“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Martedì, 12 Agosto 2014 00:00

Il Lotto 49 e la miracolosa entropia di Pynchon

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Lincanto del lotto 49 è un libro intessuto con gli insidiosi cavi coassiali dell’entropia, materiale stroboscopico capace di insinuarsi anche nelle menti che con la paranoia non hanno mai avuto nulla a che fare. Voi, i lettori che vi accingete a varcare la sua soglia, lo farete con uno stato d’animo ottimista e fiducioso, probabilmente anche con una certa baldanza, che discende più che legittimamente dal vostro status di lettori forti – cosa che sicuramente sarete, altrimenti non vi trovereste manco per sbaglio con questo libro tra le mani – e di cose toste ne avrete affrontate e vinte a bizzeffe, e difficilmente adesso qualcosa potrebbe turbarvi o, più esattamente, gettarvi-in-uno-stato-di-caotica-incertezza-che-scavalca-la-staccionata-del-testo-per-venirvi-a-prendere-per-il-bavero-costringendovi-a-dare-una-ristrutturatina-a-tutte-le-vostre-certezze-in-fatto-di-letteratura.

Potrebbe mai un libro fare questo? Un libro fa avrei detto di no, ora posso solo dire che non lo so, non sono più sicura di niente, dato che non ho ancora superato lo stadio confusionale post-lotto 49.
Un suggerimento di risposta la fornisce Pynchon stesso, sotto forma di una specie di filmato, in bianco e nero, magari interpretato da Stanlio ed Ollio. Ecco, ad un certo punto lui descrive una scena, che non c'entra nulla con quello che stava accadendo prima e tanto meno con quello che accadrà dopo, è un accadimento molto spassoso e divertente e apparentemente privo di particolari significati, ma non è così, in quell’accadimento c’è una pregnanza premonitoria, perché gli eventi a catena che si scateneranno in quel bagno rappresentano lo stato di ‘entropia’ che si impadronirà prima della protagonista per poi passare a voi. Ecco la scena: “Commise l’errore di volersi guardare allo specchio lungo; vide un pallone da spiaggia con i piedi, e ne rise tanto da perdere l’equilibrio e trascinare nella caduta la bombola di lacca per capelli che si trova sul lavandino. La bombola rimbalzò sul pavimento, qualcosa si ruppe, e con una forza di retrocarica notevole il liquido compressurizzato cominciò ad atomizzarsi, propulsando velocemente il flacone qua e là per aria con spostamenti rapidissimi. Metzger, entrato a precipizio, trovò Oedipa che si dibatteva per terra cercando di rimettersi in piedi, annaspando in un gran miasma colloso di lacca profumata [...]. La bombola decollò nel water con un sibilo funesto e oltrepassò ronzando l’orecchio destro di Metzger mancandolo per poco più di mezzo centimetro. Metzger si buttò ventre a terra vicino a Oedipa e rimasero tutti e due così accovacciati mentre il fissatore proseguiva la sua corsa folle [...]. La bombola sapeva quel che voleva – questa era la sua impressione –, o magari un essere molto veloce, Dio o una calcolatrice, avevano computato in anticipo la complicata rete delle traslazioni aeree, ma Oedipa, lei, non era molto veloce, e sapeva che potevano essere colpiti a una velocità di picchiata di chissà centonovanta chilometri orari.”
Oedipa è il nome della protagonista del romanzo e, come tutti i nomi scelti dall’autore, ha un significato ben preciso. Oedipa è l’inversione sessuale della figura di Edipo e a lei sarà affidato un compito che richiederà la continua soluzione di enigmi e indovinelli. Al ritorno da un ricevimento di Tupperware, infatti, Mrs. Oedipa Maas, moglie di un deejay radiofonico (in questo modo Pynchon non si è solo limitato ad una femminilizzazione del mito, lo ha prima demolito per poi ricostruirlo capovolto e con materiali contemporanei), apprende la notizia di essere stata nominata esecutore testamentario del suo ex amante, un eccentrico ed ambiguo miliardario che possiede mezza America, di nome Pierce Inverarity, che nelle sue ultime volontà ha deciso di consegnarle un incarico e un testo da decodificare. Tanto potrebbe essere l’ennesima ultima burla del caro estinto, noto già in vita per questa peculiarità, tanto potrebbe invece essere un passaggio di testimone nella ricerca della verità circa un’antica cospirazione globale chiamata Tristero, che mina il sistema delle poste e delle comunicazioni in generale facendolo deragliare dai canali ufficiali per immetterlo su percorsi alternativi e sommersi. Le oscure origini di questa cospirazione sembrano perdersi e mescolarsi con quelle dell’America stessa fornendo materiale per una nuova versione dei fatti.
