“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 14 Dicembre 2014 00:00

Libri da Nobel che non servono a niente

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Scritto dal Nobel per la letteratura Kawabata Yasunari, Bellezza e Tristezza sarà uno di quei libri che mi ricorderò insieme a tanti altri per averli dimenticati. Dalla coscienza di questo oblio nasce questa piccola e personale riflessione sul senso della letteratura. Se infatti  l'importanza della letteratura è data per scontata, vi propongo, per amor suo e solo per qualche minuto, di dubitarne.
I libri di narrativa servono davvero a qualcosa? Sono veramente importanti? Cosa li distingue da un passatempo come un altro?

Sono domande che nessuno sembra mai avere il coraggio di porsi onestamente, è un tabù della cosiddetta fascia colta. Ma per qualcuno come me, che ha provato “l'ebbrezza” di tutto un insieme di diversi prodotti narrativi e culturali (anime, videogiochi, film, serie TV, mondi web, fumetti, ecc...) la faccenda è seria. La vita è una e troppo breve, e la mia curiosità tanto edonistica quanto intellettuale è assai più vorace di quanto sia il tempo a mia disposizione. Così ogni volta che ricevo un qualche buono Feltrinelli la mia anima si strazia: vado prima nel mio settore prediletto della saggistica, per poi sviare verso i videogiochi, per poi puntualmente costringermi a prendere almeno in considerazione l'idea di comprare qualcosa di narrativa. Dopo mille strazi, quando cedo al romanzo, abbastanza spesso in realtà, in genere due sono le mie motivazioni: l'euforia innaturale che provo all'idea di poter scoprire di avere torto e la speranza che queste letture possano in qualche modo arricchire la mia scrittura a cui dedico svariate ore ogni giorno. Solo dubbi dunque, mai nessuna certezza nonostante ripetuti tentativi in questi pochi e tanti anni della mia vita.
Siamo immersi in un contesto culturale dove non si fa che ribadire l'importanza dei libri (nonostante ci voglia sempre più coraggio per farlo dato quello che viene pubblicato...), dove basta dire di “leggere” per sembrare persone intelligenti e sensibili. Ma è davvero così?
Nella sua ora di lezione Recalcati ribadisce l'importanza dei libri per la loro capacità di aprire nuovi mondi, ma questi nuovi mondi non sono forse spesso dei mondi di fuga dalla realtà?
Inevitabilmente sì, e allora è evidente che essi hanno valore superiore ad altre forme culturali soltanto se quel momento di fuga ci fa tornare nel nostro mondo più ricchi, con nuove prospettive conoscitive ed emotive: con una idea più vasta ed esatta del mondo e della condizione umana. Quale importanza, infatti, può mai avere questo romanzo se ci fa vivere migliaia di vite senza lasciare nel nostro cuore e nella nostra intelligenza nessuna traccia di quei personaggi, delle loro pene, dei loro pensieri e della loro felicità? Se la lettura ci lascia qualche ricordo ma non compromette la nostra individualità e non ci rimette in questione? Se non annienta il nostro demone interiore, ma semplicemente lo addormenta ? Se ci illude di non essere soli e di capire gli altri ma, chiuso il libro, scesi dalla poltrona, rimaniamo inevitabilmente noi stessi?
La dura verità è che quello della letteratura è spesso un incontro senza conoscenza e senza scontro.
Forse qualcuno penserà che chiedere alla narrativa di poterci addirittura cambiare e di fornirci chiavi per leggere diversamente la realtà sia chiedere troppo, ma pretendere questa possibilità da una lettura a me pare il minimo dato che persino un manuale di cucina può influire concretamente sulla nostra vita.
Quando Eco afferma che chi non legge ha una vita sola possiamo credergli? Non viviamo forse tutti di storie, di fantasia, sin da bambini e fino alla nostra morte? Non è forse colui che ha bisogno di leggere proprio chi ha perso la forza dell'atto di parola dell'immaginazione? Non viviamo forse tutti, ogni secondo, di giorno nei nostri sentimenti infiniti proprio come di notte nei nostri deliri onirici, più vite? Quanto a sensibilità e saggezza, ancora aspetto qualcuno che sappia commuovermi e farmi profondamente riflettere quanto il mio nonno contadino con la sua quinta elementare...
Certo i libri capaci di renderci migliori esistono, ma quanti sono? E sopratutto quanti lettori desiderano questo? Quanti aprono un libro desiderosi di faticare, conoscere, e persino cambiare?
