"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 30 Dicembre 2014 00:00

Cortázar o Il gioco del mondo ("Rayuela")

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Dall'altra parte
"Non dire, metti in scena". Era la regola aurea ai corsi di scrittura creativa, per lo più statunitensi, attorno agli anni ’80.
Poco più di vent’anni prima, quando il moderno stava per lasciare il passo al postmoderno, Cortázar scriveva Rayuela, mettendo insieme quelli che lui definisce "strati di cose eterogenee che rispondevano alla mia esperienza di quell’epoca a Parigi".
Ma questo romanzo non è classificabile secondo le varie categorie e sottocategorie che si sono avvicendate nel corso di quegli anni, è semplicemente un’opera a sé. Rivoluzionaria.

Cortázar non gioca a vuoto con le parole, pur praticando provocatoriamente un lessico in apparenza soggetto a libera interpretazione. Quanto poi all’ironia così presente nel postmoderno (ma talvolta con intenti puramente parodistici), Cortázar ne fa uso in alcuni capitoli, attento però a un approccio teleologico. Insomma, la sua ironia non è mai fine a se stessa. Ne consegue che la rappresentazione delle scene, scevra anche da ogni fine didascalico, coglie a volte di sorpresa il lettore come un’epifania, dopo che nel corso della narrazione si sono verificati lenti e, solo agli inizi, vagamente percettibili scostamenti tesi a uno scopo preciso. È stato così con la morte di Rocamadour, e lo sarà con altrettanta efficacia in altri momenti.
Chi si accostasse a questo romanzo, ambientato nella prima parte a Parigi, con l’idea di trovarvi tutto quel fascino che della Ville Lumière è universalmente riconosciuto, rimarrebbe deluso. È bene quindi mettere in guardia il lettore perché né lo splendore della città (luce diffusa nelle strade e, perché no, lo spirito dell’illuminismo che lì si è sviluppato), né la gioiosa vitalità dei suoi arguti abitanti, così come le più svariate espressioni di alta cultura che la permeano, si ritrovano nel dipanarsi di una narrazione che ignora quell’essenza della città unica al mondo. Ma anzi ne esprime l’opposto.
Perché leggerlo, allora, e per giunta consigliarlo a chi ama la umane lettere? Vediamo.
L’argentino Horacio Oliveira è il protagonista principale. Eterno studente, abbastanza acculturato, sia pur con qualche lacuna, che ha superato i quarant’anni, intellettuale sempre sull’orlo del fallimento, velleitario aspirante scrittore, Horacio se ne è venuto a Parigi (e si fa mantenere, per corrispondenza, dal  fratello che fa l’avvocato a Buenos Aires) in cerca di qualcosa che lui chiama "Il Centro". Che altro non è se non il senso della sua stessa vita.
Nell’intento di contribuire a un fertile scambio di pensieri e commenti sull’argomento con altri lettori, qui mi fermo. O meglio, faccio una sosta.
Non intendo tentarne una recensione, la grandezza di questo romanzo, che vi resterà addosso senza scampo, mi impone però di tratteggiarne quei passaggi che hanno la potenza di provocare una stretta al cuore fino a lasciare al lettore consapevole un indelebile segno.
È quando vagando per Parigi Horacio incontra una donna più giovane di lui con la quale inizia una storia, che sembrerebbe essere essenzialmente fisica (ma sarà poi vero?), che la sua vita subisce un radicale sebbene precario mutamento. Ed è qui dove Cortázar è allo zenit della sua capacità inventiva nel narrare.
Lei è Lucia, chiamata La Maga, che non sa bene perché è venuta a Parigi da Montevideo (dove ha passato anche brutti momenti, specie nell’adolescenza), se non per "affrontare la vita". O imparare il canto, forse. Nasce così lo sbilenco rapporto tra un uomo preso da una nebulosa ansia metafisica e una ragazza consapevole della propria ignoranza ma confusamente desiderosa di apprendere, giunta a Parigi senza un centesimo in tasca e con un figlio tra le braccia.
La Maga, durante le riunioni del Club del Serpente, che da subito inizia a frequentare con Horacio, tutta presa nel tentativo di entrare consapevole nel cerchio, arriva pateticamente a convincersi di aver capito lo Zen e vuole persino capire perché il Principio di Indeterminazione e così importante in letteratura.
