“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Mercoledì, 08 Ottobre 2014 00:00

"Bisognerà"...

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C’è un bambino là fuori al quale tempo fa ho mentito per qualcosa come venti volte, senza pudore.
Anche tu, vero?
Vedendolo inciampare qua e là, poi cadere per via di un qualche buco-pozzanghera, non ti sarai certamente soffermato a spiegargli i pericoli delle strade dissestate, quanto il fatto che, per esempio, “il sole ha bisogno di buchi pieni d’acqua. Per riflettere” (mmhà!). Funziona così, dissi io. È una legge di natura. Quale? È una legge di natura “misteriosissima”. E lui, dal basso del suo ginocchio sbucciato e muco al naso, mi ringraziò con un bacio a sei denti pieno di attesa per il seguito del “Tractatus” di scienza metapaperina, volume secondo. E ancora, non dimentico il suo "Perché l’amico mio piange sempre?". Forse è a corto di storie, gli feci sottovoce.

Silenzio e occhi grandi. Se vedi piangere qualcuno, tu raccontagli una storia. Basterà? Sì, basterà. Smetterà di piangere, vedrai. All’epoca, era il ’99, mi ricambiò con uno stupefacente sorriso a sei denti – mai visto un sorriso più dolce di così (e forse per questo continuai. Perché ad ogni bugia, quei denti là!).
C’è un bambino là fuori al quale tempo fa ho mentito senza pudore, penso oggi, oggi che qualcuno capace di rovistare perbene le facce, mi ha regalato un libro: Bisognerà, di Thierry Lenain, illustrato da Olivier Tallec. Lo leggo, ingoio famelicamente le immagini e, anche se sono passati degli anni, penso a lui, al bambino. A come gli ho mentito. A come avrei voluto donargli questo libro.
Bisognerà, uscito nel 2005 con Lapis, per l’edizione italiana, (esce per la prima volta nel 2004 col titolo Il faudra per Éditions Sarbacane, Parigi), è il frutto della collaborazione di due sensibilità fortemente creative, che orientano sul contemporaneo la Letteratura per l’infanzia: Thierry Lenain, insegnante di scuola elementare – si è occupato a lungo di bambini con handicap – prestato oramai alla scrittura per ragazzi, pubblica di tematiche drammatiche con delicata saggezza (basti pensare a La ragazza del canale, incentrato sulla molestia sessuale); Olivier Tallec, diplomato alla Scuola superiore d’arte grafica – ha lavorato come grafico pubblicitario – ora illustra per la stampa e l’editoria infantile (ricordiamo lo splendido Questa è la poesia che guarisce i pesci).
Nel loro lavoro Bisognerà, il protagonista è un bambino, che, non 'semplicemente', viene nominato 'il bambino': "Il bambino era seduto là – apre così il testo – sulla sua isola. Guardava il mondo e rifletteva" (miei i corsivi).
Il bambino guarda. Vede immagini a colori della guerra (che con Tallec diventa verde e rossa), la carestia (arancio), la miseria (blu), la politica (arancio, nera), l’inquinamento e il rapporto dell’uomo con la natura (azzurro e verde, bianco), l’espressione del dolore, dell’amore e della paura (color rosso sangue), dell’orgoglio e del potere (nero e blu cupo). Le illustrazioni di Tallec realizzano perfettamente i buchi-pozzanghera della Realtà, le sue cerniere aperte sull’assenza di bellezza.
Il bambino riflette. Per ogni realtà-buco, Lenain gli fa recitare la descrizione di quel che ingoia con lo sguardo, ma anche il verso di una soluzione capace di spazzar via quel raccapriccio, ciascuna azionata da un “bisognerebbe”, poetato in varie declinazioni – “basterebbe”, “sarebbe bello”, “sarà bello”, “qualcuno dovrebbe”, “forse un giorno impareremo”, “bisognerà”. Bisognerebbe… necessità di flauti e divise colorate, di fiumi di latte da scavare, pane e aria da spartire; necessità di bandiere da togliere, adulti e giacche da rimproverare (e zittire), storie di muschio in cui perdersi, in cui ritrovare la forza; bisogno di amore, abbracci e suoni da imparare, conservare. Tallec converte in immagine tutti i “bisognerà”. Ogni pagina, infatti, cromaticamente intonata su di un tema, presenta sempre una “finestra” bianca, una chiazza neutra-senza colore, che è proprio la realizzazione del rimedio studiato ad alta voce dal protagonista. Ogni quadro finisce dunque per essere concettualmente bidimensionale: c’è il sogno e c’è la realtà (il sogno dentro la realtà); c’è il bianco e c’è il colore (il bianco sul colore).
Alla fine, dopo aver guardato, filosofato e poetato sulla terra degli uomini, il bambino "guardò il mondo un’ultima volta dalla sua isola. Poi decise…". Anche se non lo vediamo (il bambino è ritratto di spalle, sempre infilato nella sua dimensione cerchiata e bianca), si tratta pur sempre di uno sguardo carico di severità, poiché viene timorosamente citato come “ultimo”; l’atmosfera dell’annuncio, inoltre, inquieta, poiché cromaticamente è pastellata, carica di luce accesa, tra ombre di alberi, palazzi, un aereo e un aquilone. Non sappiamo quale acrobazia aspettarci dal protagonista. Il finale non è lontano, però. Basta girare pagina: il bambino, viene confessato ed illustrato, decide “di nascere”. Una finestra a colori vivaci, con una donna bruna che stringe a sé il suo neonato, festeggia la scelta, e la macchia bianca che ci ha accompagnati nel viaggio filosofico, viene sostituita da un “panorama” bianco e nero di case e finestre, qualche disordinato tratteggio, qualche tetto colorato. Eccolo qui il mondo: una corsa a matita.