Le indagini di Oedipa la conducono ad altre storie, intese come frattali di una Storia mai raccontata, antitesi delle grandi Storie-di-Fondazione, quelle che non sono mai state raccontate e mai saranno inserite nei libri di testo, istituzionalmente deputati a riportare la voce del vincitore, mai del vinto. Apprenderà, e noi con lei, di battaglie combattute nel 1853 tra i corrieri della Wells Fargo e una “banda misteriosa di scherani mascherati e in uniformi nere”; di scontri che risalgono alle origini degli Stati Uniti con indiani che si fingevano indiani ma che indiani non erano; del primo scontro armato tra America e Russia, l’evento che ha dato vita alla guerra fredda. Il boicottaggio storico avanza senza sosta e senza frontiere, coinvolge l’Europa e la sua sorte: “La salvezza dell'Europa... dipende dalla comunicazione, d’accordo? Siamo alle prese con un’anarchia di centinaia di principi tedeschi gelosi, che tramano congiure e controcongiure, combattono tra loro, sprecano tutta la forza dell’impero in vane baruffe. Ma chi controllasse le linee di comunicazione tra tutti questi principi, controllerebbe anch’essi”; fino a svelare le vere ragioni della Rivoluzione francese: “Sicché nel 1795 si ipotizza addirittura il Tristero avesse inscenato l’intera Rivoluzione francese, come semplice scusa per decretare la Proclamazione del 9 Frimaio, Anno III, segnante la fine del monopolio postale in Francia e nei Paesi Bassi”. Prove e indizi affiorano costanti nel corso del tempo ma mai da documenti ufficiali, può capitare di vederli sbucare da testi di autori simil-shakespeariani di epoca elisabettiana nei quali, in un gioco allo stesso tempo meta-teatrale e meta-letterario, vengono inseriti strani messaggi in codice di determinante importanza, anche se qualcuno tenterà di minimizzare e depistare con moniti del tipo: "Attenzione! È stato scritto per l’intrattenimento. Come i film dell’orrore. Non è letteratura, non ha dietro messaggi. Wharfinger non era Shakespeare”; e qui non è del tutto chiaro se sia Driblette che parla ad Oedipa, o se invece sia Pynchon che ci sta comunicando qualcosa a proposito del romanzo.
Tutto questo converge in una collezione di antichi falsi francobolli ‘Tristero’ che fanno parte dell’eredità e che vengono messi all’incanto come ‘Lotto 49’. Ma ogni volta che si giunge finalmente a lambire la soglia della comprensione del romanzo, ecco che l’indizio al quale ci si aggrappa come fosse una torcia nel buio, si snoda in una ennesima proliferazione di trame e possibilità interpretative, al punto che, come ha evidenziato Brian McHale riferendosi a Gravity’s Rainbow, il termine ‘trama’ va preso nel suo significato traslato di 'cospirazione’ oltre a quello di ‘sequenza intellegibile di azioni’ ed ha “un’apertura verso i fatti del mondo reale – storici, socio-ecomomici, linguistici, scientifici, esoterici – forse ineguagliata perfino dai grandi romanzieri realisti e naturalisti dell’ottocento" (trad. di Luca Briasco).
Nonostante Oedipa sia “una maga nello scovare strane parole in testi giacobini", le sue indagini procedono annaspando in un terreno perennemente scivoloso, lo stesso della scena del bagno, ma noi non siamo più saldi di lei e c’è il rischio concreto di cominciare a vedere complotti da tutte le parti. Quello di cui parlavo all’inizio: dove Pynchon finisce col suo libro potrebbe proseguire con voi una certa Paranoia.
In questa lettura dovete mettervi in gioco, certo è un rischio, ma è anche l’unica possibilità per non restare spettatori esterrefatti del ballo senza musica descritto da Pynchon, dove c’è gente che danza apparentemente senza ragione, data l’assenza di suoni e ritmi: “tutti dovevano udire qualcosa con un sesto senso che in lei si era atrofizzato”. Si tratta di una scena di danza che si consuma in religioso silenzio tra ballerini sordomuti; se vi affaccerete solo per una sbirciatina frettolosa, vi farete l’idea che lì dentro siano un po’ tutti matti, ma se come Oedipa ‘docili e inerti’ lascerete che la mente si unisca alle danze, ecco che un ritmo comincerà a suonarvi nella testa e troverete l’armonia proprio al centro dell’entropia. L’Entropia, una delle ossessioni di Pynchon, è anche il fil rouge di questo romanzo: si tratta di un concetto mutuato dalla seconda legge della termodinamica, che l’autore ha fatto proprio dilatandolo ben oltre i confini del suo significato di energia sprecata in ogni processo produttivo dai motori termici.
Dopo aver attraversato, non senza difficoltà, l’entropia pynchoniana in tutti i suoi molteplici significati, Oedipa e il lettore restano in trepidante attesa di un finale dove una ierofanica epifania faccia la sua apparizione, ma la risposta potrebbe trovarsi già nelle prime pagine: “Diventa chiaro che certe cose non verranno dette ad alta voce; certi eventi non saranno mostrati sul palcoscenico; per quanto sia difficile immaginare, visti gli eccessi degli atti precedenti, di quali cose mai possa trattarsi. Il Duca non ci illumina, forse non lo può. È tutto un grande scherzo per iniziati. Il pubblico lo sapeva da tempo... Si approssima, si approssima, ma non ci illumina”. Forse potrebbe accadere proprio questo, che a causa degli ‘eccessi’ di quanto è già stato rappresentato, un’epifania ci sarà negata. E, forse, questa eventualità potrebbe anche non avere alcuna rilevanza. Non resta quindi che mettersi comodi, libro alla mano, e aspettare che il miglior banditore dell’Ovest dia inizio a questo incanto.

 

 

 

 

Thomas Pynchon
L’incanto del Lotto 49 (1966)
traduzione Massimo Bocchiola
Torino, Einaudi, 2005
pp. 178

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