“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Martedì, 25 Novembre 2014 00:00

L'eccentrica duplicità di César Vallejo

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La casa editrice Arcoiris aggiunge un nuovo volume alla sua biblioteca di autori eccentrici (soprattutto) ispanoamericani. In questo caso, l’eccentricità è duplice. Se è vero che il peruviano César Vallejo si è imposto ormai come uno dei poeti fondamentali del ‘900, tale prestigio è arrivato con grande fatica. La sua poesia, tanto complessa dal punto di vista della sintassi e delle immagini poetiche quanto angosciante e pungente per il lettore, si è costituita canone, andando a rimodellare il nostro gusto per la lingua, per l’approccio viscerale alle “cose” umane.

In secondo luogo Favola selvaggia è eccentrica all’interno del discorso della critica. Questo perché la narrativa del peruviano non è stata studiata quanto la produzione lirica e, a volte, sembra essere una deviazione operata deliberatamente dal soggetto Vallejo dal suo percorso naturale di letterato; magari con un fine sociale, come ad esempio, El tungsteno (1931) o Paco Yunque (dello stesso anno, ma pubblicato solo nel 1951). Entrambi, sebbene in apparenza così diversi fra loro – il primo, romanzo realista e di denuncia delle condizioni di lavoro dei minatori peruviani; il secondo, racconto lungo per ragazzi – si articolano attorno ai capisaldi della vita dell’autore: il contesto andino, la sofferenza dell’infanzia, le rivendicazioni etniche e di classe di lavoratori sfruttati da centinaia di anni. Come dire: il sofferente Vallejo, quello che nelle sue poesie canta la placida infanzia andina, il dolore per la perdita del fratello e, più tardi, la tragedia della Guerra Civile spagnola, non poteva non proporre le sue tematiche attraverso il linguaggio più accessibile della narrativa. Favola selvaggia è eccentrica perché, in poche parole, ci ricorda la pluralità dell’opera del peruviano, spingendoci oltre le rigidi tassonomie dei manuali e delle enciclopedie, con cui siamo abituati a classificare il mondo.
Il racconto lungo qui proposto non solo esula dalla poesia, ma anche dai due testi portati prima a mo’ di esempio. Rimane sì invariato il contesto andino. D’altronde, nel 1923, anno di pubblicazione del racconto – un anno dopo la sua più famosa raccolta di poesie, Trilce – il nostro autore risiedeva ancora in Perù e solo nel giro di pochi mesi avrebbe intrapreso il viaggio verso l’Europa, dove sarebbe poi morto a quarantasei anni.
Dicevamo che Favola selvaggia è differente anche per l’argomento. La storia si apre con il protagonista, Balta Espinar, spaventato da un’ombra che passa rapida alle sue spalle. A causa del sussulto, rompe uno specchio nel quale si stava osservando appena sveglio. La superstizione si costituisce quindi come motore narrativo. Balta e la moglie, la placida Adelaida, leggono alcuni indizi arbitrari come presagi funesti di future tragedie: una gallina che canta, il cane rabbioso, sono segni di una profezia destinata ad avverarsi. E infatti il timore diventa reale e la moglie denuncia una spossatezza e alcuni dolori che vanno avanti da qualche mese. Niente di grave, Adelaida e Balta aspettano un figlio. A questo punto mi viene in mente una frase di Borges, contenuta nel racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius: "Gli specchi e la copula sono abominevoli (mirrors and fatherhood are hateful) perché moltiplicano il numero degli uomini". Sì, Belta si moltiplica nello specchio rotto e, allo stesso tempo, riproduce metà del suo codice genetico nell’incontro con Adelaida. Ricardo Piglia, nel romanzo Los caminos de Ida, scrive che viviamo molte vite sia successivamente che simultaneamente. Il fantasma che aveva spaventato Belta passando dietro allo specchio, appare altre due volte e si addentra nei meandri oscuri della psicologia del protagonista. Lo trasforma in un essere rancoroso, sconvolto da sospetti e incubi, l’esatto contrario dell’uomo affabile di prima. Come in un racconto neofantastico anche in Vallejo gli spettri terrificanti del romanzo gotico vengono soppiantati dai fantasmi interiori, psicologici, in grado di trasformare una persona nella sua alterità mostruosa. Scrive Silvana Serafin nella postfazione al volume (p. 63): "La progressiva paura che attanaglia il protagonista è inizialmente molto simile a quella che ogni uomo sperimenta nella sua situazione di ec-sistere, di stare fuori in un ontologico esilio, costretto ad affrontare uno stato costante e nostalgico di spaesamento e di disorientamento per la frustrazione della perdita". Quello che leggiamo in Favola selvaggia è un incubo spiattellato in tutta la sua crudezza da un narratore solo in apparenza caritatevole nei confronti della sua vittima. Immaginate già come andrà a finire? Volete verificare le vostre ipotesi su incubi e terrore? Fatevi accompagnare per un’oretta dalla prosa di un peruviano lontano nel tempo, nello spazio e nel linguaggio; decidete volontariamente di rimanere un po’ perplessi, su treni fuori orario, salendo scale mobili, aspettando un passaggio. Forse è questa l’idea: perdersi nel dubbio. Non intendo la titubanza provocata da una vaga preoccupazione. Voglio dire la perplessità che nasce di fronte a quello che Vallejo ci propone e forse non avevamo mai immaginato: narrare il mondo andino attraverso un racconto fantastico, esplorare allo stesso tempo superstizione e psicanalisi, tristezza e determinazione, furia e inerzia.

 

 

 

 

 

César Vallejo
Favola selvaggia
traduzione Raul Schenardi
postfazione Silvana Serafín
Salerno, Arcoiris, 2014
pp. 69

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