Su di un piano letterale, allora, il finale ci svela che l’isola abitata dal protagonista, un mezzo uovo a toni rossi di fiori e foglie, posto a precipizio sul mondo, non è nient’altro che la metafora immaginifica del ventre materno, una dimensione da cui il piccolo migra via per scendere sulla terra, nonostante le sue scoperte imprecisioni, i vuoti e i colori pieni, le imperfezioni e le brutture. Si festeggia un messaggio fondamentale per i bambini, e non meno carico di urgenza per gli adulti (di oggi): il coraggio del salto, della possibilità e della scelta, dell’intenzionalità e della visione, della necessità e del cambiamento. La partecipazione. L’entusiasmo dello sguardo profondo, e della costruzione. Si festeggia la delicatezza, la bellezza, sognata e scelta come possibile.
In una seconda prospettiva, che di certo non leva nulla al valore ora citato della storia, ma al contrario rende il testo di Lenain e Tallec ancor più fruibile per gli adulti, Bisognerà permette di confrontarci col racconto di un’esperienza psicologica tra le più difficili e brutali (come del resto “brutali” sono tutti i messaggi nascosti dietro il sentimentalismo di una colta Letteratura dell’infanzia), che è quella dell’essere psichicamente imbavagliati dall’archetipo del Puer Aeternus (a questo proposito non posso non suggerire la lettura dell’interessantissimo saggio di Marie-Louise von Franz, L’Eterno fanciullo. L’archetipo del Puer Aeternus, e del lavoro del suo maestro, che ha avviato in termini tecnici, ma fruibili, la tematica del “Fanciullo Divino”, esperienza scottante per la psiche contemporanea: Carl Gustav Jung, Psicologia dell’archetipo del fanciullo). Essere un “Fanciullo Eterno” allude agli atteggiamenti, e ai comportamenti, di chi tendenzialmente vive e sta “fuori” dalle cose-del-mondo, crede di viverle e invece le guarda eroicamente dall’alto; il Bambino Eterno pensa, idealizza, non-accetta la realtà per quella-che-è, dunque non-agisce, infilato com’è su di un’“isola” che è proprio la traduzione simbolica di un ventre di fantasie che, mentre lo protegge dalle brutture, dai fallimenti, dalle cadute dell’Esistere, lo esclude dal Gioco che proprio su quegli inciampi ed altalene si fonda (già…). Il Puer, incastrato nella sua cantilena di idealità, finirà inevitabilmente per essere isolato dal giro della sua stessa esistenza – il suo concreto “ciondolare” di qua e di là, senza prospettive concrete, la sua “divina” distanza dalla vita reale, lo costringono all’irresponsabilità, alla fuga, all’incostanza, all’instabilità nelle attività, nei rapporti affettivi e amorosi, sino ad un pericoloso arresto finale; finirà per rompersi e strozzarsi – poiché rifiuta e accantona la vita esterna così-com’è, tutto quell’immenso patrimonio “bambino” di potenzialità positive che caratterizza la sua isola interiore, caratterizzato da intelligenza, creatività, immaginazione, coraggio e senso del rischio, non riesce a confluire nella vita, a realizzarsi in niente di significativo e di reale. Il Puer non vuole crescere oltre la sua isola di giovinezza. Non potendosi così concretizzare, tutta questa immensa ricchezza interiore, come una vegetazione rigogliosa che di fatto non-può-non crescere, finirà per soffocare la sua personalità Reale. È come il troppo gigantesco baobab che copre interamente il pianeta del Piccolo Principe nell’omonimo racconto di Antoine De Saint-Exupéry (si legga, non ultima a questo proposito, l’epica finnica Kalevala, che descrive la lotta, necessaria perché salvifica, tra il Fanciullo divino e l’albero). In una tale visione, allora, il protagonista del testo Bisognerà, prima che sia troppo tardi, smette di vivere-senza-vivere ed opera una scelta coraggiosa: nasce, ovvero “viene fuori” dal covo di illusioni coltivate al di là dello spazio e del tempo (il regno archetipico della “Madre”), abbandona gli dei (la perfezione idealistica) con cui si sente di fatto imparentato, e, oltrepassando il suo singolare terrore per le cose della Terra, “plana” tra gli uomini, nell’Aldiqua, nonostante questo gli appaia troppo umano, lontano dalle altezze di una giustezza (i “bisognerà”) che però finalmente adesso “riconosce” come solo “pensata”, come cumulo di vita-non-vissuta, dunque inutile ed improduttiva. Nella chiave proposta, il protagonista decide di esperire l’avventura della crescita e dell’individuazione, senza però schiacciare e gettar via, come sembra alludere la Storia, la sua radice isolana: la Creatività bambina. Il protagonista, suggerisce difatti il racconto, non dimenticherà i “bisognerà” partoriti sulla sua isola, ma, anzi, li porterà via con sé, col proposito di realizzarli, farli agire. Vivrà, dunque. Vivrà.
C’è un bambino là fuori al quale tempo fa ho mentito senza pudore. Ci ho pensato finora per qualcosa come venti volte. Lo cercherò. E magari gli regalerò questo libro.

 

 

 

 

 

Thierry Lenain, Olivier Tallec
Bisognerà
illustrazioni di Olivier Tallec
traduzione di Nicola Cinquetti e Paolo Salandini
Roma, Lapis Edizioni, 2005
pp. 30 

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