“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 31 Gennaio 2013 22:11

Una Mimesi per la Nemesi

Scritto da 

Philip Schuyler Green è un giornalista della California che viene chiamato a New York dal direttore dello Smith’s Weekly per fare un’inchiesta sull’antisemitismo negli Stati Uniti. Vedovo da alcuni anni, con sé porta il figlioletto e l’anziana madre. Conosce la nipote del direttore, Kathy, giovane donna divorziata proveniente dalla borghesia di campagna, con cui inizia una relazione. Le iniziali difficoltà che il suo compito gli arreca vengono d’improvviso risolte con una geniale intuizione: si fingerà ebreo per tutto il tempo dell’inchiesta (così come aveva fatto per le precedenti indagini sui lavoratori disoccupati dell’Oklahoma che cercavano lavoro altrove e per i minatori).

Philip decide di non rivelare a nessuno la verità, se non a Kathy, ma nei suoi interlocutori il suo fingersi ebreo provoca comunque delle reazioni, siano esse di imbarazzo, diffidenza, freddezza, commiserazione. La conferma di questo sottile senso di disagio gliela dà Dave, suo amico d’infanzia (che a New York cerca un’abitazione con la famiglia), il quale gli racconta dei torti che ha da sempre dovuto sopportare. Philip si accorge che il pregiudizio razziale è presente anche tra la buona borghesia cittadina e provinciale. Kathy sminuisce ciò definendolo un tacito accordo, un’”intesa tra gentiluomini” (in inglese) ma Philip reagisce gridando che non vi è nulla di nobile in questo. È il 1947, la guerra è finita da due anni e il mondo ha scoperto l’infinita tragedia dell’olocausto dagli atti del Processo di Norimberga solo l’anno prima. Sembra strano, ma un Paese nemico dei totalitarismi e reduce sia dalle politiche democratiche del New Deal che dalla lotta contro il nazi-fascismo si scopre non immune dai germi dell’antisemitismo. Si potrebbe ipotizzare che la sola colpa grave da rimuovere, da cancellare, fosse in quegli anni la mancata integrazione razziale (per non parlare della questione indiana, un argomento che non ha mai rappresentato una vergogna cui porre rimedio) proprio perché la schiavitù ha segnato fondativamente la nascita della nazione americana, mentre gli ebrei hanno trovato asilo nel grande paese, sfuggendo da quell’Europa che, ancora agli inizi del ‘900, li perseguitava con pogrom e discriminazioni. Inoltre la persecuzione tedesca dei primi anni ’30 ha comportato un secondo esodo, di natura soprattutto intellettuale, per cui decine di personalità scientifiche, letterarie e artistiche hanno arricchito la cultura americana del tempo, e la stessa Hollywood ha attinto a piene mani da queste nuove forze. Queste stesse forze intellettuali si accorgono però che i pregiudizi razziali verso gli ebrei sono ben diffusi nella società – e non solo tra i ceti popolari. Studiosi come Adorno, Brunswick, Levinson e Sanford conducono la fondamentale indagine sulla personalità autoritaria (The Authoritarian Personality uscirà per i tipi della Harper di New York nel 1950) approntando degli strumenti di misurazione per individuare quattro atteggiamenti che risulteranno tra loro correlati: l’etnocentrismo, il conservatorismo politico-sociale, il fascismo potenziale e – per l’appunto – l’antisemitismo. La società americana si interroga su se stessa, e il problema del pregiudizio antiebraico riscuote un generale interesse e diviene un tema caldeggiato dai media, in particolare dalla stampa. Non è un caso che Gentleman’s Agreement – romanzo centrato sull’argomento in questione – della giornalista Laura Z. Hobson venda circa un milione e seicentomila copie. Figlia di emigrati europei dalle idee socialiste, la newyorchese Laura Kean Zametkin sposa nel 1930 il proprietario della casa editrice William Morrow & Co., Francis Thayer Hobson, firmando articoli per Time, Life e Fortune. Nel decennio successivo, dopo il divorzio, si dedica alla stesura di romanzi, tra cui il suddetto Gentleman’s Agreement, pubblicato nel 1947. Il successo dell’opera convince Darryl F. Zanuck della Twentieth Century Fox a realizzarne un film per la regia di Elia Kazan e la sceneggiatura di Moss Hart (commediografo e regista, già Premio Pulitzer nel 1936).
Come tutti i film a tesi soffre di una certa sistematicità, ma non per questo risulta didascalico. Barriera Invisibile è un’opera dove i dialoghi tra i vari protagonisti assumono un aspetto centrale: la progressione drammatica prosegue seguendo il filo dei confronti, dei ragionamenti tra le parti. Vi sono poi apprezzabili sottotesti narrativi, come lo sforzo intellettuale per superare l’impasse di un nuovo lavoro, il confronto affettuoso con l’anziana madre sofferente, l’amarezza che si prova quando chi si ama si rivela distante dal proprio sentire, dal proprio punto di vista. Kazan non ha molto amato questo film, ma la messa in scena risulta coinvolgente e mai svogliata, attenta com’è nello scandagliare le dinamiche delle relazioni e gli ambienti che le contengono. La macchina si muove fluida nell’appartamento newyorchese, nella redazione, nel salone della casa dei parenti di Kathy, fino a concedersi un piano sequenza – senza dialoghi – del possibile nido d’amore della coppia a segnare un passaggio emotivo di rara modernità. Il film ebbe tre oscar: miglior film, miglior regia, migliore attrice non protagonista (Celeste Holm, la collega Anne, donna spigliata e moderna, anima affine a quella di Philip).

 

 

Retrovisioni

Barriera Invisibile

(Gentleman’s Agreement)

regia Elia Kazan

con Gregory Peck, Dorothy McGuire, John Garfield, Celeste Holm, Anne Revere, Albert Dekker, Dean Stockwell

produzione 20th Century Fox

soggetto tratto da Gentleman’s Agreement di Laura Z. Hobson

sceneggiatura Moss Hart

paese U.S.A.

lingua originale inglese

colore b/n

anno 1947

durata 118 min

 

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