“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Lunedì, 11 Agosto 2014 00:00

Joanne Rowling e i nomi del successo

Scritto da 

Scrivere un libro non è semplice; trovare una storia per il secondo, poi, con il peso del primigenio successo che pesa sulle spalle, può risultare arduo. Figurarsi che impresa ardua possa rivelarsi inventare una nuova storia dopo un successo mondiale come quello di Harry Potter.

È proprio quello che è successo a Joanne Rowling, assurta nell’empireo degli scrittori miliardari grazie al successo della saga del mago occhialuto. Ha goduto per anni del frutto del suo lavoro, la cui sola progettazione ha richiesto cinque lunghi anni; ha dimostrato di essere una scrittrice capace di crescere e di migliorare, come dimostra la differenza tra i primi due libri, dedicati ad un pubblico preadolescenziale, e gli altri cinque, che attraversano l’adolescenza per giungere alla difficile età adulta.
Grazie ad una del tutto casuale congiunzione temporale, la generazione della sottoscritta ha potuto identificarsi con l’età e con le vicende dei protagonisti, crescendo – letteralmente − insieme ai personaggi, condividendone le gioie e le perdite. La mia adolescenza, come quella di molti altri giovani lettori, è stata caratterizzata da intere giornate passate a leggere, in maniera bulimica, il volume appena acquistato; per poi trascorrere il successivo anno ad aspettare l’uscita successiva, cercando di carpire informazioni sulla data della messa in commercio, evitando – al tempo stesso − anticipazioni che potessero rovinare la sorpresa della prima lettura. Eravamo completamente avviluppati dal mondo di Harry Potter: era bello immaginare che i vecchi corridoi della nostra scuola – un ex convento femminile trasformato poi in carcere − potessero trasfigurarsi nei freddi corridoi pietrosi del castello di Hogwarts.
Contrariamente a quanto si possa pensare quando si abbia a che fare con una saga fantasy, non eravamo attratte dalla magia, o dagli espedienti più sovrannaturali della vicenda. Leggere Harry Potter significava immergersi in un mondo familiare, dove i protagonisti, in fondo, non erano poi così diversi da noi; leggere Harry Potter significava tornare in una casa scaldata dal fuoco dopo una giornata passata a patire il freddo.
Personalmente, quindi, ritengo che il merito della Rowling sia stato anche quello di aver saputo accogliere ragazzi − quali eravamo noi all’epoca − in un luogo, seppur virtuale, che annullava tutte le differenze culturali. Si capisce allora il motivo per cui, alla conclusione della saga, molti si siano aggrappati a surrogati della storia originale: le uscite cinematografiche, il merchandising, parchi a tema, il sito interattivo, le fan-fiction. Sono tutti tentativi di perpetrare qualcosa che, per sua stessa natura, doveva finire. Queste iniziative, però, non fanno che svuotare Harry Potter dei suoi contenuti migliori e più intimi, lasciandone intatta la facciata più appariscente, quella che ha a che fare con la magia in senso stretto.
E il ruolo dell’autrice, in tutto questo?
Per motivi più o meno condivisibili, la Rowling ha cercato di restare in sella ad un cavallo che correva da tanto tempo, e che cominciava, forse, ad accusare i primi segni di stanchezza: ha cercato di riattizzare la fame del bacino dei fan di Harry Potter attraverso la diffusione di parti inedite dei romanzi, di informazioni sul mondo che aveva creato, e svelando le sue fonti d’ispirazione.
Per un po’ questo ha funzionato, i fan hanno dimostrato di esserle fedeli. Poi però Joanne si è interrogata sulle sue qualità di scrittrice, e ha deciso di fare un test: ha pubblicato un nuovo romanzo, dal titolo Il seggio vacante, che nulla aveva a che fare con maghi e streghe, o con vicende sovrannaturali. Si tratta anzi di una lotta contro le maldicenze e le situazioni familiari disastrate, è una denuncia dell’ipocrisia perbenista e alla lobbies di potere. È frutto della cultura inglese, caratterizzata da periferie postindustriali tutte uguali tra loro, in cui gli sforzi per conservare una facciata di stabilità e benessere non fanno che nascondere situazioni estremamente degradate, che vanno a braccetto con droga, alcool e delinquenza.
Molti, tra cui la sottoscritta, sono stati spinti a comprare questo nuovo e strano libro proprio per vedere se l’autrice di Harry Potter fosse in grado di scrivere qualcosa di diverso e di altrettanto straordinario. Altri hanno intrapreso la lettura semplicemente perché il libro era frutto di una penna famosa, cosa che si rivela del tutto vantaggiosa per le vendite, ma spesso non per la reputazione dell’autore. Il libro, dopo un inizio piuttosto lento, si rivela piacevole, a tratti avvincente: è senza dubbio indice del fatto che la scrittrice inglese sappia raccontare storie diametralmente diverse tra loro, nonostante il suo stile non abbia nulla di particolare; come a dire che la forza sta – ancora una volta − nella storia, e non nel modo di raccontarla. D’altro canto, il fatto che il libro sia così attento alle tematiche sociali dimostra che il pensiero che ha dato il via alla stesura sia forse uno dei più nobili: da sempre impegnata in iniziative di beneficenza, Joanne Rowling potrebbe aver scritto un libro del genere per sensibilizzare il pubblico su determinate aspetti della società, per dire la sua circa argomenti che le stanno a cuore.
Un anno dopo Il seggio vacante, compare tra gli scaffali un libro intitolato Il richiamo del cuculo, firmato da un certo Robert Galbraith. Il libro resta praticamente ignorato, dimenticato tra le fila dei romanzi gialli, finché non si viene a sapere che è stato scritto sempre dalla Rowling, stavolta con uno pseudonimo maschile.
Questa deve essere stata l’ennesima prova: eliminando il nome famoso sulla copertina, l’autrice intendeva forse testare, in maniera più attendibile, la qualità letteraria della sua opera. Il fatto che sia stata smascherata quasi subito deve averle impedito di completare l’esperimento, anche se sicuramente ha aiutato le vendite: sembra che prima della rivelazione, il libro avesse venduto “solo” 1.500 copie; in seguito, è salito dal numero 4.709 al primo posto nella classifica “best selling novel” di Amazon.
È da poco uscito anche il seguito, intitolato Il baco da seta, sempre firmato con lo pseudonimo di Robert Galbraith, sebbene si sappia chi si cela dietro questo nome, che è ormai, un nom de plume a tutti gli effetti, come lo era stato J.K. Rowling ai tempi di Harry Potter.
La vicenda della scrittrice inglese, che un tempo idolatravo, mi ha fatto pensare a come il successo sia davvero una lama a doppio taglio ed a come la fama di un nome possa incollarsi addosso alla persona che lo porta fino a farle dubitare del fatto che il suo talento possa essere davvero tale.
Il successo, è ovvio, non è sempre indice di talento, e questo è proprio quello che Joanne Rowling ha cercato di scoprire su se stessa.

 

 

 

 

 

Joanne K. Rowling
Il seggio vacante
Milano, Salani, 2011
pp. 553

Robert Galbraith (Joanne K. Rowling)
Il richiamo del cuculo
Milano, Salani, 2013
pp. 464

 

Lascia un commento

Sostieni


Facebook