La verità è che queste famose “vite” dei lettori, per lo più non sono vissute, sono solo sognate, e proprio come il sogno vengono allo stesso modo dimenticate. La lettura diviene così non solo l'imperdonabile oblio di sé stessi, del mondo, ma persino del libro e del suo sogno.
A me pare che tanti dei cosiddetti “lettori” non siano altro che maiali annoiati dalle vite insoddisfacenti che cercano nei libri un pretesto colto per ingozzarsi di quelle emozioni di cui la loro quotidianità è priva: che vi cerchino la bellezza che non trovano e la tristezza che non vogliono.
Se vanno pazzi per le storie d'amore è proprio perché non amano nessuno, se vogliono struggersi con le storie è perché i senza tetto per strada, le ambulanze, le ingiustizie, la loro drammatica Storia, tutto questo per loro fa parte della normalità e ci si sono rassegnati.
Non trovandomi per fortuna in questa condizione, alla fine di queste centosettantuno pagine mi chiedo se questa lettura ne sia valsa la pena e non posso non sentirmi in colpa pensando ai saggi lì sul mio comodino che mi avrebbero insegnato qualcosa e che invece ho trascurato, ma anche pensando a quel tempo che ho passato fra queste pagine e non fra gli amici dando loro e ricevendo vera bellezza e vera tristezza. Certo ci sono stati dei momenti di lettura in cui ho goduto, in cui sono stato preso dalla curiosità e dalla foga, ci sono state alcune parti che mi hanno trasportato, a tratti è stata una bella esperienza. Ma nulla, in fin dei conti, ha giustificato questa mia assenza dal mondo: è stato solo un piacere mentale che molti dimenticano essere fisiologico tanto quanto la masturbazione.
Non che questa assenza sia una colpa universale, il punto è un altro, e cioè che essa non è poi così tanto diversa dall'ipnosi televisiva, dal videogioco, dal golf, dalla pesca, insomma da tante altre forme culturali di svago che solitamente la cosiddetta fascia “colta” disprezza senza conoscere. Essendo invece, per qualche incidente, rimasto un ragazzino, posso garantire a chiunque che alcuni videogiochi o cartoni animati hanno molto più da offrire di quanto spesso non mi abbia dato un libro scritto da un Nobel della letteratura. Certo in un buon libro troviamo quella dimensione del confronto con la parola, della lentezza, della solitudine, della negoziazione del significato, della costruzione dell'immagine mentale, che altrove fatica ad esserci. Ma dato che per molti il libro non è un Grand Tour ma un modo di viaggiare low-cost e svagarsi allora liberiamoli da un pregiudizio e da una fatica vana: non abbiate vergogna, posate quel libro pieno di insopportabili descrizioni paesaggistiche onanistiche e correte a comprarvi i DVD della serie di Starwars. Meglio mandare in fumo un po' di marijuana per il godimento che cercate piuttosto che mandare in fumo le speranza di molti autori.
Questa critica “contenutistica” starà probabilmente facendo sghignazzare tutti quelli convinti che la letteratura non debba essere “utile” come un tostapane, che la bellezza sia l'unica cosa che gli si chiede perché guardando la realtà in faccia bisogna accettare che tutto è stato già detto e non c'è più nulla da riflettere. Più volte, da persone molto (mal) colte e letterate, ho sentito questa affermazione spaventosa, pericolosa e irrispettosa. Si può infatti dubitare molto che Dostoevskij sarebbe felice all'idea di essere letto in tutto il mondo come esempio di bellezza, perfezione stilistica, insomma per svago e come uno sport... Per non parlare di uno Sciascia che affermava “Avendo concepito lo scrivere come un'azione, sconfitto nell'azione, sento come una sorta di irrisione il successo in letteratura”. Questo piuttosto sembra la nevrosi della nostra letteratura contemporanea, dove Baricco può affermare senza contraddittorio ed in fascia protetta su Rai 3 che si scrive per esprimere il “gusto di un maestro, di quel maestro che in quel momento siamo noi, per niente più di questo”. Affermazione che fa sembrare persino ottimista il Pasolini che intervistato sulla scrittura si diceva convinto che le due categorie di scopi, edonistici e di impegno civile, si compenetrassero... Tuttavia, dovendo riflettere sulla natura della letteratura non si può negare che sia letteratura proprio il “non-detto”. Che sia letteratura, o che quanto meno venga pubblicato come tale, proprio l'implicito, quell'insieme testuale che si presenta senza una progettualità esplicita di pensiero, quel pensare e sentire provocato nel lettore quasi casuale e divino. Come possono dunque la verità ed il reale essere il “compito” del romanzo?
