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Mercoledì, 27 Agosto 2014 00:00

Gli iconoclasti: ovvero l’estesa prole di Pierre Menard

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“Nato a Buenos Aires nel 1919, amico di Borges e di Bioy Casares, J. Rodolfo Wilcock approdò a Roma negli anni Cinquanta, quando era già autore di vari e notevoli libri in spagnolo. In Italia, riuscì a trasfondersi in un’altra lingua”. È questo che si legge nelle primissime battute della presentazione dell’autore de La sinagoga degli iconoclasti, volume appena ripubblicato in edizione economica tra 'Gli Adelphi'. Non è affatto per un caso, e forse nemmeno per un’esigenza promozionale, che l’accostamento tra l’illustre Borges e il purtroppo meno illustre Wilcock apra, a titolo informativo, il libro di cui stiamo appena cominciando a parlare. Non è un caso nemmeno che, in quarta di copertina, una dichiarazione entusiasta di Roberto Bolaño inviti il lettore a fare di tutto pur di leggere La sinagoga. Questo libro assai meraviglioso, infatti, può essere ben compreso, ove mai ce ne fosse bisogno, proprio mettendo Wilcock su una linea di stretta continuità che va da Borges a Bolaño, grandi autori latinoamericani dall’abbondantissimo seguito anche qui da noi.