Ma cos’è il Club del Serpente? Si tratta di uno strambo gruppetto composto da alcuni intellettuali di varia nazionalità dall’equilibrio esistenziale incerto, soliti a consumare intere serate fino a ora tarda seduti per lo più per terra o su sedie sgangherate, in uno squallido appartamento e dediti a sbevazzare vodka dozzinale, ascoltando malridotti dischi di jazz e vaneggiare di mai chiarite metafore parigine e fiumi metafisici. Senza peraltro arrivare a una conclusione condivisa che abbia un senso compiuto.
In questo quadro, con un vertiginoso uso della parola scritta, Cortázar riesce nel duplice obiettivo di catturare sia il lettore attento alla filologia sia quello disposto a "leggere anche in bagno, in autobus, a letto prima di addormentarsi, senza Guide alla Lettura o Schede di Approfondimento" (per dirla con Martina Testa, direttore editoriale di minimum fax, che così si esprime nella Prefazione del piccolo capolavoro Verso Occidente l’Impero dirige il suo Corso, di David Foster Wallace).
Ciononostante Il gioco del mondo non è un libro per tutti, perché talvolta leggere significa anche provare disagio, quello sgradevole stato d’animo che non tutti sono disposti a sopportare. Disagio che tuttavia, se non si tratta di narrativa commerciale, alla fine della lettura "ti fa sentire meno solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale... e riesce anche a metterti in comunicazione con un’altra coscienza" (ancora DFW, sulla magia della letteratura).
La vita di Horacio, della Maga e dei membri del Club per buona parte del romanzo continua senza grandi scosse o significative variazioni. Fatti salvi tre capitoli dove ci si può perdere nel piacere (in un caso doloroso) della lettura.
In ordine temporale; per prima c‘è l’esperienza di Horacio al concerto di piano di Madame Berthe Trépat in un pomeriggio piovoso. Mentre, al solito, vaga senza meta per strada vede il manifesto e ne rimane stranamente colpito. "Cazzo, pensa. Cazzo che programma". Entra nella sala semideserta, il concerto sta per cominciare, la pianista inizia a suonare sbagliando note e timbri in continuazione, verso la fine lei lancia uno sguardo obliquo alla platea evanescente e sembra sul punto di crollare. Cortázar descrive il disastroso andamento del concerto, al termine del quale è rimasto in sala solo Horacio, con un sapiente mix di ironia mista a quel po' di cinismo, umana comprensione, incredulità, tutti sentimenti che provocano lo scatenarsi di un turbinio di sensazioni nell’animo del porteño quando, uscendo dalla sala, colto da una sorta di partecipazione più o meno consapevole, si offre di accompagnare fin sotto casa l’attempata e ormai affranta pianista.
Segue poi la morte di Rocamadour, il piccolo figlio della Maga. La descrizione di come avviene il decesso per meningite durante una delle solite serate del Club nell’angusto locale fumoso e semibuio, dove i presenti, svagati nei loro inconsistenti fiumi di parole ad alto tasso alcolico, quasi non si accorgono di quanto sta accadendo nel lettino del piccolo, è un vera eccellenza letteraria scritta con mano così lieve ma al tempo stesso carica di una tale intensità umana da rendere, paradossalmente, quel dramma come un evento del tutto normale. Eppure Cortázar stesso, in un’intervista rilasciata a Omar Prego ammette di avere sofferto moltissimo nello scrivere quel capitolo.
A chiusura della fase parigina, troviamo Horacio che ubriacatosi in casuale compagnia della clocharde Emmanuèle in riva alla Senna precipita nel suo squallido fallimento abbandonandosi a una sordida fellatio, viene poi fermato dalla polizia, caricato sul furgone con la clocharde dove cade in preda dei più cupi pensieri, tra i quali tuttavia si fa strada con insistenza un aforisma di Eraclito: "Soltanto colui che spera potrà trovare l’insperato". Quasi una scheggia di luce per Horacio.
Dopo la morte di Rocamadour, La Maga se ne va da Parigi senza lasciar detto dove intende recarsi. Horacio si dimette dal Club e torna in Argentina.
Poi viene la fase rioplatense del romanzo.

