“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 19 Novembre 2014 00:00

Tappezzeria floreale

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Scommetto che chiunque, ricordando la propria adolescenza (a meno che non la stiate ancora vivendo), la identifichi come un periodo in cui gli alti e i bassi si alternavano talmente repentinamente da darsi il cambio anche nel giro di poche ore.

Ricorderete il tempo che avrete passato ad odiare così profondamente il prossimo, i vostri genitori, ad essere preda della rabbia e della frustrazione per motivi obiettivamente futili; ma vi rammenterete altresì l’amore quasi spassionato per le persone che consideravate amici, il desiderio – quasi ossessivo − di essere parte di qualcosa; la preoccupazione di non attirare eccessivamente l’attenzione, esponendosi troppo, ma al tempo stesso di far parte di un gruppo, di dare sfogo ad un senso di appartenenza che non si estingue del tutto neanche con l’età adulta.
Ragazzo da parete, titolo del libro di Stephen Chbosky, recentemente adattato in Noi siamo infinito a seguito del film, esplica perfettamente l’amalgama di sentimenti adolescenziali che sto cercando di riportarvi alla mente. Un indizio ancora più importante per l’interpretazione dell’opera emerge dall’analisi del titolo inglese, The Perks of Being a Wallflower, laddove wallflower ricorda i fiori che ornano la carta da parati con cui sono spesso abbellite le case d’oltremanica. Per estensione, indica la funzione di “tappezzeria” che molte persone hanno in contesti sociali fortemente caratterizzati. Tuttavia Charlie, il protagonista, è proprio il fiore della carta da parati: è timido e introverso, tanto da dar vita ad un romanzo in forma epistolare destinato ad un anonimo interlocutore, cui spesso viene ribadito di non cercare di mettersi in contatto con Charlie stesso. Al tempo stesso però, grazie alla sua discrezione, riesce a conquistarsi l’affetto delle personalità più disparate, abbellendo – proprio come la carta da parati − la vita delle persone che lo circondano: quella di sua sorella, alle prese con un fidanzato violento; quella del suo professore di letteratura, che a forza di sostenerlo finisce per trovare un interlocutore suo pari; quella dei suo amici Sam, ragazza di cui è innamorato ma di cui finisce per essere il migliore amico, e Patrick, impegnato ad accettare la sua omosessualità e quella del suo ragazzo, Brad.
Viene da sé che, a causa di queste tematiche scottanti − cui si aggiungono quella dell’uso di droghe, del suicidio, e degli abusi su minori da parte di consanguinei − il libro sia stato molto contestato. Il fatto è che, leggendolo, ogni problematica è trattata con la massima delicatezza, tanto da non rivelarsi per quello che è – e in tutta la sua brutalità − se non alla fine, quando il protagonista si confronta con uno psicologo; fino a quel momento, la cartina tornasole di ogni nodo narrativo sono le sensazioni di Charlie, cioè i sentimenti di un adolescente che, come ho detto, sono particolarmente sovraesposti, sia in negativo che in positivo.
Quello che intendo dire è che il libro è scritto con una delicatezza tale da suscitare nel lettore soprattutto i sentimenti positivi associati all’adolescenza, nascondendo le grandi problematiche sotto la patina dell’ingenuità e dell’innocenza. È come se i grandi drammi di quegli anni, come un amore non corrisposto o il senso di inadeguatezza, con le loro esplosioni improvvise celassero le mine più pericolose, quelle degli abusi perpetrati dalle persone che, in realtà, dovrebbero proteggerci.
Le analogie con un fiore, per Charlie, non si fermano al suo ruolo – per così dire − sociale; il ragazzo da parete è, in realtà, un fiore raro, che si distingue dai coetanei proprio grazie alla sua sensibilità e alla sua discrezione, al suo saper trovare sempre la parola adatta alla persona con cui ha a che fare. A questa delicatezza narrativa fa da sfondo l’Inghilterra dei primi anni Novanta, anni controversi per l’incapacità di distinguere un preciso limite, anni in cui era ormai impossibile continuare con la splendida farsa patinata degli anni Ottanta. Sono gli anni dei Nirvana e delle musicassette registrate e riavvolte con la biro.
Alla maniera della migliore letteratura postmoderna, durante questa delicatissima narrazione ci imbattiamo in altrettanti raffinati artefatti, in gioielli di perlacea bellezza che hanno le vesti di citazioni poetiche e musicali, che ci permettono di sprofondare ancora più a fondo in quell’atmosfera di torpore che spesso evocano i romanzi ambientati in quella decade.
Spesso non so se considerare le citazioni proposte come la fonte dell’ispirazione, o come il corollario perfetto: quello che è certo è che, se ascoltassimo tutte le tracce nominate nel corso della narrazione, o se ancora decidessimo di metterci a leggere i libri sui quali il protagonista è continuamente chiamato a scrivere saggi, ci accorgeremmo di poter dare un nome a quell’atmosfera trapelata dalle maglie dell’ordito.
Al contrario, terminare il volumetto senza ma dare adito ai suggerimenti dell’autore in fatto di letture e di musica, significa perdersi in un sentimento non ben definito, che per quanto misteriosamente affascinante, lascia un sedimento, una sorta di vago senso d’incompletezza, come la visione di un film moderno senza audio.
Per essere “infinito” è necessario ascoltare, oltre che leggere.

 

 

 

 

 

Stephen Chbosky
Noi siamo infinito (Ragazzo da parete)
traduzione a cura di Chiara Brovelli
Milano, Sperling & Kupfer, 2012
pp. 271


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