Senza andare troppo indietro nel tempo, cosa che nel tracciare le traiettorie biografico-letterarie di un tema porta spesso alla vertigine imperitura delle biforcazioni e dei percorsi, che cioè porta a smarrirsi andando a lungo a ritroso fino a chissà dove, è proprio da Borges che è possibile cominciare, almeno in questa sede. In particolare da quel Pierre Menard, autore del Chisciotte (definitivamente inserito nella raccolta programmaticamente intitolata Finzioni, 1998) che, fatto piuttosto risaputo, sintetizza in sé l’incedere di un modo di fare narrativa che accoglie e fa proprie le metodologie della produzione e della riproduzione del sapere: la scienza, la filosofia, la critica e la loro sistematizzazione sono pur sempre letteratura, o almeno è così che ci piace pensarla.
Pierre Menard, oltre a essere l’autore, o il traduttore, tardivo di parti di un secondo Don Chisciotte, in tutto e per tutto uguale al primo eppure estremamente differente, è autore di numerose altre opere visibili traduttive, narrative, poetiche e speculative: firma in calce a una densa ed eclettica bibliografia che spazia da “a) Un sonetto simbolista che comparve due volte (con varianti) sulla rivista Le Conque (numero marzo e ottobre del 1889)” a “s) Un elenco manoscritto di versi che devono la loro efficacia alla punteggiatura” (pp. 36, 38). Tratteggiandone il profilo in uno dei suoi racconti forse più conosciuti, Borges intende dare concretezza a un ritratto critico-letterario che, pienamente legittimo e in sé coerente, dimostri in maniera piuttosto irriverente – come direbbe Sergio Waisman (2014) – le infinite potenzialità delle lettere: un mondo capace di essere autoreferenziale e rivoluzionario anche nella riproposizione piana dei propri modelli, un universo in grado di essere squisitamente autopoietico ed endogamico ma che tuttavia non disdegna tresche più o meno romantiche con settori a esso prossimi.
La questione è in sostanza la seguente: nulla toglie che un autore (nella fattispecie Borges) possa dar vita a un altro autore (ovvero Menard) e che quest’altro autore prenda posto negli inventari ideali delle biblioteche accanto a coloro che invece hanno scritto di proprio pugno, cioè con mani e braccia fatte di carne e di ossa, estensioni concrete di un corpo materiale come quello che, insomma, grosso modo tutti abbiamo (o che tutti siamo, come si direbbe con pedanteria da fenomenologi vetusti). In quel caso, ossia in quel racconto pubblicato da Borges per la prima volta sulle pagine della rivista Sur nel 1939, l’eredità diluita degli enciclopedisti si fonde con l’innumerevole apertura delle prospettive narrative caratteristica dell’argentino in modo tale che Menard possa prendere vita, cioè diventare in un modo o nell’altro reale (per quanto valore abbia tale termine) e avere conseguenze sul mondo, letterario e non, che sta da quest’altra parte della carta: quello di noi lettori e commentatori, per dirla brutalmente. D’altronde anche la prima raccolta narrativa di Borges, Storia universale dell’infamia (1997a), pur non presentando la descrizione di caratteri propri dell’ambito letterario (lì ci sono infatti pirati, samurai, impostori e altri deliziosi malvagi), ricostruisce profili storici di personaggi fittizi, immagini e figure di reprobi meravigliosi che la storia avrebbe potuto conoscere e che probabilmente, per quando ne sappiamo, ha anche conosciuto, dato che pure la storia è in fin dei conti una narrazione decisa da uno o più autori. Lo stesso dicasi per quanto riguarda numerosi altri soggetti presenti tra i personaggi borgesiani: per esempio Herbert Quain (di Esame dell’opera di Herbert Quain, in Finzioni, 2003), Tadeo Isidoro Cruz (di Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, in L’aleph, 1998) e l’avvocato Mir Bahadur Alì (di L’accostamento ad Almotasim, in Storia dell’eternità, 1997b).
Un procedimento di presentazione di profili letterari simile a quello di Menard (lo stesso degli infami), per tornare a quanto si diceva sopra, sta anche, naturalmente in diversi gradi, alla base di tre dei libri di Bolaño più amati dai suoi estimatori. Ovvero 2066 (2009), super-romanzo animato in maniera non troppo sotterranea dall’inafferrabile essenza dello scrittore immaginario Benno von Arcimboldi; La letteratura nazista in America (2013b) che, anch’esso fedele al dettato degli enciclopedisti come Storia universale dell’infamia, presenta una galleria straordinaria di poeti e romanzieri mai esistiti e nonostante ciò seguaci dell’etica e del programma del nazionalsocialismo hitleriano nonché fonte di bibliografie più o meno estese e gradevoli; Stella distante (2013a), che proprio da La letteratura nazista in America prende vita lasciando che Carlos Weider, sensazionale poeta aviatore, straordinario letterato nazista autore di versi davvero celestiali, s’impadronisca di un intero mondo finzionale librandosi dentro e sull’orizzonte delle pagine.
Dunque la letteratura, talvolta, crea i propri stessi autori… come d’altronde il Kafka borgesiano ha creato i suoi precursori, si potrebbe facilmente aggiungere per il semplice gusto della retorica degli accostamenti; e fin qui non si è detto nulla di nuovo (né nulla di nuovo si dirà, purtroppo). La letteratura, inoltre, può creare personaggi fittizi definendone le biografie come si farebbe tra le colonne di un’enciclopedia attraverso la scrittura di brevi tratti biografici, la fissazione di particolari momenti e la delucidazione circa un’opera inizialmente inesistente.
Ma veniamo finalmente a noi: anche Rodolfo Wilcock, ne La sinagoga degli iconoclasti, gioca lo stesso gioco del suo amico e predecessore e del suo estimatore e successore, ossia dell’argentino Borges e del cileno Bolaño, tanto che proprio quest’ultimo, in un’intervista risalente al 2005, quando Eliseo Álvarez gli chiese lumi sui modelli de La letteratura nazista in America, sostenne: “La letteratura nazista in America è un libro che deve moltissimo a La sinagoga degli iconoclasti, di Rodolfo Wilcock, che pur essendo uno scrittore argentino quel libro lo scrisse in italiano. […] Wilcock è uno scrittore eccezionale, grandissimo. […] La sinagoga degli iconoclasti deve a sua volta moltissimo a Storia universale dell’infamia di Borges, cosa per niente strana perché Wilcock fu amico e ammiratore di Borges. A sua volta Storia universale dell’infamia di Borges deve molto a uno dei maestri di Borges, cioè Alfonso Reyes, lo scrittore messicano che ha un libro intitolato Relatos reales e imaginarios – almeno credo, ormai ho una memoria pessima – un vero gioiello. Il libro di Alfonso Reyes deve a sua volta molto a Vite immaginarie di Marcel Schwob, che è l’inizio di tutto. Ma, a sua volta, Vite immaginarie deve molto alla metodologia degli enciclopedisti e al loro modo di servire certe biografie su un piatto d’argento. Credo che siano questi gli zii, i genitori e i padrini del mio libro” (2012, pp. 63-64).
La sinagoga degli iconoclasti è dunque il libro di uno scrittore eccezionale, grandissimo, secondo le parole di Bolaño. Il lettore che vi si avvicini, anche quello che di Bolaño, di Borges e degli enciclopedisti non sa nulla, troverà di certo il piacere più grande che c’è nella fruizione della letteratura: il gioco incondizionato, la riflessività parodica del procedimento letterario posta al servizio della descrizione della popolazione di uno o più mondi minimi eppure totali, in una volatile tassonomia non esaustiva e piuttosto sensazionale che espone, attraverso la creazione di profili fittizi di uomini di scienza o di spirito, o semplicemente di azione, una pletora bizzarra di sistemi di pensiero assai divertenti e non per questo troppo lontani dal reale. Si prenda per esempio José Valdés y Prom, il telepata filippino inviso a vescovi e scienziati con cui Wilcock apre il proprio libro, oppure Charles Carroll, creazionista radicale la cui impostazione di pensiero razzista giustifica per tramite dell’operato divino le nostre ridicole gerarchie terrene: “Secondo Charles Carroll di Saint Louis, autore de Il Negro è una bestia (The Negro a Beast, 1900) e Chi tentò Eva? (The Tempter of Eve, 1902), il negro fu creato da Dio insieme agli animali al solo scopo che Adamo e i suoi discendenti non mancassero di camerieri, lavapiatti, lustrascarpe, addetti alle latrine e fornitori di servizi simili nel giardino dell’Eden. Come gli altri mammiferi, il negro manifesta una specie di mente, qualcosa tra il cane e la scimmia, ma è completamente privo di anima. Il serpente che tentò Eva era in realtà la cameriera africana della prima coppia umana. Caino, costretto dal padre e dalle circostanze a sposare sua sorella, rifuggì dall’incesto e preferì sposare una di queste scimmie o serve di pelle scura. Da questo ibrido matrimonio sono scaturite le varie razze della terra; quella bianca invece discende da un altro figlio di Adamo, più serio. Capita quindi che tutti i discendenti di Caino siano come la loro scimmia progenitrice, senza anima. Quando la madre è negra, l’uomo non può trasmettere alla sua prole neanche una traccia dell’anima divina. Perciò, soltanto i bianchi ce l’hanno. A volte succede che un mulatto impari a scrivere, ma il semplice fatto che Alexandre Dumas possedesse una sorta di intelligenza non vuol dire che possedesse anche un’anima” (pp. 95-96). Come fa con Valdés y Prom e Carroll, ne La sinagoga degli iconoclasti Wilcock ci presenta altri trentatré profili siffatti, gente desiderosa di scoprire sostanze in grado di annullare la forza di gravità o impegnata nella promozione delle qualità terapeutico-termali del magma. Gente radicale, insomma. Uomini vincolati tenacemente a testarde crociate tese al rifiuto e al sovvertimento del dominante sistema di scienza e pensiero del contesto storico-geografico in cui sono collocati. Rivoluzionari, a modo loro. Quasi sempre perdenti. Uomini insomma da conoscere e da amare, per quanto fittizi.
Così come da amare è J. Rodolfo Wilcock, architetto reale di una strepitosa Sinagoga che invitiamo a visitare quanto prima.