Ad un romanzo non si chiede di dire, di prendere posizione, di spiegare, fare apologia, dilungarsi in ragionamenti e pensieri, ma gli sì chiede innanzitutto una storia. La finzione, l'intreccio, è la sua condizione esistenziale. Deve sedurre il lettore, non convincerlo, lo deve fare immergere e non emergere. Senza di questo il libro diventa arte contemporanea nella sua accezione polemica, diventa tutto un “lo potevo fare anch'io”, un ammasso di descrizioni e pensieri che per la loro forma portano al pregiudizio della loro sostanza. Anche quando il libro è verista, naturalista, la veridizione è interna alla menzogna. Ce lo ricorda bene Barthes in Il grado zero della scrittura quando parla di quei tempi tipici della narrazione che sono un costante affermare un “non qui” pur esplicitando la menzogna. La letteratura deve essere simulacro, mai verità concreta. Deleuze stesso affermava che la grande letteratura è come la grande filosofia poiché “testimonia per la vita”, e che i grandi personaggi sono tutti grandi pensatori, e tuttavia aggiungeva “tutto ciò che introduce nella letteratura qualcosa della vita personale dello scrittore, è per natura importuna, per natura mediocre” e dava dello stronzo allo scrittore che raccontava nel suo libro la propria infanzia, la propria nonna morta di cancro o la propria storia d'amore. Proprio perché la verità raccontata dalla letteratura non è mai una verità personale e individuale ma una verità universale a cui si deve giungere tramite quella linfa vitale del libro che è la menzogna letteraria.
Ma non è forse questa finzione, inevitabile tanto nella peggiore quanto nella migliore letteratura, a giustificare proprio coloro che vogliono ridurre il libro ad uno strumento di piacere personale? Ognuno dopotutto nella generica bellezza può scorgere mille verità, provare emozioni, giungere ai più sublimi pensieri. Qualsiasi finzione può dire niente e pretendere di dire tutto. Una bella visione dopotutto non è mai di per sé “bella” senza suscitare in noi pensieri e sentimenti. Ed è proprio con questa argomentazione che i difensori del libro “bello” amano farsi passare allo stesso tempo per i difensori del contenuto del libro. Proclamando che il suo valore umano e intellettuale sia sempre “celato nell'invisibile” e che non possa essere esplicitato.
Ma noi possiamo e dobbiamo credere a questo?
Pensiamoci un attimo: non è forse per colpa di questo comodissimo assunto e relativismo che si può spiegare la corsa folle alla scrittura e all'elogio di tutto quello che non ha intenzionalità, anima, ricchezza, identità? La presenza di tutti quegli “half-good books” di cui parla Jenny Diski? Non è forse questa la base per quel falso stile letterario della ricercatezza del termine, della sinonimia, della risibile acrobazia linguistica, della simulazione dei “maestri”, tanto avvilente?
Una caricatura di quella distruzione (o balbuzia come direbbe Deleuze) barthiana della lingua che contraddistingue i capolavori che sono innanzitutto un diverso linguaggio? A pagina quindici, quando l'autore di Osaka descrive il “collo flessuoso” di Keiko mi sono sentito intellettualmente ferito, la mia intelligenza che disprezza il superfluo si è adirata, e per mia fortuna sono riuscito a riderne dato che mi è sovvenuto l'alieno Squizzo del cartone animato Space Goofs.
Ma, nonostante la risata, la questione è seria. Tanto seria che neanche Compagnon nel suo Il demone della teoria si è sentito di dare una risposta certa a cosa sia la letteratura e dove stia il suo vero valore. Forse, allora, partire dalla prospettiva opposta, polemica, e cioè chiedendoci a che possano mai servire i libri, può aiutarci a capire meglio il senso e l'identità della letteratura. Può spingerci a scrivere e leggere meglio. Forse l'odio per i libri è oggi necessario molto più dell'amore per loro, ed è un'urgenza per salvarli dal degrado che dilaga implacabile.

 

 

 

 

Kawabata Yasunari
Bellezza e tristezza
Torino, Einaudi, 2007
pp. 176


Massimo Recalcati
L'ora di lezione
Torino, Einaudi,  2014
pp. 162


Roland Barthes
Il grado zero della scrittura
Torino, Einaudi, 2003
pp. 181

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