“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Mercoledì, 10 Settembre 2014 00:00

La giornata d'uno scrutatore

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Una volta, per un referendum che poi non raggiunse manco il quorum, feci da scrutatrice all’ospedale Cotugno, padiglione malattie infettive.
Cinque o sei elettori votanti, forse sette. In pigiama.
Nessun seggio volante, per fortuna.
[Temevo il contagio].

Ad Amerigo Ormea, protagonista de La giornata d'uno scrutatore, non va liscia.
“Era iscritto al partito, questo sì, e per quanto non potesse dirsi un ‘attivista’ perché il suo carattere lo portava verso una vita più raccolta, non si tirava indietro quando c’era da fare qualcosa che sentiva utile e adatto a lui. In Federazione lo consideravano elemento utile e di buon senso: ora l’avevano fatto scrutatore”.
(ma negli anni ‘50 si sceglievano gli scrutatori in base alle simpatie politiche?)
Il suo compito, da svolgere al Cottolengo, è di vigilare affinché non accadano brogli, o meglio, affinché i “pazienti” non vengano “sollecitati”, pur se incapaci di intendere e di volere, a votare per la DC.
“Si trattava per i partiti del governo di far valere una nuova legge elettorale (la legge-truffa, l’avevano battezzata gli altri), per cui la coalizione che avesse preso il 50% + 1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi…”.
[la legge fu abrogata l’anno successivo: alla tornata elettorale in cui il personaggio Amerigo fu scrutatore non scattò, perché la coalizione di governo ottenne il 49,8% dei voti. Nonostante le “sollecitazioni”.
Eh, ai politici son sempre piaciute le “correzioni” e i porcellum].
Un seggio non troppo composito, il suo: il presidente vecchio, timoroso, indeciso ma formalista, la “crocerossina” in blusa bianca, lo scrutatore smilzo e defilato e gli altri (democristiani tutti, “tesi a smussare i contrasti”), una compagna “arancione” (socialista, la verità) dura e pura e cacacazza.
E poi lui, Amerigo.
“Si sentiva troppo scoraggiato per sperare di prendere qualsiasi iniziativa. La sua battaglia legalitaria contro le irregolarità e i brogli non era ancora cominciata e già tutta quella miseria gli era calata addosso come una valanga. Che facessero presto, con tutte le loro barelle e stampelle, che s’affrettassero a compiere questo plebiscito di tutti i vivi e i moribondi e magari anche i morti: non era con le ragioni formali di cui disponeva uno scrutatore che la valanga poteva essere fermata”.
La vera valanga per Amerigo è però il contatto-contagio con gli abitanti del Cottolengo, che scuote l’intero apparato delle sue certezze e convinzioni.
“Costretto per un giorno della sua vita a tenere conto di quanta è estesa quella che vien detta la miseria della natura […] sentiva aprirsi sotto ai suoi piedi la vanità del tutto”.
E la valanga precipita sui concetti astratti di giustizia, libertà, bellezza, Dio e annessi e connessi, sulla sua condizione concreta e reale (una storia sentimentale complicata, fuggevole; un figlio, forse) e sulla quaestio massima: cosa è l’uomo, cosa è l’umano.
Ad Amerigo tocca anche il seggio volante, che lo porta nel cuore nascosto del Cottolengo, tra i ragazzi pesce e le monache morenti.
È soprattutto un padre che schiaccia le mandorle al figlio idiota, che fa scattare la consapevolezza di un legame tra il suo mondo e quello ora disvelato.
Il “genere di amore come una reciproca e continua sfida o corrida o safari, non gli pareva più in contrasto con la presenza di quelle ombre ospedaliere: erano lacci dello stesso nodo o garbuglio in cui sono legate tra loro – dolorosamente, spesso (o sempre) – le persone”.
Una breve, fulminea rivelazione: “l’umano arriva dove arriva l’amore, non ha confini se non quelli che gli diamo”.
Sarebbe potuto essere un secco racconto “neorealista” sulla condizione degli “espulsi” dalla società perché “diversi”, o un incazzato racconto di denuncia del malcostume politico e sociale.
Ma Calvino è sempre ‘a mostro', e questo libro non è solo un racconto “neorealista” e un pamphlet, ma un terremoto: un coacervo di domande senza risposta, un dirompere di dubbi, di incertezze.
(Anche la breve fulminea rivelazione non “sistematizza” il mondo).


 

 

 

Italo Calvino
La giornata d'uno scrutatore
(1963)
Torino, Einaudi, 1994
pp. 83

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