“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Sabato, 25 Ottobre 2014 00:00

Dimentica il mio nome... o forse no

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Dimentica il mio nome è il nuovo, attesissimo, fumetto di Zerocalcare, uscito il 16 ottobre. È probabile che abbiate sentito parlare di questo fumettista romano, perché da quando disegnava locandine per concerti punk ne è passato di tempo.
Una delle qualità che mi hanno subito colpito di questo fumettista, è che ha una grande considerazione dei suoi fan: quando è in qualche libreria a firmare autografi (che non consistono in una semplice firma, ma sono veri e propri disegni personalizzati), spesso l’ultimo fan se ne va a notte inoltrata, come successe alla sottoscritta esattamente un anno fa, a Roma.

E Zerocalcare è stato paziente e gentile fino alla fine, si è addirittura scusato per poter concedere un solo disegno a testa per fare in modo che ognuno dei presenti ne avesse almeno uno (regola poi non rispettata, io ero tra gli ultimi e me ne ha fatti ben tre); ha stretto la mano ad ogni dannato ragazzino che aveva fatto sei ore di coda solo per lui. L’ha stretta anche a me, che l’adolescenza l’ho passata da un pezzo (almeno sulla carta...), quindi non è questione di età, o di provenienza regionale, o di intensità di adulazione: è il suo modo di ringraziarci per sostenerlo continuamente. Non è raro nemmeno che si scusi in prima persona, attraverso il suo blog, per il fatto di non riuscire a pubblicare con cadenza settimanale gli aggiornamenti del blog stesso. Anche attraverso le strisce pubblicate ogni (maledetto) lunedì, spiegava che l’impegno per questo nuovo lavoro lo stava assorbendo completamente, soprattutto perché quella che stava mettendo insieme era una storia che gli premeva raccontare, una storia che riguardava la sua famiglia.
Questo, ovviamente, non faceva che aumentare l’impazienza per questo nuovo lavoro; la sottoscritta è arrivata a fare un preordinazione su Amazon, pur di averlo il prima possibile.
Ho praticamente lacerato il pacco, quando l’ho ricevuto: ne è emerso un volume cartonato, dalla copertina colorata. Ho iniziato a sfogliarlo, quel volume dalla fattura perfetta: a parte qualche chiazza di arancione, l’intera storia è in bianco e nero, e chissà quanto devono essersi scervellati quelli di Bao Publishing, insieme ai tipografi, per rendere i neri e grigi così bene, su quel tipo di carta.
Bene, ora smetterò di fare la fan impazzita e vi dirò, più o meno obiettivamente, perché Dimentica il mio nome è una storia che merita di essere letta e perché ha ripagato l’attesa.
La ricetta è data dalla solita comicità di Zerocalcare, i cui ingredienti sono, in primis, il dialetto romano, che con la sua brutalità conferisce immediatezza al dettato; c’è il solito spunto iniziale dato da problemi della vita quotidiana, che rende tutto molto familiare e tangibile. Ci sono gli stessi personaggi delle strisce, la versione in bianco e nero di Zerocalcare, dei suoi amici, della sua famiglia e della sua coscienza, che ha le sembianze di un armadillo.
Tuttavia, dietro questa familiare combinazione, comincia a svolgersi la vera storia, e appena questa vena carsica comincia ad affiorare, anche il lettore meno informato capirebbe che lì c’è il cuore di Zerocalcare, è lì che il fumettista si è messo a nudo.
In un mondo in cui ci si arrabbia per ogni futilità, in cui bisogna avere sempre un opinione, in cui si avverte l’ansia di chi, troppo sensibile, si trova a dover gestire i rapporti con le persone e con l’universo degli adulti, si capisce che questa vena carsica, che si dispiega sotto le battute e le citazioni, è veramente l’unica cosa che interessa all’autore. Prima di Dimentica il mio nome nessuno l’avrebbe detto: eravamo abituati ad opinioni caustiche, seppure espresse in maniera esilarante, su ogni spunto la società possa offrire, e questo poteva sottintendere una denuncia accorata, una vena nostalgica, irritazione, o qualsiasi altro sentimento.
Ma ora è evidente che la vera preoccupazione di Zerocalcare è questa: col procedere della storia, emerge l’attaccamento del protagonista nei confronti di Rebibbia, del suo quartiere, della sua casa. Affiora il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta, scatenato da quegli eventi inevitabili e a cui tutti siamo destinati, come la morte di una persona cara.
Viene a galla la storia del protagonista, quello che ha fatto di lui ciò che è ora. Poco importa se le parti più fantasiose non siano riproduzioni fedeli della realtà: sono una perfetta dimostrazione di come ognuno elabora soggettivamente le esperienze che ha vissuto, di come le supera e ne fa tesoro attraverso la propria originale appropriazione. Il modo in cui l’ha fatto il fumettista romano, a mio parere, nasconde una grande delicatezza: è l’elaborazione di un trentenne che si è nutrito di pane e fumetti, di supereroi e musica punk, e che ha combattuto le difficoltà e le perdite trasfigurando il mondo reale in una vignetta in bianco e nero popolata da personaggi antropomorfi e animali parlanti. Non lo sto dicendo per biasimarlo: entrare in questa rappresentazione ha significato entrare in un mondo creato da qualcuno che sicuramente aveva sofferto, anche se poi il dolore e il rammarico sono stati trasformati in qualcosa che suscita, per la gran parte, ilarità.
Il fumetto è un antidoto.
Insomma, Zerocalcare, se mai leggerai questo scritto sappi che hai fatto bene a tralasciare per un po’ il blog per dedicarti a Dimentica il mio nome, con la certezza che invece, noi lettori, il tuo nome non lo dimenticheremo più.

 

 

 

 

Dimentica il mio nome
Zerocalcare
BAO Publishing, Milano, 2014
pp. 235

 

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