“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Mercoledì, 30 Luglio 2014 22:09

Ti prego, leggi questo libro

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“L’amico romano s’è messo a parlare e i ricordi ci travolgono. Mi intenerisco e mi sento perfino un po’ orgogliosa di fronte alla ragazza giovane del mio amico che mi guarda e appare incredula: dieci anni mi separano da lei, ma in quei dieci anni io ho arso tutto il mio entusiasmo, ho scoperto, capito, creduto, assorbito e consumato qualcosa che a lei non toccherà mai, e questo ci divide e la rende attonita”.

Sono cinquanta gli anni che mi separano da Maria Jatosti e la sua vita ha reso attonita anche me. Non l’ho sentita raccontare seduta al tavolino di un bar in compagnia di un amico. Per conoscerla ho usato i miei occhi e le mie mani per catturare parole e voltare le pagine, eppure la mia sensazione è quella di averla ascoltata. Allora sono la giovane amica al bar. Attonita di fronte alla passione politica, alle azioni del partito comunista, alla rabbia contro i padroni, all’entusiasmo e la paura di scontrarsi con la polizia, all’orgoglio di finire in carcere per il partito, all’imbarazzo di parlare in pubblico per aprire una cellula femminile in ogni quartiere. Oggi che del partito resta solo un’ombra, che della politica ci si vergogna e l’entusiasmo si spegne dietro lo schermo sul quale anche le mie parole si compongono, lo stesso schermo che si finge una piazza per la rivoluzione, che permette a tutti di lamentarsi e poi assopirsi sotto una coperta che si chiama rete. Tutti insieme ma ognuno per sé.
Sono tanti i modi in cui si può raccontare una vita, c’è chi segue il corso degli anni, chi si sofferma minuziosamente su ogni avvenimento, chi riflette sugli eventi e le emozioni in cerca di risposte. Maria Jatosti decide di raccontarcela tutta d’un fiato, in poche pagine. Si parte sempre dal presente. I ricordi affiorano grazie ad un’immagine, un oggetto, una voce, la musica. Come un lungo discorso dal quale si divaga prendendo strade alternative. Si va avanti e si torna indietro fino all’infanzia, tanto che il racconto ricomincia più volte. Seguirlo è facile, grazie a quell’elemento che si ripete e lega un ricordo all’altro. Andiamo dietro ai suoi pensieri, seguiamo il flusso come la corrente di un fiume, uno qualsiasi di quelli visti e vissuti nei tanti viaggi ma anche a casa, il Tevere come la Senna oppure il Don. Il viaggio più importante è quello da Roma a Milano, dalla famiglia numerosa ad una vita clandestina accanto ad un uomo che c’è e poi non c’è più. Le pagine in cui la questione principale è la ricerca di un lavoro, la sopravvivenza in una città nuova, hanno la forza di sembrare dei consigli, uno sprone a non mollare mai, a darsi da fare e se è il caso a rivolgersi agli amici perché tanto ci sarà sempre qualcuno disposto ad invitarti a cena quando hai fame e hai finito i soldi. Tanti i lavori intrapresi, per le piccole e grandi case editrici o come segretaria ma sempre a scrivere, scrivere per mangiare.
Molte persone hanno fatto parte della vita di Maria della Garbatella, alcuni li incontriamo per caso, quasi fossero i decori della pagina. Al centro, spostato un po’ a sinistra, c’è Calvino che disegna coniglietti su un quaderno e Carrà sta un po’ più in là che dipinge su una spiaggia. Altre lasciano un segno profondo fino a condizionare la scrittura. Quello più profondo è lasciato da Marcello, il figlio. È lui l’altro protagonista della storia. Il figlio desiderato, fuori dal matrimonio, da una madre definita coraggiosa che non vuole abortire anche se scrive di aborto e liberazione sessuale sulle riviste femminili e femministe. Il figlio che non ha il cognome del padre perché così vuole la legge. Lo conosciamo feto e lo troviamo adolescente, in lotta per salvare la scuola pubblica contro il governo Andreotti, lamentandosi che il partito non sia unito. Il figlio da accudire, curare e preservare dallo sfacelo di suo padre, che non è un padre come gli altri perché è famoso ed ha insegnato tanto a tutti.
Lei non fa mai il suo nome (Luciano Bianciardi). È così noto che il suo nome appartiene a tutti e lei non lo rinchiude nel suo libro. Lui da incoraggiare quando crede di non riuscire a vivere, da amare di più quando non si sente amato abbastanza, da comprendere perché non ha mai completato del tutto il viaggio verso Milano e ha lasciato una parte di sé tra le quattro vie del suo paese, da sua moglie e dai suoi figli. Lui che si rintana nel luogo più angusto della casa e nel letto più accogliente. Felice quando la vita non è più agra e intellettuali e donne lo vanno a cercare e poi infelice quando si accorge ancora una volta di non riuscire a vivere. Allora dorme e beve, poi si scusa per aver dormito troppo. Lui che si confonde con il padre di lei, almeno nella lotta, almeno nella morte.
L’entusiasmo arso nella lotta in strada ed assente nei salotti intellettuali dai quali Maria Jatosti preferisce stare alla larga isolandosi in altre stanze, si affievolisce col passare degli anni. Sono i valori stessi a cambiare: le famiglie vanno in chiesa, nessuno indossa più il foulard rosso intorno al collo. I borghesi non sono più tanto nemici. La lotta di Maria diventa personale. Salvare lui, la casa, il figlio. Il partito  vuole fare a meno di folli ed alcolisti per la rivoluzione. Lei scrive: “A cosa ci serve studiare, leggere libri, vivere, lottare, se non capiamo la gente e non la amiamo? Prima di dare la caccia ai fascisti di strada combattiamo il fascismo vero e cominciamo a combatterlo dentro di noi”.
Sono arrivata all’ultima pagina, ho finito e non sento più la sua voce. Lascio il libro sul comodino e poi ti prego, leggilo.

 

 

Maria Jatosti
Tutto d'un fiato
Roma, Nuovi Equilibri, 2012
pp. 159

 

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