“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che fosse comparso nei campetti del mio paese”

Eduardo Galeano

Sabato, 26 Luglio 2014 00:00

Nicolai Lilin: un prodotto editoriale?

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Non so se vi è capitato di leggere il libro di Nicolai Lilin Educazione Siberiana, anche se sono sicura che ne avrete sentito parlare grazie alla trasposizione cinematografica fatta non troppo tempo fa da Gabriele Salvatores.
L’aspetto che forse più colpisce della narrazione, è la perizia con la quale l’autore descrive le usanze, le consuetudini e i rituali propri della sua gente, gli Urca siberiani stanziati in Transinistria, regione che oltretutto non è riconosciuta da nessuno stato.

Come a ribadire questo isolamento, questo essere sui generis, i siberiani rispettano delle regole che li differenziano da qualsiasi altro clan presente sul territorio. A loro è proibito maneggiare denaro, e tenerlo in casa. Agli uomini è vietato parlare direttamente con le forze dell’ordine, e per comunicare devono quindi avvalersi di un mediatore, solitamente una donna; non per questo al poliziotto di turno sono risparmiate ingiurie ed offese, che vengono in qualche modo legittimate dal fatto che i siberiani sono “criminali onesti”, e tutti ne sono al corrente.
Questo è forse l’aspetto più curioso dell’universo presentato da Lilin: quella di cui parla è una società criminale, che vive secondo le proprie leggi, consentendo furti e rapine nei confronti dello Stato e dei ricchi, come pure l’omicidio, qualora quest’ultimo sia giustificato da una causa legittima.
Avviene un ribaltamento di prospettiva: l’intera vicenda è narrata dal punto di vista di uno dei criminali, che compie atti efferati, che adora le icone di famiglia insieme alle pistole, che usa la picca per vendicarsi di chi gli ha fatto dei torti. È come se il lettore si trovasse dalla parte opposta dello schieramento, o meglio, come se si trovasse dalla parte che di solito viene combattuta dai “buoni”.
Eppure, quando veniamo a contatto con quel tipo di mondo, possiamo magari restare sconcertati dalla narrazione di tutto quel sangue che scorre, ma allo stesso tempo non abbiamo modo di considerarlo degno di biasimo. Qualsiasi concezione di giusto o di sbagliato viene meno, come pure si fanno evanescenti i confini tra bene e male.
Noi lettori finiamo per sentirci inglobati nel mondo degli “onesti criminali”, tanto da apprezzare tutti quei tatuaggi pregni di significato che ornano i loro corpi da guerrieri. Inevitabilmente, finiremo il libro guardandoli con deferenza per come rispettano le persone diversamente abili, considerandoli dei doni di Dio. Li rispetteremo per come tollerano la galera con stoica sopportazione, come se per loro fosse una tappa inevitabile; allo stesso tempo, finiremo per rimpiangere le tradizioni che noi spesso abbiamo perduto, di fronte a tanto senso del dovere e del rispetto.
Nessuna sorpresa dunque che l’autore ne abbia vietata la traduzione in russo, e che abbia deciso di scrivere il romanzo direttamente in italiano, che per lui non è che una lingua acquisita. E questo, a dirla tutta, si sente: la sintassi è elementare, piuttosto monotona e priva di orpelli letterari.
È evidente che il punto di forza del romanzo stia in qualcos’altro: la potenza che pervade l’intero scritto non trapela tanto dall’ordito delle parole, quanto dagli eventi che vengono narrati. Ci sarà forse un deficit sul versante linguistico, perché a scrivere in una lingua che non è quella natia, si perdono inevitabilmente le sfumature, i dettagli, la forza insita in sinonimi scelti con più cura del termine che salta subito alla mente.
È stato detto che la storia narrata da Lilin non sarebbe che una creazione redazionale: in altre parole, sarebbe un prodotto a più mani attribuito ad uno “scrittore” di origine russa, peraltro poco attendibile dal punto di vista storico e di costume (gli Urca non sarebbero un’etnia, ma una categoria di generici criminali, e sembra che le persone venissero deportate in Siberia, e mai il contrario).
Le interviste fatte a Lilin dimostrerebbero la sua scarsa padronanza della lingua italiana, a lui – nonostante anni vissuti in Italia – ancora talmente ostica da rendere difficile credere che possa veramente aver prodotto un romanzo (anzi, ben quattro, se consideriamo la continuazione della sua presunta biografia), seppure dalla sintassi pressoché elementare.
In preda a sentimenti contrastanti che oscillavano tra la sensazione di essere stata in qualche modo presa in giro sulla tanto decantata veridicità della vicenda, e la vaga delusione data dalle polemiche (perché, in fin dei conti, a me Educazione siberiana è piaciuto), ho deciso di leggere il seguito Caduta libera. Solita sintassi piatta e monotona, solita enfasi sull’azione superomistica del protagonista: ho continuato la lettura perché mi aspettavo momenti della storia più intimi, meno descrittivi e più introspettivi, quei momenti che facevano del primo volume un unicum (sia nel bene che nel male).
Purtroppo sbagliavo: trecentoventi pagine infarcite di descrizioni − neanche magistralmente condotte − riguardanti combattimenti e imboscate, lunghe attese, catture, raid. Descrizioni che, con lo scorrere delle pagine, diventano sempre più simili alle precedenti, finendo per configurarsi come la ripetizione di uno stesso evento. Di una noia micidiale, Caduta libera sembra aver esaurito gli argomenti, mostrandosi per ciò che è: un prodotto atto a posticipare la fine di una vicenda che senza troppi rimpianti avrebbe dovuto concludersi con quel primo, claudicante, romanzo. Mi sembra quasi superfluo aggiungere che non ho nemmeno pensato di leggere gli altri due libri, seppure dai titoli piuttosto suggestivi (Il respiro del buio e Storie sulla pelle).
Quindi, come considerare le opere di Lilin? Un imbroglio? Un prodotto editoriale confezionato appositamente per la vendita seriale?
Personalmente penso che il primo volume sia nato come una biografia romanzata: vengono presentati fatti verosimili senza specificare se la storia sia tratta da eventi realmente accaduti o meno, e allo stesso tempo si mantiene quell’alone di mistero intorno alla figura dell’autore che ne aumenta il potere e l’influenza. Penso che in un secondo momento si sia deciso di virare verso l’autobiografia vera e propria perché questo permetteva al libro di vendere meglio; Lilin è quindi assurto al ruolo di soldato che l’aveva scampata, che aveva vissuto una vita di violenze ma era riuscito a tirarsene fuori.
Quando poi sono sorte le polemiche riguardo alle inesattezze narrate, che avrebbero potuto benissimo essere ricondotte alla componente romanzata dell’opera, invece di ridimensionare il proprio ruolo, cosa ha fatto Lilin? Si è difeso, e continua a difendere a oltranza – e aggiungerei in maniera squisitamente italiana, cioè nonostante le evidenze − la veridicità della storia e della sua esperienza, cosa che, se da una parte porta allo schieramento degli irriducibili, dei fedeli che ormai lo sostengono, dall’altra rende evidente la sfiducia da parte di chi, come me, voleva solo leggere un buon libro e invece si è ritrovato tra le mani una “patata bollente”, che continua a far parlare di sé nonostante gli aspetti negativi che la identificano siano ormai più di quelli positivi.

 

 

 

 

 

Nicolai Lilin
Educazione siberiana
Torino, Einaudi, 2010
pp. 343

 

Nicolai Lilin
Caduta libera
Torino, Einaudi, 2011
pp. 326

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