"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 23 Dicembre 2014 00:00

Per arrivare ai Vangeli la strada è tortuosa

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Come si può contraddire una pensatrice del calibro di Simone Weil? Poniamoci innanzitutto la domanda, quando leggiamo un saggio: chi siamo noi per non essere d’accordo? Possiamo rilevare punti critici, ma a tentoni, sulla scorta di percezioni derivanti da una cultura liceal-universitaria rafforzata da approfondimenti per diletto. Insomma, papale papale: come competere con una che su certe cose ci ha speso una vita?

Ora, siccome Il Pickwick mi pare una terra di nessuno, nel senso positivissimo del termine, un limbo costituitosi come concentrato di uomini e donne di alta cultura, filosofi, letterati, teatranti, in senso greco ovviamente, dove sono inspiegabilmente ammesso, ho pensato di lasciare in eredità queste mie percezioni. Magari alcuni ne trarranno spunto per prendere in mano La rivelazione greca e argomentare critiche molto circostanziate. A proposito di terra di nessuno, mi viene in mente Bertrand Russell quando definì in questo modo la filosofia che, come terra di nessuno, o terra di mezzo tra scienza e teologia, è inevitabilmente esposta agli attacchi dell’una e dell’altra.
Una premessa: non siamo dinanzi a una facile lettura. Dopo le prime parti dedicate ad alcune tragedie e all’Iliade, il testo procede per spunti e frammenti, per appunti e troppe note a margine. Ci vuole gente allenata. Però sono convinto che le sfide intellettuali siano le preferite dai pickwickiani. Comunque: quale è il punto? Per capire i Vangeli non bisogna passare da Gerusalemme bensì da Atene. Sì, dalla Grecia e non dai deserti biblici. È qui che entra in ballo la Weil: che dopo avere preso Antigone a modello universale della condizione umana, arriva al primo grande poema omerico.
Mi soffermerei un attimo su Antigone proprio per mostrare come la mia percezione, ribadisco misera dinanzi a un intellettuale simbolo del Novecento, abbia riscontrato certe forzature. Antigone è una povera ragazza che, sola, si oppone alle leggi del proprio paese ovvero alle leggi umane che fondano l’autorità legittima. Si oppone perché avverte tragicamente il conflitto fra esse e un altro genere di leggi. Quali? Che siano le leggi degli dei o che sia la propria legge morale, Antigone sente di muovere da un punto di vista superiore, ma fa una certa differenza se questo risponde a un’etica individuale o a un’etica eteronoma di natura religiosa. È vero che in tutta la tragedia di Sofocle gli dei aleggiano tenaci − i tuoi ordini hanno meno autorità delle leggi non scritte e imperscrittibili di dio, dice Antigone a un certo punto al re di Tebe − ma l’opposizione della ragazza all’ordine statale deriva dal fatto che a causa di un comando sovrano un’infamia irreversibile ricadrà sul fratello. Sul corpo del fratello. È un amore questo, checché se ne dica, ancora più imprescrittibile della legge divina. Il corpo è roba nostra, è merce laica: da Antigone a Beppino Englaro. Poi si può anche vedere Antigone come la prima di una serie di martiri che si lasciano morire, integerrime vittime che nel nome di disegni superiori abbandonano questo mondo nella serenità di essere nel vero: l’ultimo sarebbe Gesù. Però, sottilizzando, la tragedia di Sofocle non finisce con Antigone murata nella caverna ma con il classico procedimento a cascata del teatro attico nel quale un decesso iniziale conduce a una serie di lutti ulteriori che, inesorabili, coinvolgono altri umanamente legati al protagonista morto. Umanamente, non divinamente.
L’Iliade: per la Weil il poema omerico è lo spirito della civiltà greca, inteso come sentimento di distanza abissale dell’umano da dio e conseguente ricerca di ponti da lanciare tra la miseria dell’uomo e la perfezione divina. Se questo è il terreno su cui l’occidente si è poggiato, e oggettivamente possiamo starci, la Weil non si ferma qui, arriva alla genesi di siffatta concezione e conclude che solo una potentissima tradizione mistica poteva esserne a fondamento. Di questo misticismo ne sono rimaste poche tracce presocratiche, orfiche, pitagoriche, misterico-eleusine, ma per fortuna è arrivato Platone che le ha recuperate, ne ha fatto una sintesi perfetta e ce le ha consegnate: seguace ed erede di una tradizione sapienziale in cui era immersa l’intera Grecia, Platone è il padre della mistica occidentale che culminerà nel cristianesimo. L’Iliade, questo poema della forza, come lo definisce subito la Weil, è dunque il primo passo di un percorso che come traguardo avrà i Vangeli. La forza non risparmia nessuno, vincitori e vinti, tutto ciò che è distrutto è motivo di lacrime e rimpianti, magari la sventura dei vinti è sentita più dolorosamente, ma anche il trionfo dei vincitori è destinato a sparire dinanzi a questa matrice cosmica superiore. La forza prima o poi si abbatterà anche su chi innalza vessilli e intona canti. Questa caducità estrema che investe gli uomini nel loro mondo terreno e stato fisico porta a tendere verso un’ancora di salvezza ispirata all’essenza del bene e del necessario. Platone avrebbe costruito il suo pensiero su questa ricerca del metafisico, in ultima analisi di dio.
L’elemento fondamentale per la Weil è che la conoscenza di dio non passa attraverso l’annuncio a un intero popolo con tanto di tavole della legge consegnate al suo più esimio rappresentante. Tutto dipende dal capire che l’esistenza è solo una caduta, che l’umanità è in balia di forze che la superano infinitamente e che il solo modo di uscirne è dotarsi della coscienza di tale miseria. Questo sentimento del mondo, questa spiritualità, è appartenuta ai Greci e, pare di capire, grazie al calore di un raggio proveniente da un lato insondabile del cielo. Sono i Greci che hanno trasmesso ai cristiani la capacità di ricevere la vera rivelazione. Su questo, torno al mio discorso di partenza, non ce la faccio a contraddire.
Ma ciò su cui voglio soffermarmi in chiusura è lo sforzo di riesumare addirittura il peccato originale della civiltà greca. E viene ancora a galla Troia. Il crimine assoluto perché la forza, in esso, ha riversato la sua voracità e gli uomini non sono riusciti a rigettarla, un’incapacità sentita dalle generazioni future come un rimorso. Così, la guerra di Troia, la distruzione di un nemico, non è stata vista come evento di cui gloriarsene ma come ricordo assillante, a sua volta creatore del sentimento di miseria umana accennato sopra. Tutto si può dire ma credo che una cosa sia disobbedire a dio seppure con il filtro di un’allegoria ambientata in un ipotetico giardino delle delizie, un conto sia commettere un crimine storico, collocato esattamente lì, nello spazio e nel tempo, fra i Dardanelli e il Ponto, per questioni concretissime come il controllo degli stretti e dei commerci egei sui quali, ecco la meravigliosa intuizione del narratore, si è voluto creare epifanie sentimentali: dalla donna rapita, Paride, Menelao ed Elena, alla rissa da asilo fra i due ragazzi più piccosi, Achille e Agamennone. Usando parole dell’immenso Nietzsche, a me questo peccato non pare il prologo di una teologia ma qualcosa di umano… troppo umano.

 

 

 

 

 

 

 

Simone Weil
La rivelazione greca

Milano, Adelphi, 2014
pp. 489

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