nave diretta a Brema, poi portato sullo schermo nel 1965 da Stanley Kramer – ma un particolare spaccato di umanità, quella destinata a una catastrofe, un annichilimento. Quindi, per certi aspetti, anche quella descritta da Arlt potrebbe essere considerata una “nave dei folli”: ogni personaggio ha un suo tic, una sua turba, una sua monomania o fissazione che viene a galla soprattutto nella prima parte. Nella seconda, di fronte alla scoperta del gigantesco turbine, ognuna di queste particolari turbe si mescola insieme alle altre in modo così da formare un vero e proprio calderone; un vortice di passioni e monomanie che, come il vortice che sta risucchiando la nave, conduce la gran parte dei personaggi verso la follia o l’autodistruzione.
La seconda parte del romanzo, infatti, è quella in cui si palesa la parte più “terribile” del viaggio, quella appunto diretta verso l’infernale vortice, quando – scrive Arlt – “tipi umani, intrighi, donne e incidenti passarono in secondo piano” (Arlt 2014: p. 43). Ed è proprio in questa seconda parte che emerge anche la maestria dello scrittore nel creare un particolare stato di suspense, una massacrante attesa di un qualcosa di incombente, di mostruoso. L’atmosfera a bordo della nave diventa allora simile a quella che si respira sulla scialuppa di Prigionieri dell’Oceano (Life-boat, 1943) di Alfred Hitchcock: la tensione impalpabile che già si respirava nella prima parte della storia adesso erompe palesandosi nei diversi modi di apprestarsi al momento fatale messi in atto dai personaggi. La nave si trasforma in un vero inferno navigante, come quella del romanzo di Bruno Traven, La nave morta (The Death Ship, 1934), che racconta le avventure neopicaresche di un marinaio imbarcatosi su una “nave morta”, cioè una nave vecchissima predisposta dallo stesso armatore per incorrere, prima o poi, in un naufragio; lo spazio infernale e da incubo della nave si situa nell’attesa terribile del naufragio che avverrà nei momenti finali del romanzo con veri e propri accenti da apocalisse.
La vicenda si configura infatti come una graduale e inesorabile discesa all’inferno, una catabasi verso gli abissi marini e, ancora, viene spontaneo pensare a Poe, al già citato Una discesa nel Maelström ma anche a Un manoscritto trovato in una bottiglia (M.S. Found in a Bottle) e alle Avventure di Arthur Gordon Pym (The Narrative of A. Gordon Pym of Nantucket). La catabasi descritta da Arlt è però lontana dai toni onirici e allucinati di Poe; lo stile dello scrittore argentino è contraddistinto da un regolato e razionale rigore narrativo sul quale si affacciano ogni tanto, come fugaci coltellate, alcune impennate espressionistiche. Così è descritto il lento procedere della nave ancora inconsapevole verso il mostruoso gorgo: “La costa rimaneva invisibile, ma la intuivamo negli odori vegetali portati dal vento, sprigionati dalle foreste putrefatte delle terre basse. In certi momenti l’atmosfera sembrava carica di scintille di fuoco. Restavamo immobili sulle amache in un bagno di sudore fino al crepuscolo, quando una luna rossa e ardente saliva in cielo come un rotondo incendio africano” (Arlt 2014: p. 62). Il vortice, successivamente, è paragonato ad “una ruota d’alluminio che gira”, mentre “la nave era conficcata, per così dire, in un immenso disco di alluminio liquido, che girava apparentemente a una velocità periferica di trenta miglia all’ora” (Arlt 2014: p. 66).
Come scrive Schenardi nella postfazione, Roberto Arlt è un grande autore che è stato inspiegabilmente trascurato dall’editoria italiana; adesso, finalmente, grazie a questo libro, ci viene proposta un po’ della “parte sommersa dell’iceberg Arlt” (Arlt 2014: p. 87, postfazione).
L’autore, col suo stile nitido, rigoroso, chiaro, venato di sottile ironia, ci prende quindi per mano per portarci su questo spazio dell’incubo, su un’eterotopia infernale tinteggiata con pennellate di ironia e, perché no, cinico e disincantato rigore. Lasciamoci prendere e partiamo senza paura – almeno noi lettori − per questo “viaggio terribile”; senza paura ma con tanta curiosità, con veri momenti di suspense che ci faranno girare ogni pagina con un senso di perdurante attesa (fino al fulmen in clausula finale), che ci faranno sbirciare dietro ogni frase, ogni punto, ogni virgola per godere narrativamente fino in fondo di un grottesco, ironico, inquietante, ma anche buffo, viaggio per mare sulla Blue Star.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roberto Arlt,
Un viaggio terribile
traduzione e cura di Raul Schenardi
Salerno, Edizioni Arcoiris, 2014
pp. 100

 


Bibliografia ulteriore:

Michel Foucault
Spazi altri
a cura di Salvo Vaccaro,
Milano, Mimesis, 2002
pp. 100

Edgar Allan Poe,
Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore
traduttori vari
Roma, Newton Compton, 1989
pp. 440

Id.
Storia di Gordon Pym
traduzione di Maria Gallone,
Milano, Rizzoli, 2004 
pp. 201

Katherine Ann Porter,
La nave dei folli
traduzione di Adriana Motti,
Torino, Einaudi, 1964
pp. 547

Arno Schmidt
Leviatano o il migliore dei mondi
a cura di Dario Borso,
Milano, Mimesis, 2013
pp. 74

Bruno Traven
La nave morta
traduzione di Teresa Pintacuda
Milano, Longanesi, 1967
pp. 304

 

 

 

 

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