 

 

 

 

 

 

La sinagoga degli iconoclasti
J. Rodolfo Wilcock
Adelphi, Milano, 2014
pp. 216

2666
Roberto Bolaño
traduzione di Ilide Carmignani
Adelphi, Milano, 2009
pp. 963

Roberto Bolaño
L’ultima conversazione
traduzione di Ilide Carmignani
Sur, Roma, 2012
pp. 124

Roberto Bolaño
Stella distante
traduzione di Barbara Bertoni
Adelphi, Milano, 2013a
pp. 114

Roberto Bolaño
La letteratura nazista in America
traduzione di Maria Nicola
Adelphi, Milano, 2013b
pp. 250

Jorge Luis Borges
Storia universale dell’infamia
traduzione di Angelo Marino, Vittoria Martinetto
Adelphi, Milano, 1997a
pp. 115

Jorge Luis Borges
Storia dell’eternità
traduzione di Gianni Guadalupi
Adelphi, Milano, 1997b
pp. 135

Jorge Luis Borges
Finzioni
traduzione di Antonio Melis
Adelphi, Milano, 2003
pp. 186

Jorge Luis Borges
L’Aleph
traduzione di Francesco Tentori Montalto
Adelphi, Milano, 1998
pp. 171

Sergio Waisman
Borges e la traduzione. L’irriverenza della periferia
traduzione di Alessio Mirarchi
Arcoiris, Salerno, 2014
pp. 284

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