Da questa parte
Adesso siamo al porto di Buenos Aires, dove Horacio sbarca dalla nave Andrea C. che l’ha rimpatriato, e trova ad accoglierlo il suo amico di gioventù Traveler, ora quarantenne, con la moglie Talita, lettrice di enciclopedie, che porta al braccio un cestino contenente un gatto calcolatore. E comincia da qui il cambio di atmosfera rispetto ai tempi parigini.
Questo Traveler, uomo di fiducia di un circo dal raggio d’azione assai limitato, non ha nessuna speranza "di percorrere le strade del mondo" a dispetto del suo nome, è piuttosto indolente, dotato di una ibrida cultura, cita Jung. Lo diresti speculare a Horacio. Talita, laureata in farmacologia, finisce per andarsene a lavorare anche lei al circo con un gatto che si esibisce in calcoli matematici. I due coniugi vivono a modo loro un matrimonio felice.
Già dalle prime pagine affiorano anche brevi accenni che riguardano il tipo di rapporto di Horacio con due figure di donne che si disvelerà più avanti con un intreccio di metafore di una trasparenza tenuta da Cortázar sapientemente sotto controllo.
Al suo arrivo al porto, quando Traveler gli presenta sua moglie, Horacio si limita a dire “piacere” stendendo la mano senza guardarla; durante lo scalo a Montevideo Horacio aveva inutilmente percorso i quartieri latini "pensando che forse Lucca, che forse s’era trattato di Lucca o di Perugia. Tutto per niente". Erano quelli i luoghi dove Horacio pensava potesse essere finita La Maga dopo aver lasciato Parigi. C’è poi da notare che nel vagare per Montevideo "consultando vecchi indirizzi ricostruiti da una memoria ribelle” Horacio riflette confusamente sulla maturità, pensando che “Nulla era maturo, nulla potava essere più naturale del fatto che quella donna con un gatto in un cestino, che lo aveva aspettato accanto a Manolo Traveler, somigliasse un poco a quell’altra donna...".
Al suo ritorno in terra argentina Horacio va a vivere, vegetando, con la sua vecchia fiamma Grekrepten "in una camera d’albergo di fronte alla pensione dove si erano accampati i Traveler... Lei era felice, preparava del mate impeccabile, e sebbene facesse malissimo l’amore e la pasta asciutta, possedeva altre qualità domestiche...".
Con lo spostamento dell’ordito narrativo a Buenos Aires l’opacità della vita parigina, che in più occasioni sfiorava la cupezza, lascia a sprazzi la scena anche a momenti di umorismo sebbene non del tutto privi di una venatura di ambiguità. Ne è prova un autentico cammeo letterario dove si parla di Horacio che, senza neppure sapere perché, un giorno si trovava in casa "a raddrizzare i chiodi con una mattonella... e per di più aveva voglia di mate, ma l’erba era finita". Così pensa di farsi lanciare dalla finestra dei Traveler quanto gli occorre, cioè un sacchetto contenente chiodi diritti e mate. Traveler, però, non è sicuro di farcela e allora, sia pure con qualche timore, dice all’amico che potrebbero prendere un’asse e fabbricare un ponte tra una finestra a l’altra per poter portargli il necessario. La traversata sull’asse la farà Talita.
Dopo l’episodio dell’asse, Horacio si ritrova a meditare a modo suo se La Maga sia davvero stata un oggetto perduto. Se lui non ne fosse innamorato. Ma nei suoi pensieri affiora anche Talita. E dal canto suo Traveler diventa insonne, al punto che si sente domandare da sua moglie: "Perché dormi così male, Manù?". Si ha quasi l’impressione che le cose tra i due stiano subendo un cambiamento. Ma anche in questo passaggio Cortázar sembra quasi voler soltanto sfiorare i contorni della situazione, non spende una parola in più del necessario. Non irrompe nell’immaginazione del lettore. Cortázar è capace di rappresentare la realtà sottostante alla superficie con una ricchezza di sottili segni che pochi altri scrittori sanno esprimere.
Poco dopo l’impresa dell’asse i tre vivranno un’esperienza stralunata che ha dell’incredibile, e la narrazione ricrea una temperie dove non v’è la minima traccia di luminosità. Succede quando Ferraguto, il proprietario del circo decide di cederlo e comperare una clinica psichiatrica assumendo alle proprie dipendenze i Traveler e Horacio. A Talita sarà affidata la farmacia.
Si farebbe torto al lettore, anticipando qui l’intero capitolo che, in un crescendo da togliere il respiro, porta alla conclusione del romanzo, ammesso che di una conclusione possa trattarsi.
Basti pensare che il tutto avviene tra matti in pigiama che, in piena notte, nel cortile del manicomio saltellano nelle caselle del "gioco del mondo" con un piede alla volta, evitando di calpestare la "linea" (ossia la Rayuela) della casella successiva, e Horacio completamente assorto nei bui corridoi del manicomio nel mettere insieme cordini neri per scopi incomprensibili, dopodiché decide di scendere nella lugubre cantina su un montacarichi insieme a Talita che, stranamente, a quell’ora non si trova a dormire con Traveler, e lui finisce col baciarla scambiandola per La Maga. Poi si convince di essere ormai "rimbecillito", sale sul cornicione di una finestra, da dove vede Traveler che, sceso anche lui in cortile, sta teneramente stringendo la vita di Talita, e si perde nel pensiero che "meglio sarebbe stato sporgersi leggermente in fuori e lasciarsi andare, plaf tutto finito".
Alla curiosità del lettore conviene, infine, lasciare la scelta tra i due modi di leggere il libro indicati da Cortázar, vale a dire limitarsi alle sole due parti di cui ho parlato in queste note e fermarsi lì o leggere il tutto in ordine non lineare, compresa la sezione chiamata DA ALTRE PARTI dei cui capitoli, sempre secondo Cortázar, si può fare a meno "senza rimorsi di coscienza".

 

 

 

 

 

Julio Cortázar
Il gioco del mondo (Rayuela)
traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini
Torino, Einaudi, 2002
pp. 554

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