“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Lunedì, 04 Febbraio 2013 18:14

Vince chi resiste, "A Fronte Alta"

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Le vecchie foto in bianco e nero, quelle che ritraggono ragazzi giovani e sorridenti che si abbracciano, hanno sempre un po’ di poesia spalmata sopra. Anche quando non si conosce nessuno di quei volti ritratti, si insinua in chi guarda un po’ di nostalgia. Deve essere l’improvvisa coscienza del tempo. Quanto ne è passato? Che ne è stato di quei giovani? Dove vivevano? Cosa sognavano? Cos’hanno visto e fatto? Dietro ogni foto c’è una storia. Non è quella con la “S” maiuscola, quella che si studia a scuola con la successione dei re e dei presidenti, con le alleanze tra nazioni, i trattati e le invasioni. È una storia diversa, più piccola ma che molto spesso, senza che nessuno lo riconosca ufficialmente, può essere una storia di eroi.

Dietro il velo di un vecchio album fotografico, pagina dopo pagina Antonello Cossia comincia a raccontarci una di queste storie. Lo fa diventando un eroe, di quelli che hanno un foglio di giornale per cappello. Ha voglia di raccontarsi come tutti gli uomini che hanno vissuto tanto e che quando ne hanno la possibilità prendono la parola e non vorrebbero lasciarla mai più. Così, con entusiasmo, risponde ad ogni muto interrogativo che quelle foto che ci passano davanti fanno nascere in noi. Ci dice dove ha vissuto, cosa ha fatto e visto, cos’ha desiderato e capiamo perché in una delle foto c’è uno stivaletto da pugile.
A Fronte alta – un sogno del 1956 è il racconto di un sogno perseguito con tenacia, quello di Agatino che da muratore della periferia napoletana diviene campione italiano di boxe e rappresentate della nazionale alle Olimpiadi di Melbourne ma è anche il racconto di tanti altri sogni. Nel 1956 l’Italia del dopoguerra è piena di giovani che combattono anche senza guantoni contro la povertà, la morte, le autorità, i soprusi. Avversari contro i quali, spesso, non c’è gara. Essi si rivelano il più delle volte troppo grandi da affrontare e non è abitudine della vita avere la cortesia di divedere gli incontri per categorie di peso. Sono loro gli eroi: braccianti, muratori, artigiani, operai che lavorano duramente per la ricostruzione del Paese.
Antonello Cossia, autore, regista e attore, ci racconta il 1956 calandosi egli stesso nei panni delle varie persone che l’hanno vissuto realmente, modificando le movenze e gli accenti con grande abilità. Allo stesso tempo è anche un ottimo narratore, capace di legare una storia all’altra offrendoci spunti di riflessione su quanto la vita somigli ad una serie di incontri di boxe. Per questo motivo, la storia di Agatino è la storia guida, quella alla quale tutte le altre si ricollegano. Il palcoscenico si riempie di persone seppure quello che vediamo è sempre un unico corpo. In scena solo qualche oggetto, un vecchio guantone, una panca, uno sgabello, una borsa sportiva. Serve tutto per rievocare le gare, i quadrati sui quali si svolgono gli incontri. La cronaca che ne fa è appassionante: Agatino, 26 anni - 165 cm - 57 kg - categoria dei pesi piuma, è veloce e ha grinta, tiene la testa tra le spalle, parte un dritto poi un montante, colpisce l’avversario ai fianchi. Colpo dopo colpo il ring diventa una galera o una stretta miniera, per seguire da vicino quello che accade agli altri sognatori combattenti. Il lavoro fatto sul piano della ricerca storica è preciso come quello della ricostruzione degli incontri. C’è posto in palcoscenico anche per il presidente Giovanni Gronchi che porta fino a noi l’eco del suo discorso di insediamento. Gli avvenimenti politici del 1956 servono da cornice, sono lo sfondo dentro il quale si muovono Agatino e tutti gli altri. Potrei definirli gli sconfitti: Agatino perderà ai punti la prima gara olimpica contro il campione russo Vladimir Sofronov e sorte avversa toccherà anche agli altri protagonisti dell’annata. Tuttavia quello che viene fuori dallo spettacolo è quello che già alle prime battute ci anticipa Antonello. Si tratta di eroi di un tempo lontano. Non conta l’esito di ogni incontro, quello che conta è avere combattuto, con tenacia e grinta, rimanendo a fronte alta anche contro il più temuto degli avversari. Agatino sarà l’unico pugile a rimanere in piedi contro il campione russo, tutti gli altri perderanno per K.O.. Lo stesso Sofronov, con al collo la medaglia d’oro, dichiarerà ai giornali di avere temuto un solo avversario in tutta la sua avventura olimpica, Agatino. Ma la storia di Agatino è storia di seconda classe e i giornalisti possono anche permettersi di sbagliarne il nome: è soltanto un muratore di periferia, un dilettante. Il suo vero nome è, infatti, Agostino Cossia.
A fronte alta – un sogno del 1956 è uno spettacolo complesso, che fa riflettere. Non si tratta solo dell’ennesimo parallelismo tra sport e vita, è una luce accesa per tutta la durata dello spettacolo, su tutte quelle persone che hanno fatto la storia del nostro paese senza che questo gli sia stato mai riconosciuto. Queste persone che rivivono nello spettacolo, possono essere un punto di riferimento e un esempio di resistenza ai colpi della vita per tutti noi che oggi dobbiamo rimettere in piedi la nostra dignità di uomini. Come nella boxe restiamo in guardia, “attacchiamo quello che vogliamo e difendiamo quello che abbiamo ottenuto”. Oggi più che mai abbiamo bisogno di quegli eroi piuttosto che dei grandi condottieri o dei piccoli politici.
Antonello Cossia ha omaggiato suo padre con una messinscena ricca di poesia, con l’intensità che riesce a trasmettere soltanto chi la storia l’ha vissuta sulla propria pelle o chi l’ha ascoltata tante volte fin da piccolo. L’atmosfera intima del Sancarluccio amplifica la sensazione di essere un ascoltatore privilegiato, come quello di una storia raccontata in salotto, tra amici, in un giorno di pioggia.

 

 

A fronte alta - un sogno del mille novecento cinquantasei
di e con
Antonello Cossia
prodotto da Associazione Altrosguardo
in collaborazione con I Teatrini
scenografia Raffaele di Florio
musica originale Riccardo Veno
costumi Stefania Virguti
still e video editor Francesco Albano
Napoli, Teatro San Carluccio, 2 Febbraio 2013
in scena dal 1° al 3 febbraio 2013

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